Il Welfare State, dopo oltre cinquant’anni di esistenza, ha dimostrato i suoi limiti. La ricchezza che esso assorbe è enorme. In Inghilterra esso assorbe oltre il 30 per cento del prodotto nazionale lordo (PiL), in Italia viaggia intorno al 30, così in Germania federale , nel Belgio e in Olanda.
I servizi che esso fornisce sono spesso di pessima qualità e ha sviluppato una macchina burocratica elefantiaca. Alcune aree sono state super garantite, altre sono rimaste a livello di sopravvivenza. Gli sprechi sono enormi. I conti economici dello Stato sono saltati. Lo Stato spende di più di quanto incassa. I deficit accumulati sono paurosi.
L'Italia ha un debito pubblico che viaggia oltre il 100 per cento di tutto quello che riesce a produrre in un anno (PiL). L'inflazione è diventata un male endemico, più che una malattia ricorrente, come lo era nel passato.
Paul Samuelson, premio Nobel per l'economia, ha detto che questo è il prezzo che si paga per la disumanità dell'umanità dell'uomo verso l'uomo: quando un disoccupato percepisce un sussidio, che gli garantisce di che vivere, non è disponibile ad accettare un posto di lavoro non gradito. Preferisce vivere a spese della collettività.
Queste sono disfunzioni reali che hanno bisogno di correttivi per riportare ordine nei conti dello Stato e combattere l'inflazione che penalizza le categorie meno protette.
Alcuni Governi, però, non credono nei correttivi. Essi pensano che lo Stato debba ritornare alle sue funzioni tradizionali del periodo liberista (per questo sono detti neoliberisti). Il loro grido, e la loro politica, è: Deregulation, ritorniamo all'antico!
Smantelliamo tutto: lo Stato ad economia mista, che è stato un fallimento, e il Welfare State, che si è dimostrato ingovernabile.
Le aziende di Stato non hanno svolto il ruolo che ci si attendeva e sono diventate una fonte di sperpero del denaro pubblico? Allora esse vanno restituite ai privati e riportate nella logica dell'economia di mercato.
Lo Stato che provvede a tutti dalla culla alla tomba è un divoratore insaziabile di ricchezza? Allora esso deve finire, eliminando il superfluo e riportando alla logica del mercato quel che oggi è dominato dalla regulation amministrativa.
Le provvidenze dello Stato vanno riservate solo a quelle categorie di cittadini che si trovano al disotto della soglia di reddito definita come soglia della povertà.
La politica della deregulation è stata adottata, per prima, dagli Stati Uniti di Reagan e dall'Inghilterra della Thatcher. Quest'ultima si era spinta molto avanti nello smantellamento dello Stato ad economia mista e si preparava a smantellare quello assistenziale.
E su questa strada si stanno muovendo tutti i governi europei, più o meno timidamente. Compreso quello italiano. che ha già venduto una buona parte dei gioielli di famiglia ed è sulla strada per correggere lo Stato assistenziale (welfate state).
lunedì 16 giugno 2008
domenica 8 giugno 2008
LO STATO DIVENTA AMICO DELL’UOMO: IL WELFARE STATE
Il primo intervento dello Stato nell'economia era stato dettato dall'esigenza di creare un equilibrio stabile nel sistema economico ed evitare, così, i guasti che il sistema capitalista, se lasciato a se stesso, produceva periodicamente. Questo fu il periodo delle grandi nazionalizzazioni nel settore dei servizi.
Successivamente, questo intervento si estese fino ad interessare direttamente la grande industria: da quella di base a quella manifatturiera. Così, accanto ad un settore privato dell'economia, nacque e si sviluppò, a partire dagli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, un settore pubblico che, secondo Aneurin Bevan, ministro del primo governo laburista inglese del secondo dopoguerra, doveva assumere un ruolo strategico nella politica del governo.
Secondo il socialista Bevan, le nazionalizzazioni dei settori strategici della grande industria e dei servizi dovevano costituire le premesse indispensabili per la realizzazione di una politica di grandi riforme sociali in senso egualitario e garantista.
In poco più di un quarto di secolo, lo Stato inglese nazionalizzò il 16 per cento dell'industria nazionale. Gli altri Stati europei lo seguirono a ruota. La Francia con il 23 per cento. L'Italia, con il suo settore nazionalizzato e quello a partecipazione statale, il 20 per cento, la Germania il 14 e iì Benelux il 10.
Su queste premesse, il governo socialista dì Clement Attlee (19451951) impostò la sua politica per la realizzazione di un piano assistenziale, che fu elaborato, in piena seconda guerra mondiale (1942) e su incarico di Winston Churchill, dal liberale William Beveridge.
Il piano Beveridge sì basava sull'impegno da parte dello Stato di GARANTIRE L’ASSISTENZA AL CITTADINO DALLA CULLA ALLA TOMBA (A questo tipo di Stato, più tardi, verranno date varie definizioni: Welfare State, Stato assistenziale, Stato del benessere, Stato garantista, ecc), senza distinzioni sociali.
Al cittadino, come membro di diritto dello Stato, veniva garantito:
1) un minimo dì sicurezza economica;
2) tutta l'assistenza sanitaria;
3) una pensione per la vecchiaia o in caso di inabilità;
4) e - soprattutto – veniva salvaguardata la sua dignità umana: quello che prima riceveva, in caso di bisogno, come carità pubblica o privata, ora gli veniva attribuito come diritto sin dalla nascita, sia che nascesse ricco o povero.
Era una concezione nuova e rivoluzionaria dello Stato. Allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo del liberismo puro, si sostituiva la concezione dell'umanità dell'uomo verso l'uomo. Allo Stato gendarme, così caro ad Adam Smith, si sostituiva lo Stato-amico che liberava l'uomo dalla paura del bisogno.
L'esperienza storica, tuttavia, ha dimostrato che il settore pubblico dell'economia non ha svolto quel ruolo strategico che era nei pensieri dei suoi ideatori. Col passare del tempo, esso era diventato un cronicario delle industrie private decotte, che venivano addossate alla collettività per garantire i livelli occupazionali.
Esso non creava ricchezza, ma la distruggeva. I suoi deficit erano diventati paurosi e riesciva a sopravvivere solo grazie ai costanti finanziamenti dello Stato. La sua stessa esistenza, come industria assistita, stravolgeva le regole dell'economia di mercato, secondo le quali ogni impresa ha un proprio ciclo di vita e riesce a restare sul mercato (e quindi a vivere) solo se è competitiva e produce utili.
Il settore pubblico, invece, era diventato immortale e come tale era al di sopra e al di fuori delle leggi del mercato. Non produceva più per il mercato, ma produceva solo per perpetuare se stesso a spese della collettività.
Il fallimento delle nazionalizzazioni venne ampiamente riconosciuto da tutti, ed i partiti di sinistra, che prima ne facevano dei cavalli di battaglia, le hanno cancellate dai loro programmi.
Successivamente, questo intervento si estese fino ad interessare direttamente la grande industria: da quella di base a quella manifatturiera. Così, accanto ad un settore privato dell'economia, nacque e si sviluppò, a partire dagli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, un settore pubblico che, secondo Aneurin Bevan, ministro del primo governo laburista inglese del secondo dopoguerra, doveva assumere un ruolo strategico nella politica del governo.
Secondo il socialista Bevan, le nazionalizzazioni dei settori strategici della grande industria e dei servizi dovevano costituire le premesse indispensabili per la realizzazione di una politica di grandi riforme sociali in senso egualitario e garantista.
In poco più di un quarto di secolo, lo Stato inglese nazionalizzò il 16 per cento dell'industria nazionale. Gli altri Stati europei lo seguirono a ruota. La Francia con il 23 per cento. L'Italia, con il suo settore nazionalizzato e quello a partecipazione statale, il 20 per cento, la Germania il 14 e iì Benelux il 10.
Su queste premesse, il governo socialista dì Clement Attlee (19451951) impostò la sua politica per la realizzazione di un piano assistenziale, che fu elaborato, in piena seconda guerra mondiale (1942) e su incarico di Winston Churchill, dal liberale William Beveridge.
Il piano Beveridge sì basava sull'impegno da parte dello Stato di GARANTIRE L’ASSISTENZA AL CITTADINO DALLA CULLA ALLA TOMBA (A questo tipo di Stato, più tardi, verranno date varie definizioni: Welfare State, Stato assistenziale, Stato del benessere, Stato garantista, ecc), senza distinzioni sociali.
Al cittadino, come membro di diritto dello Stato, veniva garantito:
1) un minimo dì sicurezza economica;
2) tutta l'assistenza sanitaria;
3) una pensione per la vecchiaia o in caso di inabilità;
4) e - soprattutto – veniva salvaguardata la sua dignità umana: quello che prima riceveva, in caso di bisogno, come carità pubblica o privata, ora gli veniva attribuito come diritto sin dalla nascita, sia che nascesse ricco o povero.
Era una concezione nuova e rivoluzionaria dello Stato. Allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo del liberismo puro, si sostituiva la concezione dell'umanità dell'uomo verso l'uomo. Allo Stato gendarme, così caro ad Adam Smith, si sostituiva lo Stato-amico che liberava l'uomo dalla paura del bisogno.
L'esperienza storica, tuttavia, ha dimostrato che il settore pubblico dell'economia non ha svolto quel ruolo strategico che era nei pensieri dei suoi ideatori. Col passare del tempo, esso era diventato un cronicario delle industrie private decotte, che venivano addossate alla collettività per garantire i livelli occupazionali.
Esso non creava ricchezza, ma la distruggeva. I suoi deficit erano diventati paurosi e riesciva a sopravvivere solo grazie ai costanti finanziamenti dello Stato. La sua stessa esistenza, come industria assistita, stravolgeva le regole dell'economia di mercato, secondo le quali ogni impresa ha un proprio ciclo di vita e riesce a restare sul mercato (e quindi a vivere) solo se è competitiva e produce utili.
Il settore pubblico, invece, era diventato immortale e come tale era al di sopra e al di fuori delle leggi del mercato. Non produceva più per il mercato, ma produceva solo per perpetuare se stesso a spese della collettività.
Il fallimento delle nazionalizzazioni venne ampiamente riconosciuto da tutti, ed i partiti di sinistra, che prima ne facevano dei cavalli di battaglia, le hanno cancellate dai loro programmi.
mercoledì 4 giugno 2008
PARLIAMONE: LO STATO CONTRO I GUASTI DEL LAISSER FAIRE
Per quasi tutto il periodo della RIVOLUZIONE INDUSTRIALE (due secoli circa), la classe operaia, ancora non organizzata, pagò un costo tremendo. L’anello debole di questa rivoluzione, che permise l’immenso accumulo di capitale su cui la società moderna fu fondata, era l’operaio non organizzato.
La CONTRATTAZIONE COLLETTIVA non esisteva. E non esisterà ancora per 150 anni. La contrattazione avveniva uno contro uno. Datore di lavoro contro operaio singolo. Era una contrattazione iniqua. La paga che il datore di lavoro era disposto a concedere era quella misera somma appena sufficiente per SOPRAVVIVERE E RIPRODURSI.
Oltre questa paga, l’operaio non aveva alcun diritto. Nè contro le malattie. Nè contro gli incidenti sul lavoro. Nè per la vecchiaia. Era la solideriata familiare che garantiva il funzionamento del meccanismo. L’adulto manteneva il bambino fino ai sette otto anni. Poi questo doveva andare a guadagnarsi un tozzo di pane col sudore della sua fronte e doveva mantenere i propri vecchi negli ultimi anni della loro vita, quando non erano più in grado di lavoro.
Negli anni di crisi economica generalizzata, la scure dei licenziamenti gettava tutti sul lastrico. Nella miseria più nera per tutta la famiglia.
All'inizio del XX secolo, le crisi economiche, che nel frattempo erano diventate sempre più frequenti e sempre più acute, convinsero lo Stato che il sistema liberista, lasciato a se stesso, era incapace di assicurare alla nazione un progresso economico continuo ed equilibrato, come non era stato capace di garantire alla nazione un armonico sviluppo sociale e civile.
Ci si rese conto che se si voleva assicurare alla nazione un crescente sviluppo economico e abolire o, quanto meno, attutire le catastrofiche conseguenze delle depressioni economiche, lo Stato doveva abbandonare la sua tradizionale neutralità ed intervenire anche nel campo dell'economia.
Dapprima questo intervento fu frammentario ed occasionale. Esso si risolveva in «una serie di misure economiche isolate, non coordinate e senza rapporto fra di loro, intese a migliorare, in determinati periodi, le condizioni dei produttori di grano, degli allevatori di bestiame, della industria tessile, di qualsiasi altro gruppo economico.
Poteva essere adottato per mantenere il livello degli utili, dei prezzi, dei salari o delle condizioni di lavoro nella particolare industria che formava oggetto di tali misure, oppure poteva essere principalmente inteso a migliorare il gettito delle imposte.
Poteva anche avere come scopo la conservazione delle risorse minerarie, idriche o forestali; oppure servire ad assistere una comunità o una zona in particolari condizioni di disagio economico; soprattutto poteva spesso rappresentare il tentativo di attenuare gli effetti di una depressione ciclica o strutturale, in gestazione o in atto» (LAUTERBACH).
Ciò che c'era di positivo in queste misure è che esse riuscivano a tappare, bene o male, le falle che continuamente si aprivano nella grande barca dell'economia, ma non riuscivano ad impedire che esse si aprissero, e ciò era dovuto al fatto che, più che misure preventive, esse erano misure correttive di squilibri che si venivano a creare in alcuni settori dell'economia.
Esse si erano dimostrate efficaci nella lotta contro le grandi depressioni o nel risollevare un settore dell'economia da uno stato di crisi, ma del tutto inefficaci per garantire al paese un alto sviluppo economico e sociale.
Fu proprio per colmare questa insufficienza che lo Stato intensificò il suo intervento nel mondo dell'economia con una azione più organica, più coordinata, più continua e, soprattutto, con un'azione programmata, intesa ad utilizzare razionalmente le risorse del Paese e ad aggredire i problemi economici e sociali con una visione globale ed unitaria, distribuendo le risorse secondo una scala di priorità, in modo da assicurare l'armonico sviluppo di tutti i settori della società.
La CONTRATTAZIONE COLLETTIVA non esisteva. E non esisterà ancora per 150 anni. La contrattazione avveniva uno contro uno. Datore di lavoro contro operaio singolo. Era una contrattazione iniqua. La paga che il datore di lavoro era disposto a concedere era quella misera somma appena sufficiente per SOPRAVVIVERE E RIPRODURSI.
Oltre questa paga, l’operaio non aveva alcun diritto. Nè contro le malattie. Nè contro gli incidenti sul lavoro. Nè per la vecchiaia. Era la solideriata familiare che garantiva il funzionamento del meccanismo. L’adulto manteneva il bambino fino ai sette otto anni. Poi questo doveva andare a guadagnarsi un tozzo di pane col sudore della sua fronte e doveva mantenere i propri vecchi negli ultimi anni della loro vita, quando non erano più in grado di lavoro.
Negli anni di crisi economica generalizzata, la scure dei licenziamenti gettava tutti sul lastrico. Nella miseria più nera per tutta la famiglia.
All'inizio del XX secolo, le crisi economiche, che nel frattempo erano diventate sempre più frequenti e sempre più acute, convinsero lo Stato che il sistema liberista, lasciato a se stesso, era incapace di assicurare alla nazione un progresso economico continuo ed equilibrato, come non era stato capace di garantire alla nazione un armonico sviluppo sociale e civile.
Ci si rese conto che se si voleva assicurare alla nazione un crescente sviluppo economico e abolire o, quanto meno, attutire le catastrofiche conseguenze delle depressioni economiche, lo Stato doveva abbandonare la sua tradizionale neutralità ed intervenire anche nel campo dell'economia.
Dapprima questo intervento fu frammentario ed occasionale. Esso si risolveva in «una serie di misure economiche isolate, non coordinate e senza rapporto fra di loro, intese a migliorare, in determinati periodi, le condizioni dei produttori di grano, degli allevatori di bestiame, della industria tessile, di qualsiasi altro gruppo economico.
Poteva essere adottato per mantenere il livello degli utili, dei prezzi, dei salari o delle condizioni di lavoro nella particolare industria che formava oggetto di tali misure, oppure poteva essere principalmente inteso a migliorare il gettito delle imposte.
Poteva anche avere come scopo la conservazione delle risorse minerarie, idriche o forestali; oppure servire ad assistere una comunità o una zona in particolari condizioni di disagio economico; soprattutto poteva spesso rappresentare il tentativo di attenuare gli effetti di una depressione ciclica o strutturale, in gestazione o in atto» (LAUTERBACH).
Ciò che c'era di positivo in queste misure è che esse riuscivano a tappare, bene o male, le falle che continuamente si aprivano nella grande barca dell'economia, ma non riuscivano ad impedire che esse si aprissero, e ciò era dovuto al fatto che, più che misure preventive, esse erano misure correttive di squilibri che si venivano a creare in alcuni settori dell'economia.
Esse si erano dimostrate efficaci nella lotta contro le grandi depressioni o nel risollevare un settore dell'economia da uno stato di crisi, ma del tutto inefficaci per garantire al paese un alto sviluppo economico e sociale.
Fu proprio per colmare questa insufficienza che lo Stato intensificò il suo intervento nel mondo dell'economia con una azione più organica, più coordinata, più continua e, soprattutto, con un'azione programmata, intesa ad utilizzare razionalmente le risorse del Paese e ad aggredire i problemi economici e sociali con una visione globale ed unitaria, distribuendo le risorse secondo una scala di priorità, in modo da assicurare l'armonico sviluppo di tutti i settori della società.
domenica 18 maggio 2008
ALLA RICERCA DI UNA LINGUA PASSEPARTOUT PER UN MONDO GLOBALIZZATO: ESPERANTO O INGLESE?
Dopo la caduta dell’Impero Romano, l’Europa Occidentale collassò su se stessa. Anche se nella forma una parvenza di Stato non scomparve mai completamente, tutto divenne insicuro e la gente aveva paura. Era un mondo aperto che si frantumava e si rinchiudeva in piccole comunità che potevano essere difese meglio.
Il piccolo divenne bello. Anche l’unità della lingua latina si frantumò ed incominciarono a formarsi le lingue nazionali. A parte il mondo germanico, dove il latino era poco conosciuto e la lingua germanica ebbe la sua evoluzione naturale fino ai giorni nostri, negli ex territori dell’Impero Romano si formarono le grandi lingua nazionali: lo spagnolo, il francese e l’italiano.
A livello della popolazione minuta, si formarono delle barriere linguistiche basate su aree geografiche, che vennero prese come segni distintivi dello Stato nazionale.
Quando nel basso medioevo le comunità medievali incominciarono ad aprirsi con la ripresa del commercio, si sentì fortemente il bisogno di una lingua passepartout, che consentisse le libera circolazione delle persone e delle idee negli ex territori dell’Impero Romano.
Il latino, che non era mai scomparso, ma era rimasto come lingua della cultura e delle persone colte, riprese il suo cammino come lingua passepartout (internazionale) della nuova Europa che nasceva e lo rimase fino a tutta il diciassettesimo secolo.
Nel diciottesimo secolo fu sostituito dalla lingua del nuovo astro sorgente in Europa: la Francia, che era diventata una potenza di primo rango a livello mondiale, anche se aveva una grande rivale: l’Inghilterra. Ma l’inglese non si elevò mai a lingua passepartout, almeno fino al ventesimo secolo.
Il francese, invece, si impose come lingua passepartout (internazionale) soprattutto nelle relazioni internazionali (lingua delle diplomazie) e nella cultura. Era una lingua dolce, poetica, strutturalmente completa e di facile apprendimento.
Il suo ruolo di lingua passepartout incominciò a vacillare agli inizi del ventesimo secolo, quando sulla scena mondiale apparve una nuova grande potenza: gli Stati Uniti d’America, di lingua inglese, che venne a dare man forte a questi Stati europei che combattevano contro l’impero austro-ungarico nella Prima Guerra Mondiale.
Come lingua passepartout, il francese ebbe la sua spallata definitiva nella Secondo Guerra Mondiale, quando, ancora una volta, gli Stati Uniti d’America intervennero per salvare le democrazie libere d’Europa dal tracollo finale da parte della Germania di Hitler.
Da questo momento, la lingua passepartout divenne l’inglese. Quello che, in due secoli di storia, non era riuscito all’inglese d’Inghilterra riuscì all’inglese americano.
Alcuni studiosi non accettano questo verdetto come definitivo e stanno studiando l’elaborazione a tavolino di una nuova lingua passepartout: l’ESPERANTO. Ma è un tentativo destinato al fallimento. Le lingue non si costruiscono a tavolino, ma sono degli organismi che hanno una vita propria e conoscono le fasi di tutti gli organismi: crescita, maturità, decadenza.
Da studente universitario, in visita in un scuola americana, alla domanda di un’alunna se la lingua inglese era destinata a lunga vita come lingua passepartout, risposi che dipendeva dal successo o insuccesso dell’U.R.S.S. (Unione Repubbliche Socialiste Sovietiche)
A quell’epoca, anni 60 del secolo scorso, questa nazione incuteva timore. Aveva già imposto la sua influenza su un terzo del globo. Sembrava che il suo tentativo potesse avere successo. Ma, fortunatamente, la storia incomincio a girare diversamente non appena questa nazione mostrò il suo vero volto.
Il piccolo divenne bello. Anche l’unità della lingua latina si frantumò ed incominciarono a formarsi le lingue nazionali. A parte il mondo germanico, dove il latino era poco conosciuto e la lingua germanica ebbe la sua evoluzione naturale fino ai giorni nostri, negli ex territori dell’Impero Romano si formarono le grandi lingua nazionali: lo spagnolo, il francese e l’italiano.
A livello della popolazione minuta, si formarono delle barriere linguistiche basate su aree geografiche, che vennero prese come segni distintivi dello Stato nazionale.
Quando nel basso medioevo le comunità medievali incominciarono ad aprirsi con la ripresa del commercio, si sentì fortemente il bisogno di una lingua passepartout, che consentisse le libera circolazione delle persone e delle idee negli ex territori dell’Impero Romano.
Il latino, che non era mai scomparso, ma era rimasto come lingua della cultura e delle persone colte, riprese il suo cammino come lingua passepartout (internazionale) della nuova Europa che nasceva e lo rimase fino a tutta il diciassettesimo secolo.
Nel diciottesimo secolo fu sostituito dalla lingua del nuovo astro sorgente in Europa: la Francia, che era diventata una potenza di primo rango a livello mondiale, anche se aveva una grande rivale: l’Inghilterra. Ma l’inglese non si elevò mai a lingua passepartout, almeno fino al ventesimo secolo.
Il francese, invece, si impose come lingua passepartout (internazionale) soprattutto nelle relazioni internazionali (lingua delle diplomazie) e nella cultura. Era una lingua dolce, poetica, strutturalmente completa e di facile apprendimento.
Il suo ruolo di lingua passepartout incominciò a vacillare agli inizi del ventesimo secolo, quando sulla scena mondiale apparve una nuova grande potenza: gli Stati Uniti d’America, di lingua inglese, che venne a dare man forte a questi Stati europei che combattevano contro l’impero austro-ungarico nella Prima Guerra Mondiale.
Come lingua passepartout, il francese ebbe la sua spallata definitiva nella Secondo Guerra Mondiale, quando, ancora una volta, gli Stati Uniti d’America intervennero per salvare le democrazie libere d’Europa dal tracollo finale da parte della Germania di Hitler.
Da questo momento, la lingua passepartout divenne l’inglese. Quello che, in due secoli di storia, non era riuscito all’inglese d’Inghilterra riuscì all’inglese americano.
Alcuni studiosi non accettano questo verdetto come definitivo e stanno studiando l’elaborazione a tavolino di una nuova lingua passepartout: l’ESPERANTO. Ma è un tentativo destinato al fallimento. Le lingue non si costruiscono a tavolino, ma sono degli organismi che hanno una vita propria e conoscono le fasi di tutti gli organismi: crescita, maturità, decadenza.
Da studente universitario, in visita in un scuola americana, alla domanda di un’alunna se la lingua inglese era destinata a lunga vita come lingua passepartout, risposi che dipendeva dal successo o insuccesso dell’U.R.S.S. (Unione Repubbliche Socialiste Sovietiche)
A quell’epoca, anni 60 del secolo scorso, questa nazione incuteva timore. Aveva già imposto la sua influenza su un terzo del globo. Sembrava che il suo tentativo potesse avere successo. Ma, fortunatamente, la storia incomincio a girare diversamente non appena questa nazione mostrò il suo vero volto.
sabato 10 maggio 2008
IL CROGIOLO CULTURALE DELL’EUROPA DI OGGI: LE UNIVERSITA'
Le università furono la risposta dell'uomo medievale al suo bisogno di cultura. Le scuole che operavano presso le cattedrali non rispondevano più alle esigenze degli spiriti nuovi del mondo laico, che si avvicinavano ad un'attività che era sempre rimasta chiusa nei monasteri e destinata ai chierici.
La conoscenza che questi spiriti nuovi ricercavano non era quella del trivio e del quadrivio, ma era una conoscenza più specialistica che consentisse l'approfondimento di alcune tematiche.
In Italia queste tematiche riguardavano, principalmente, il diritto e la medicina. Oltr'Alpi avevano un carattere più spiccatamente teologico.
Le università medievali promossero e garantirono la circolazione delle idee in un'Europa, che manteneva la sua unità culturale e linguistica. Le barriere nazionali non erano ancora sorte e lo studioso sentiva di appartenere ad una stessa comunità di una vasta area geografica, che aveva le stesse tradizioni e parlava la stessa lingua (latino).
Questa libertà di movimento creò gli itineranti della cultura che si trovavano a loro agio in tutti gli angoli d'Europa: a Bologna come a Parigi; a Salerno come a Oxford.
La libertà di movimento era accompagnata dalla libertà di autogestione. Le università, in effetti, erano libere associazioni di studenti che assumevano dei docenti o erano libere associazioni di docenti intorno ai quali si raggruppavano gli studenti.
Il riconoscimento ufficiale del papato o dell'impero come studium generale (universitas) seguiva sempre dopo la nascita, mai prima.
La conoscenza che questi spiriti nuovi ricercavano non era quella del trivio e del quadrivio, ma era una conoscenza più specialistica che consentisse l'approfondimento di alcune tematiche.
In Italia queste tematiche riguardavano, principalmente, il diritto e la medicina. Oltr'Alpi avevano un carattere più spiccatamente teologico.
Le università medievali promossero e garantirono la circolazione delle idee in un'Europa, che manteneva la sua unità culturale e linguistica. Le barriere nazionali non erano ancora sorte e lo studioso sentiva di appartenere ad una stessa comunità di una vasta area geografica, che aveva le stesse tradizioni e parlava la stessa lingua (latino).
Questa libertà di movimento creò gli itineranti della cultura che si trovavano a loro agio in tutti gli angoli d'Europa: a Bologna come a Parigi; a Salerno come a Oxford.
La libertà di movimento era accompagnata dalla libertà di autogestione. Le università, in effetti, erano libere associazioni di studenti che assumevano dei docenti o erano libere associazioni di docenti intorno ai quali si raggruppavano gli studenti.
Il riconoscimento ufficiale del papato o dell'impero come studium generale (universitas) seguiva sempre dopo la nascita, mai prima.
domenica 4 maggio 2008
HOMO HOMINI LUPUS: IL LAISSER FAIRE
Nel mondo ad economia globalizzata, in cui viviamo oggi, le funzioni storiche dello Stato devono essere ripensate. Quelle svolte nel passato (liberismo, Stato ad economia mista e ad economia pianificata (nei paesi dell’ex socialismo reale) sono diventate materia per gli storici.
Nel mondo della globalizzazione c’è bisogno di un intervento più complesso per garantire un equilibrio più corretto tra tutte le forze in campo: lavoro, capitale e forze sociali.
Oggi vorrei occuparmi di quella forma di Stato che è stata in auge dal 1750 al 1908 circa, cioè lo Stato liberista. Dello Stato ad economia mista e di quello ad economia pianificata (Russia sovietica) me ne occuperò nei prossimi post.
Il liberismo (laisser faire), che imperò per tutto il periodo della RIVOLUZIONE INDUSTRIALE, intendeva lo Stato come gendarme, come guardiano della libertà di chi aveva un interesse materiale reale nel Paese, cioè la classe dei proprietari. Si presupponeva, ed era vero nella realtà, che l'opulenza dei ricchi suscitasse l'indignazione dei poveri che. spesso, spinti dal bisogno, invadevano la proprietà dei ricchi. Il ricco poteva dormire i suoi sonni tranquillo solo sotto la protezione dello Stato-gendarme.
Le altre funzione dello Stato erano limitate a tutte quelle attività che, per il loro carattere collettivo, sociale ed umanitario, restavano fuori del campo di azione dell'iniziativa privata, basata principalmente sul PROFITTO.
La fondazione di ospedali, la costruzione di strade, di ponti, ecc., erano tutte cose che non avrebbero potuto offrire un profitto all'imprenditore privato e quindi dovevano essere costruite e fondate col denaro pubblico. Naturalmente, lo Stato poteva imporre delle tasse che avrebbero dovuto essere proporzionali alla ricchezza, ma che in realtà venivano pagate soltanto dalle classi più povere.
Al di fuori di questa limitatissima sfera, lo Stato non poteva operare. Anzi, esso doveva lasciare l'individuo libero di perseguire il suo proprio interesse, specialmente nel campo economico «poiché ogni individuo cercando... di promuovere soltanto il suo particolare guadagno è guidato da una MANO INVISIBILE a promuovere... quello della società più efficacemente di quanto egli intenda veramente promuoverlo»( Adam Smith).
In breve, lo Stato doveva garantire al cittadino tutte le libertà civili (libertà di parola, libertà di stampa, libertà religiosa, ecc.), ma non poteva e non doveva intervenire, in nessuno modo, per concedere al cittadino non proprietario quella che Franklin D. Rooselvelt, Presidente degli Stati Uniti d'America, definì una delle quattro libertà fondamentali dell’uomo: la LIBERTA’ DAL BISOGNO.
Il benessere dei cittadini era appannaggio esclusivo della "MANO INVISIBILE" che, attraverso gli egoismi particolari, avrebbe promosso il benessere collettivo.
In questo consisteva il principio del laisser faire, che consentì un tremendo accumulo di capitale attraverso il selvaggio sfruttamento dei lavoratori: 1) libera concorrenza; 2) iniziativa privata; 3) individualismo. Ed era «basato sulla fede del costante ed automatico adattamento tra domanda ed offerta, tra consumi ed investimento, tra salari ed impieghi.
Nella realtà, invece, la vita economica, durante il laisser faire, era caratterizzata dall'alternarsi di fasi di prosperità e di depressioni (i cosiddetti cicli economici).
Quando la depressione economica si imponeva trascinava con sé salari e profitti, causando una disoccupazione massiccia e una miseria generale. L'ingranaggio del mondo della produzione si bloccava e cessava di produrre.
I lavoratori si trovavano d'improvviso disoccupati ed esposti alla più nera miseria. E la loro condizione era tanto più triste in quanto non esisteva alcuna regolamentazione sociale che li garantisse dalla conseguenza della disoccupazione e dalla fame.
Furono, appunto. le gravi conseguenze di queste depressioni ricorrenti, le quali facevano piombare le nazioni in uno stato di momentanea barbarie, che incoraggiarono l'intervento dello Stato nel mondo dell'economia.
Tuttavia, non era la prima volta che lo Stato interveniva per correggere le anomalie del sistema liberista. Il suo primo intervento lo Stato lo operò negli stessi anni ruggenti del laisser faire, quando cercò, con una legislazione illuminata, di correggere gli aspetti più disumani della società liberista, basata sullo SFRUTTAMENTO DELL’UOMO DA PARTE DELL’UOMO.
Nel mondo liberista, ogni comunità nazionale era divisa in DUE GRANDI CLASSI CONTRAPPOSTE: i RICCHI e i POVERI. «Con il loro denaro i ricchi potevano comprarsi le medicine per il loro corpo e l'istruzione per le loro menti. Essi potevano abitare in case grandi e graziose.
Il povero non poteva fare nulla di tutto ciò. Egli era alla mercè del datore di lavoro, che gli corrispondeva un salario che bastava appena per mantenersi in vita e riprodursi (sussistenza).
Per il ricco, né la disoccupazione, né la vecchiaia rappresentavano una crìsì finanziaria perché il reddito del capitale che avevano accumulato continuava a scorrere. Per il povero, il pensiero di perdere la sua fonte di guadagno a causa della sopraggiunta vecchiaia o la perdita del posto di lavoro costituiva un terrore che lo ossessionava quotidianamente.
La classe lavoratrice, per la quale il prezzo dell'istruzione privata, dell'assistenza medica privata, dell'abitazione e dell'assicurazione privata era proibitivo, poteva ottenere questi servizi da una fonte soltanto, cioè da una fonte pubblica» (L. LIPSON).
Lo Stato incominciò ad approvare una serie di leggi (legislazione sociale), in un arco di tempo più o meno lungo, che mirava, appunto, a sollevare il lavoratore da quello stato di abbrutimento e di sfruttamento in cui lo aveva spinto la giungla della RIVOLUZIONE INDUSTRIALE e a garantirgli un tenore di vita più elevato della semplice sussistenza e, soprattutto, a garantirgli condizioni di vita più umane.
Si incominciarono ad approvare leggi che proibivano l'impiego di fanciulli nelle fabbriche e nelle miniere e riducevano la giornata lavorativa degli adulti da 18 a 16, poi a 12 ore per arrivare, infine, alle 8 ore giornaliere dei nostri giorni.
Si intervenne sulla CONTRATTAZIONE SALARIALE tra il datore di lavoro e il lavoratore, fissando le tariffe minime di salario, disponendo che fossero assicurati al lavoratore migliori condizioni igieniche negli ambienti di lavoro, una maggiore salvaguardia contro gli infortuni, contro le malattie, contro l'invalidità, la vecchiaia e contro la disoccupazione.
Si intervenne anche nel campo dell'istruzione, che era quasi esclusivamente nelle mani degli ordini religiosi, le cui scuole, per ìl loro carattere privato, erano frequentate da persone che potevano pagare, creando, anche qui, una spaccatura profonda tra una piccola minoranza istruita e privilegiata e una massa amorfa di reietti analfabeti. Si istituì, infine, la scuola di Stato.
Sebbene l'intervento dello Stato, in questo settore così fondamentale al progresso civile di ogni nazione, si limitò alla scuola elementare, esso ebbe il grande merito di avere aperto le porte dell'istruzione alle grandi masse e di averla resa obbligatoria e gratuita.
Nel mondo della globalizzazione c’è bisogno di un intervento più complesso per garantire un equilibrio più corretto tra tutte le forze in campo: lavoro, capitale e forze sociali.
Oggi vorrei occuparmi di quella forma di Stato che è stata in auge dal 1750 al 1908 circa, cioè lo Stato liberista. Dello Stato ad economia mista e di quello ad economia pianificata (Russia sovietica) me ne occuperò nei prossimi post.
Il liberismo (laisser faire), che imperò per tutto il periodo della RIVOLUZIONE INDUSTRIALE, intendeva lo Stato come gendarme, come guardiano della libertà di chi aveva un interesse materiale reale nel Paese, cioè la classe dei proprietari. Si presupponeva, ed era vero nella realtà, che l'opulenza dei ricchi suscitasse l'indignazione dei poveri che. spesso, spinti dal bisogno, invadevano la proprietà dei ricchi. Il ricco poteva dormire i suoi sonni tranquillo solo sotto la protezione dello Stato-gendarme.
Le altre funzione dello Stato erano limitate a tutte quelle attività che, per il loro carattere collettivo, sociale ed umanitario, restavano fuori del campo di azione dell'iniziativa privata, basata principalmente sul PROFITTO.
La fondazione di ospedali, la costruzione di strade, di ponti, ecc., erano tutte cose che non avrebbero potuto offrire un profitto all'imprenditore privato e quindi dovevano essere costruite e fondate col denaro pubblico. Naturalmente, lo Stato poteva imporre delle tasse che avrebbero dovuto essere proporzionali alla ricchezza, ma che in realtà venivano pagate soltanto dalle classi più povere.
Al di fuori di questa limitatissima sfera, lo Stato non poteva operare. Anzi, esso doveva lasciare l'individuo libero di perseguire il suo proprio interesse, specialmente nel campo economico «poiché ogni individuo cercando... di promuovere soltanto il suo particolare guadagno è guidato da una MANO INVISIBILE a promuovere... quello della società più efficacemente di quanto egli intenda veramente promuoverlo»( Adam Smith).
In breve, lo Stato doveva garantire al cittadino tutte le libertà civili (libertà di parola, libertà di stampa, libertà religiosa, ecc.), ma non poteva e non doveva intervenire, in nessuno modo, per concedere al cittadino non proprietario quella che Franklin D. Rooselvelt, Presidente degli Stati Uniti d'America, definì una delle quattro libertà fondamentali dell’uomo: la LIBERTA’ DAL BISOGNO.
Il benessere dei cittadini era appannaggio esclusivo della "MANO INVISIBILE" che, attraverso gli egoismi particolari, avrebbe promosso il benessere collettivo.
In questo consisteva il principio del laisser faire, che consentì un tremendo accumulo di capitale attraverso il selvaggio sfruttamento dei lavoratori: 1) libera concorrenza; 2) iniziativa privata; 3) individualismo. Ed era «basato sulla fede del costante ed automatico adattamento tra domanda ed offerta, tra consumi ed investimento, tra salari ed impieghi.
Nella realtà, invece, la vita economica, durante il laisser faire, era caratterizzata dall'alternarsi di fasi di prosperità e di depressioni (i cosiddetti cicli economici).
Quando la depressione economica si imponeva trascinava con sé salari e profitti, causando una disoccupazione massiccia e una miseria generale. L'ingranaggio del mondo della produzione si bloccava e cessava di produrre.
I lavoratori si trovavano d'improvviso disoccupati ed esposti alla più nera miseria. E la loro condizione era tanto più triste in quanto non esisteva alcuna regolamentazione sociale che li garantisse dalla conseguenza della disoccupazione e dalla fame.
Furono, appunto. le gravi conseguenze di queste depressioni ricorrenti, le quali facevano piombare le nazioni in uno stato di momentanea barbarie, che incoraggiarono l'intervento dello Stato nel mondo dell'economia.
Tuttavia, non era la prima volta che lo Stato interveniva per correggere le anomalie del sistema liberista. Il suo primo intervento lo Stato lo operò negli stessi anni ruggenti del laisser faire, quando cercò, con una legislazione illuminata, di correggere gli aspetti più disumani della società liberista, basata sullo SFRUTTAMENTO DELL’UOMO DA PARTE DELL’UOMO.
Nel mondo liberista, ogni comunità nazionale era divisa in DUE GRANDI CLASSI CONTRAPPOSTE: i RICCHI e i POVERI. «Con il loro denaro i ricchi potevano comprarsi le medicine per il loro corpo e l'istruzione per le loro menti. Essi potevano abitare in case grandi e graziose.
Il povero non poteva fare nulla di tutto ciò. Egli era alla mercè del datore di lavoro, che gli corrispondeva un salario che bastava appena per mantenersi in vita e riprodursi (sussistenza).
Per il ricco, né la disoccupazione, né la vecchiaia rappresentavano una crìsì finanziaria perché il reddito del capitale che avevano accumulato continuava a scorrere. Per il povero, il pensiero di perdere la sua fonte di guadagno a causa della sopraggiunta vecchiaia o la perdita del posto di lavoro costituiva un terrore che lo ossessionava quotidianamente.
La classe lavoratrice, per la quale il prezzo dell'istruzione privata, dell'assistenza medica privata, dell'abitazione e dell'assicurazione privata era proibitivo, poteva ottenere questi servizi da una fonte soltanto, cioè da una fonte pubblica» (L. LIPSON).
Lo Stato incominciò ad approvare una serie di leggi (legislazione sociale), in un arco di tempo più o meno lungo, che mirava, appunto, a sollevare il lavoratore da quello stato di abbrutimento e di sfruttamento in cui lo aveva spinto la giungla della RIVOLUZIONE INDUSTRIALE e a garantirgli un tenore di vita più elevato della semplice sussistenza e, soprattutto, a garantirgli condizioni di vita più umane.
Si incominciarono ad approvare leggi che proibivano l'impiego di fanciulli nelle fabbriche e nelle miniere e riducevano la giornata lavorativa degli adulti da 18 a 16, poi a 12 ore per arrivare, infine, alle 8 ore giornaliere dei nostri giorni.
Si intervenne sulla CONTRATTAZIONE SALARIALE tra il datore di lavoro e il lavoratore, fissando le tariffe minime di salario, disponendo che fossero assicurati al lavoratore migliori condizioni igieniche negli ambienti di lavoro, una maggiore salvaguardia contro gli infortuni, contro le malattie, contro l'invalidità, la vecchiaia e contro la disoccupazione.
Si intervenne anche nel campo dell'istruzione, che era quasi esclusivamente nelle mani degli ordini religiosi, le cui scuole, per ìl loro carattere privato, erano frequentate da persone che potevano pagare, creando, anche qui, una spaccatura profonda tra una piccola minoranza istruita e privilegiata e una massa amorfa di reietti analfabeti. Si istituì, infine, la scuola di Stato.
Sebbene l'intervento dello Stato, in questo settore così fondamentale al progresso civile di ogni nazione, si limitò alla scuola elementare, esso ebbe il grande merito di avere aperto le porte dell'istruzione alle grandi masse e di averla resa obbligatoria e gratuita.
sabato 26 aprile 2008
LE IDEE CHE CONTANO: IL CONCETTO DI GERARCHIA
Il concetto di gerarchia nasce nell'ambito della chiesa per soddisfare una duplice esigenza: fissare un rapporto ordinato all'interno del magistero della chiesa, che appartiene solo ai vertici (scala gerarchica: vescovi, cardinali, papa), e dare una struttura organizzativa all'amministrazione della chiesa con responsabilità subordinate che vanno dal basso verso l'alto.
Nel primo caso, il clero sottostante appartiene alla chiesa che ascolta l'insegnamento (magistero) della gerarchia (vescovi, cardinali, papa), la cui autorità era ed è indiscutibile.
Nel secondo caso i gradini più bassi sono responsabili (subordinati) verso il loro diretto superiore in una catena gerarchica, che termina solo al vertice (papa).
Tutti gli Stati hanno fatto proprio quest'ultimo tipo di organizzazione gerarchica e l'hanno applicata sia nell' amministrazione civile che in quella militare. Le persone e gli uffici sono ordinati secondo un rapporto di subordinazione verso l'alto.
Senza questa organizzazione uno Stato ordinato non potrebbe esistere.
Nel primo caso, il clero sottostante appartiene alla chiesa che ascolta l'insegnamento (magistero) della gerarchia (vescovi, cardinali, papa), la cui autorità era ed è indiscutibile.
Nel secondo caso i gradini più bassi sono responsabili (subordinati) verso il loro diretto superiore in una catena gerarchica, che termina solo al vertice (papa).
Tutti gli Stati hanno fatto proprio quest'ultimo tipo di organizzazione gerarchica e l'hanno applicata sia nell' amministrazione civile che in quella militare. Le persone e gli uffici sono ordinati secondo un rapporto di subordinazione verso l'alto.
Senza questa organizzazione uno Stato ordinato non potrebbe esistere.
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