LA DICOTOMIA CERVELLO-MENTE
Quando l'uomo esce dalla ferinità, con la sua posizione eretta, è in possesso solo di questi due stadi del cervello (Hawkes-Wooley, 1963: 59), ma -da quel momento- incomincerà a svilupparne un terzo (Trivus, 1971: 35-37), la neocorteccia, che si dimostrerà la più rivoluzionaria delle strutture biologiche dell'uomo.
Nel tempo, la neocorteccia diverrà la sede dove si registreranno le azioni che egli compie nella vita quotidiana per affrontare e risolvere, a livello istintuale, i problemi che gli si pongono e ne conserverà la memoria (Oakley, 1954: 17).
Quando imparerà a coordinare questa memoria avrà acquisito l'abilità che lo rende "diverso e superiore a tutti i mammiferi" (Burtt, 1946: 13), al cui ordine appartiene: il pensiero.
Il pensiero è una conquista relativamente tarda nella storia dell'uomo. L'uomo che usciva dalla ferinità non lo possedeva. Egli agiva sotto l'impulso degli istinti primordiali (paleocervello) o delle emozioni e del sentimento (cervello mammifero).
Il pensiero sopraggiungerà quando egli avrà acquisito la capacità-abilità di organizzare le imitazioni e le azioni interiorizzate (informazioni) (Mumford, 1969: 90) in immagini mentali per creare dei messaggi.
cioè, quando svilupperà la capacità di organizzare una lingua semplice di base, fatta di agenti, azioni, attributi, ecc., sviluppando, così, un'attività del cervello prima sconosciuta, a cui noi oggi diamo il nome di mente. E' da questo momento che nasce la dicotomia cervello-mente, che sarà poi la sua caratteristica fondamentale (Prometeo, 1984).
Nella storia dell'uomo, quest'organizzazione delle informazioni si è avuta a diversi livelli: dalla più semplice, quella sensomotoria dell'uomo primitivo, alla più complessa, quella operatorio formale dell'uomo contemporaneo, per cui parliamo di livelli di struttura mentale o intelligenza.
La storia dell'uomo è stata la storia dell'evoluzione di questi livelli di struttura mentale. Tutte le conquiste fatte dall'uomo nella storia sono conquiste strettamente ed indissolubilmente legate alle sue capacità intellettive.
La capacità di coordinare i suoi movimenti in posizione eretta, la lavorazione della prima pietra per farne un arnese, l'invenzione della lancia o dell'arco per la caccia grossa, l'invenzione dell'agricoltura e della terracotta, ecc., rappresentano tutti stadi dell'evoluzione delle sue capacità intellettive.
Queste sono cresciute lentissimamente, per passi graduali e successivi, ma non consecutivi. Tra i diversi livelli non c'è mai stata, fino al XVII secolo, un'evoluzione costante. I regressi a livelli inferiori, fino ad un certo periodo storico, sono stati la regola piuttosto che l'eccezione.
Per questo motivo, letture della storia, come quella di Vico, non sono arbitrarie, ma trovano una giustificazione nelle vicende dell'uomo. Il progresso costante, anche se lento - esasperatamente lento, almeno fino al primo quarto del XX secolo - si è avuto solo a partire dal secolo della rivoluzione scientifica.
Cioè, da quando Galileo - nel XVII secolo - consegnò ai suoi simili un metodo per la ricerca valido sotto tutti i climi e in ogni angolo della terra, e la cui diffusione fu facilitata dal fatto che la tribù umana era completamente civilizzata, tranne poche frange di nessuna rilevanza storica, e relativamente omogeneizzata, almeno per quello che riguarda l'Occidente.
Le orde barbariche, che nei tempi antichi premevano alla frontiera del mondo civile e che spesso erano la causa contingente della sua distruzione, secondo l'efficace lettura della storia fatta da Toynbee, erano completamente assorbite nel mondo civilizzato.
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mercoledì 11 gennaio 2012
venerdì 6 gennaio 2012
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (37)
IL LUNGO CAMMINO DELL'UOMO
La Storia dell'uomo inizia con le civiltà dell'Antico Oriente. Prima abbiamo la lunga notte della preistoria. Esse furono le prime, per quanto ne sappiamo, ad iniziare quel tipo di organizzazione politica (Carneiro, 1970: 733-38) e sociale (Hawkes-Wooley, 1963) che poi sarà caratteristica di tutta l'umanità successiva.
Comunque, esse costituiscono il punto di arrivo di un processo che era iniziato quando l'uomo si era staccato, in via definitiva, dalle scimmie antropoidi (Le Gros, 1967) per dar vita ad una specie mai vista prima sulla terra, nè immaginabile dal punto di vista biologico: la specie homo.
In effetti, il distacco dell'uomo dalle sue cugine scimmie non fu determinato da una mutazione genetica, ma avvenne per una mutazione culturale (Hewes, 1964: 416-18): la capacità, acquisita quattro milioni di anni avanti Cristo, di camminare in posizione eretta.
Questa fu la prima rivoluzione, forse la più grande, che l'uomo abbia mai compiuto. Egli sottraeva alla locomozione due dei suoi arti e li aveva li pronti per essere utilizzati in altre attività. Con questo atto, egli usciva dalla condizione animale strettamente intesa per iniziare il primo luminoso capitolo della storia dell'uomo.
Quando sottraeva due dei suoi arti alla locomozione, egli era già in possesso di una struttura e di una capacità, che - assieme alle neo acquisite mani - dovevano costituire la triade della sua potenza futura come dominatore del mondo fisico.
La capacità era quella di emettere suoni e rumori. Una capacità comune a tutto il regno animale ma - a differenza degli altri animali - l'uomo imparerà a dare ordine a questi suoni e rumori; imparerà ad articolarli e a renderli comprensibili ai suoi simili; cioè, li trasformerà in linguaggio ( MacDonald, 1960: 289-308 ) e questo lo metterà in grado di comunicare la propria esperienza non solo ai suoi contemporanei, ma anche ai posteri, attraverso il racconto orale prima e la scrittura poi, ponendo le basi, attraverso l'accumulo delle conoscenze, della sua ulteriore evoluzione.
"L'uomo preistorico diede inizio alla specifica attività mentale... e alla formazione della sua futura personalità attraverso l'evoluzione dei gesti e dei suoni in simboli. L'uso di questi simboli, per esprimere e comunicare le proprie esperienze, sarà la condizione necessaria per creare le prime comunità e per avere la prima netta distinzione tra l'uomo e il resto del mondo animale" (Ratner, 1941: 98).
La struttura era rappresentata da una massa di materia molliccia a due stadi, che risiedeva in quella che oggi chiamiamo scatola cranica: il cervello. Il primo stadio (il paleocervello) di questa massa di materia originariamente svolgeva la funzione di stabilizzatore dell'equilibrio corporeo nei movimenti ed era la sede degli impulsi o istinti primordiali: la paura e l'aggressività.
Il secondo stadio (il cervello mammifero), sovrapposto al primo, si sviluppò quando la primitiva condizione di rettile si evolse in quella di mammifero. In questo secondo stadio (cervello mammifero) risiedono gli impulsi dei sentimenti e l'emotività.
CONTINUA
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La Storia dell'uomo inizia con le civiltà dell'Antico Oriente. Prima abbiamo la lunga notte della preistoria. Esse furono le prime, per quanto ne sappiamo, ad iniziare quel tipo di organizzazione politica (Carneiro, 1970: 733-38) e sociale (Hawkes-Wooley, 1963) che poi sarà caratteristica di tutta l'umanità successiva.
Comunque, esse costituiscono il punto di arrivo di un processo che era iniziato quando l'uomo si era staccato, in via definitiva, dalle scimmie antropoidi (Le Gros, 1967) per dar vita ad una specie mai vista prima sulla terra, nè immaginabile dal punto di vista biologico: la specie homo.
In effetti, il distacco dell'uomo dalle sue cugine scimmie non fu determinato da una mutazione genetica, ma avvenne per una mutazione culturale (Hewes, 1964: 416-18): la capacità, acquisita quattro milioni di anni avanti Cristo, di camminare in posizione eretta.
Questa fu la prima rivoluzione, forse la più grande, che l'uomo abbia mai compiuto. Egli sottraeva alla locomozione due dei suoi arti e li aveva li pronti per essere utilizzati in altre attività. Con questo atto, egli usciva dalla condizione animale strettamente intesa per iniziare il primo luminoso capitolo della storia dell'uomo.
Quando sottraeva due dei suoi arti alla locomozione, egli era già in possesso di una struttura e di una capacità, che - assieme alle neo acquisite mani - dovevano costituire la triade della sua potenza futura come dominatore del mondo fisico.
La capacità era quella di emettere suoni e rumori. Una capacità comune a tutto il regno animale ma - a differenza degli altri animali - l'uomo imparerà a dare ordine a questi suoni e rumori; imparerà ad articolarli e a renderli comprensibili ai suoi simili; cioè, li trasformerà in linguaggio ( MacDonald, 1960: 289-308 ) e questo lo metterà in grado di comunicare la propria esperienza non solo ai suoi contemporanei, ma anche ai posteri, attraverso il racconto orale prima e la scrittura poi, ponendo le basi, attraverso l'accumulo delle conoscenze, della sua ulteriore evoluzione.
"L'uomo preistorico diede inizio alla specifica attività mentale... e alla formazione della sua futura personalità attraverso l'evoluzione dei gesti e dei suoni in simboli. L'uso di questi simboli, per esprimere e comunicare le proprie esperienze, sarà la condizione necessaria per creare le prime comunità e per avere la prima netta distinzione tra l'uomo e il resto del mondo animale" (Ratner, 1941: 98).
La struttura era rappresentata da una massa di materia molliccia a due stadi, che risiedeva in quella che oggi chiamiamo scatola cranica: il cervello. Il primo stadio (il paleocervello) di questa massa di materia originariamente svolgeva la funzione di stabilizzatore dell'equilibrio corporeo nei movimenti ed era la sede degli impulsi o istinti primordiali: la paura e l'aggressività.
Il secondo stadio (il cervello mammifero), sovrapposto al primo, si sviluppò quando la primitiva condizione di rettile si evolse in quella di mammifero. In questo secondo stadio (cervello mammifero) risiedono gli impulsi dei sentimenti e l'emotività.
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martedì 3 gennaio 2012
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (36)
L’UOMO CONQUISTA IL PENSIERO LOGICO
"Tutta la storia passata dell'uomo è un preludio alla sua capacità odierna di un pensiero logico [formale]" (Copeland, 1974: 35). Pensiero logico che, tuttavia, l'uomo ha incominciato ad acquisire con le prime civiltà urbane, ma a livello diverso, o - se vogliamo - ad una maturità diversa.
La storia dell'uomo è stata una successione di stati di maturità. In ogni epoca, l'uomo storico ha raggiunto la sua maturità, ma ad un livello diverso, generalmente superiore a quello precedente, tranne nell'epoca medievale occidentale, quando si ebbe un regresso.
In termini piagetiani, ogni maturità raggiunta (forma), o massimo livello di struttura mentale per quell'epoca, costituiva il contenuto della forma successiva. E questo è il principio che ha guidato l'evoluzione mentale dell'uomo nella storia.
Quando un popolo, una civiltà, o uno Stato, aveva raggiunto la sua maturità (forma), aveva preparato, per ciò stesso, il contenuto per l'uomo della civiltà successiva. "Attraverso questo processo, gli stadi dello sviluppo cognitivo dimostrano un'essenziale relatività di forma e contenuto, poichè ciò che è forma ad un livello diventa contenuto al successivo. Così le strutture operative concrete sono forma rispetta al livello senso-motorio che esse soppiantano, ma sono contenuto rispetto all'operatività ipotetica-deduttiva che ancora deve venire" (Rotman, 1977: 83).
La forma delle civiltà dell'Antico Oriente (pensiero transduttivo) costituì il contenuto della forma della civiltà greca (pensiero operatorio concreto), come quest'ultima costituì il contenuto della forma della civiltà europea (pensiero operatorio formale).
Per riassumere, il concetto di maturità è relativo, non assoluto. E questo è vero sia per l'uomo come specie, sia per l'individuo. La maturità assoluta, per l'uomo, se esiste, si avrà solo quando egli avrà imparato ad utilizzare tutte le capacità-possibilità del suo organo cervello, che ora, come abbiamo visto, utilizza solo al tre per cento.
Ma anche allora, non è certo che non ci sarà un livello successivo. Se le capacità del cervello sono quelle di assimilare, organizzare, connettere, inventare, ecc., è probabile che egli troverà un modo nuovo di utilizzare questa capacità-abilità, per cui la fine potrebbe significare un nuovo cominciamento.
Già altre volte, l'uomo ha dimostrato di avere questa possibilità. Quando si credeva che ormai avesse raggiunto il massimo delle sue possibilità nel campo della conoscenza, c'è stato sempre qualcuno, individuo, nazione o civiltà, che ha fornito un nuovo paradigma ed il cammino è ripreso, ma su un altro binario. Non sarà questo il caso prossimo venturo ?
La civiltà europea, di cui l'Inghilterra fa parte, è figlia dell'eredità sociale dell'uomo che ha realizzato se stesso nella storia. Nel XVI secolo dell'era moderna, in Inghilterra si erano create le condizioni per la nascita di un uomo nuovo, ma vecchio quanto la storia, che era destinato a prendere in mano i destini dell'umanità per condurla verso un nuovo ed impensabile traguardo: quello del sovvertimento totale dell'organizzazione sociale e produttiva, che era esistita sin dalla notte dei tempi, e dell'instaurazione di un nuovo sistema di produzione che avrebbe cambiato il volto del mondo.
CONTINUA
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"Tutta la storia passata dell'uomo è un preludio alla sua capacità odierna di un pensiero logico [formale]" (Copeland, 1974: 35). Pensiero logico che, tuttavia, l'uomo ha incominciato ad acquisire con le prime civiltà urbane, ma a livello diverso, o - se vogliamo - ad una maturità diversa.
La storia dell'uomo è stata una successione di stati di maturità. In ogni epoca, l'uomo storico ha raggiunto la sua maturità, ma ad un livello diverso, generalmente superiore a quello precedente, tranne nell'epoca medievale occidentale, quando si ebbe un regresso.
In termini piagetiani, ogni maturità raggiunta (forma), o massimo livello di struttura mentale per quell'epoca, costituiva il contenuto della forma successiva. E questo è il principio che ha guidato l'evoluzione mentale dell'uomo nella storia.
Quando un popolo, una civiltà, o uno Stato, aveva raggiunto la sua maturità (forma), aveva preparato, per ciò stesso, il contenuto per l'uomo della civiltà successiva. "Attraverso questo processo, gli stadi dello sviluppo cognitivo dimostrano un'essenziale relatività di forma e contenuto, poichè ciò che è forma ad un livello diventa contenuto al successivo. Così le strutture operative concrete sono forma rispetta al livello senso-motorio che esse soppiantano, ma sono contenuto rispetto all'operatività ipotetica-deduttiva che ancora deve venire" (Rotman, 1977: 83).
La forma delle civiltà dell'Antico Oriente (pensiero transduttivo) costituì il contenuto della forma della civiltà greca (pensiero operatorio concreto), come quest'ultima costituì il contenuto della forma della civiltà europea (pensiero operatorio formale).
Per riassumere, il concetto di maturità è relativo, non assoluto. E questo è vero sia per l'uomo come specie, sia per l'individuo. La maturità assoluta, per l'uomo, se esiste, si avrà solo quando egli avrà imparato ad utilizzare tutte le capacità-possibilità del suo organo cervello, che ora, come abbiamo visto, utilizza solo al tre per cento.
Ma anche allora, non è certo che non ci sarà un livello successivo. Se le capacità del cervello sono quelle di assimilare, organizzare, connettere, inventare, ecc., è probabile che egli troverà un modo nuovo di utilizzare questa capacità-abilità, per cui la fine potrebbe significare un nuovo cominciamento.
Già altre volte, l'uomo ha dimostrato di avere questa possibilità. Quando si credeva che ormai avesse raggiunto il massimo delle sue possibilità nel campo della conoscenza, c'è stato sempre qualcuno, individuo, nazione o civiltà, che ha fornito un nuovo paradigma ed il cammino è ripreso, ma su un altro binario. Non sarà questo il caso prossimo venturo ?
La civiltà europea, di cui l'Inghilterra fa parte, è figlia dell'eredità sociale dell'uomo che ha realizzato se stesso nella storia. Nel XVI secolo dell'era moderna, in Inghilterra si erano create le condizioni per la nascita di un uomo nuovo, ma vecchio quanto la storia, che era destinato a prendere in mano i destini dell'umanità per condurla verso un nuovo ed impensabile traguardo: quello del sovvertimento totale dell'organizzazione sociale e produttiva, che era esistita sin dalla notte dei tempi, e dell'instaurazione di un nuovo sistema di produzione che avrebbe cambiato il volto del mondo.
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lunedì 26 dicembre 2011
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (35)
L’IMPORTANZA DEL SISTEMA POLITICO NELLA CRESCITA DELL’UOMO
Il sistema politico ha giocato un grande ruolo nella realizzazione di questo processo. Esso era favorito in quelle società che garantivano all'individuo la libertà di essere e di agire (Popper, 1973: 19; Hume, 1963: 116)
Non sorgeva, o si inaridiva, in quelle società che comprimevano (o negavano) la sua libertà di autorealizzazione. Il ruolo della potenza politica, invece, sembra sia stata irrilevante. Infatti "la cultura greca fiorì prima e dopo che le piccole città-stato ebbero la loro breve era di gloria militare.
“Gli italiani diedero il loro contributo quando le loro città erano lacerate dalla guerra civile ed erano in gran parte sotto il dominio di altre nazioni"(Muller,1952:70).
L'Inghilterra lo diede quando ancora lottava per risolvere i suoi problemi istituzionali all'interno e cercava un proprio spazio all'esterno nella sua eterna lotta contro la potenza militare dominatrice dell'epoca: la Francia.
Il passaggio da un livello all'altro era "molto più complesso di una pura e semplice identificazione" (Piaget, 1967: 51). Il popolo, che aveva raggiunto l'ultimo livello, era incapace di raggiungere il successivo. Per poterlo fare, esso avrebbe avuto bisogno di una maggiore capacità di rielaborazione delle conoscenze che esso stesso aveva prodotto.
Questa incapacità lo rendeva non suscettibile di ulteriore sviluppo e lo faceva entrare in una fase di stagnazione indefinita. Il processo si bloccava finchè non si iniziava di nuovo con un altro popolo o civiltà esterna, dotata di una grande capacità ricettiva e della duttilità mentale necessaria per compiere la nuova sintesi.
Nel mondo classico, questo popolo era un popolo barbaro (il proletariato esterno di Toynbee), che premeva sulle frontiere della civiltà. Nel mondo moderno, invece, era un popolo, che -pur partecipando della stessa civiltà- era rimasta indietro nello sviluppo, ma conservava intatte le sue potenzialità per fare un nuovo balzo in avanti (Kroeber,a Roaster of civilazation: 234), come è stato il caso dell'Inghilterra nell'ambito della civiltà europea.
Nel mondo classico, questo processo avveniva a livello di psicologia collettiva (civiltà, nazione, stato). Nel mondo moderno, sotto i colpi incalzanti della nuova massa di conoscenze accumulate in tutti i campi e la sua organizzazione attraverso il metodo scientifico, questo processo si verifica a livello di psicologia di gruppo (branca del sapere).
Nel campo della scienza moderna, per fare un esempio, quando una teoria scientifica, o paradigma, non risponde più alle esigenze della ricerca, la scienza, a cui quella teoria si riferisce, entra in crisi finchè non viene fornito un nuovo paradigma.
Tuttavia, questo nuovo paradigma, anche se anticipato da molto tempo, viene riconosciuto ed accettato solo quando il vecchio viene manifestamente ed universalmente dichiarato in crisi.
Di solito, il nuovo non sorge fintanto che il vecchio è ancora valido in qualche modo. "Quale sia la natura dello stadio finale - come avvenga che un individuo inventi (o trovi di aver inventato) un modo nuovo di dare ordine ai dati ora raccolti tutti insieme - rimane per ora inscrutabile e può darsi che lo rimanga per sempre.
“Possiamo notare soltanto una cosa in proposito: coloro che riescono a fare questa fondamentale invenzione di un nuovo paradigma sono quasi sempre o molto giovani oppure sono nuovi arrivati nel campo governato da quel paradigma che essi modificano.
“Forse non c'era bisogno di rendere esplicito questo: è ovvio, infatti, che sono quelli gli uomini, i quali, proprio perchè sono solo scarsamente condizionati dalle regole tradizionali della scienza normale da parte della precedente attività, hanno una maggiore probabilità di vedere che quelle regole non servono più a definire problemi risolvibili e di concepire un altro insieme di regole che possano sostituirle " (Kuhn, 1969: 117).
CONTINUA
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Il sistema politico ha giocato un grande ruolo nella realizzazione di questo processo. Esso era favorito in quelle società che garantivano all'individuo la libertà di essere e di agire (Popper, 1973: 19; Hume, 1963: 116)
Non sorgeva, o si inaridiva, in quelle società che comprimevano (o negavano) la sua libertà di autorealizzazione. Il ruolo della potenza politica, invece, sembra sia stata irrilevante. Infatti "la cultura greca fiorì prima e dopo che le piccole città-stato ebbero la loro breve era di gloria militare.
“Gli italiani diedero il loro contributo quando le loro città erano lacerate dalla guerra civile ed erano in gran parte sotto il dominio di altre nazioni"(Muller,1952:70).
L'Inghilterra lo diede quando ancora lottava per risolvere i suoi problemi istituzionali all'interno e cercava un proprio spazio all'esterno nella sua eterna lotta contro la potenza militare dominatrice dell'epoca: la Francia.
Il passaggio da un livello all'altro era "molto più complesso di una pura e semplice identificazione" (Piaget, 1967: 51). Il popolo, che aveva raggiunto l'ultimo livello, era incapace di raggiungere il successivo. Per poterlo fare, esso avrebbe avuto bisogno di una maggiore capacità di rielaborazione delle conoscenze che esso stesso aveva prodotto.
Questa incapacità lo rendeva non suscettibile di ulteriore sviluppo e lo faceva entrare in una fase di stagnazione indefinita. Il processo si bloccava finchè non si iniziava di nuovo con un altro popolo o civiltà esterna, dotata di una grande capacità ricettiva e della duttilità mentale necessaria per compiere la nuova sintesi.
Nel mondo classico, questo popolo era un popolo barbaro (il proletariato esterno di Toynbee), che premeva sulle frontiere della civiltà. Nel mondo moderno, invece, era un popolo, che -pur partecipando della stessa civiltà- era rimasta indietro nello sviluppo, ma conservava intatte le sue potenzialità per fare un nuovo balzo in avanti (Kroeber,a Roaster of civilazation: 234), come è stato il caso dell'Inghilterra nell'ambito della civiltà europea.
Nel mondo classico, questo processo avveniva a livello di psicologia collettiva (civiltà, nazione, stato). Nel mondo moderno, sotto i colpi incalzanti della nuova massa di conoscenze accumulate in tutti i campi e la sua organizzazione attraverso il metodo scientifico, questo processo si verifica a livello di psicologia di gruppo (branca del sapere).
Nel campo della scienza moderna, per fare un esempio, quando una teoria scientifica, o paradigma, non risponde più alle esigenze della ricerca, la scienza, a cui quella teoria si riferisce, entra in crisi finchè non viene fornito un nuovo paradigma.
Tuttavia, questo nuovo paradigma, anche se anticipato da molto tempo, viene riconosciuto ed accettato solo quando il vecchio viene manifestamente ed universalmente dichiarato in crisi.
Di solito, il nuovo non sorge fintanto che il vecchio è ancora valido in qualche modo. "Quale sia la natura dello stadio finale - come avvenga che un individuo inventi (o trovi di aver inventato) un modo nuovo di dare ordine ai dati ora raccolti tutti insieme - rimane per ora inscrutabile e può darsi che lo rimanga per sempre.
“Possiamo notare soltanto una cosa in proposito: coloro che riescono a fare questa fondamentale invenzione di un nuovo paradigma sono quasi sempre o molto giovani oppure sono nuovi arrivati nel campo governato da quel paradigma che essi modificano.
“Forse non c'era bisogno di rendere esplicito questo: è ovvio, infatti, che sono quelli gli uomini, i quali, proprio perchè sono solo scarsamente condizionati dalle regole tradizionali della scienza normale da parte della precedente attività, hanno una maggiore probabilità di vedere che quelle regole non servono più a definire problemi risolvibili e di concepire un altro insieme di regole che possano sostituirle " (Kuhn, 1969: 117).
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mercoledì 21 dicembre 2011
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (34)
PROGRESSI E REGRESSI DELL’UOMO NELLA STORIA
Queste conquiste, tuttavia, non furono costanti nel tempo. Esse furono inframmezzate da lunghi periodi di stagnazione, di regressi a livelli inferiori e di grandi balzi in avanti.
Anche se finora abbiamo parlato dell'uomo, è chiaro che queste conquiste furono il prodotto finale di alcune popolazioni particolari che, per una serie di motivi, di cui parleremo più avanti, erano molto più avanzati nello sviluppo della struttura mentale.
Basti pensare che l'età del ferro, tanto per fare un solo esempio, si ebbe nel 3000 a.C. in Mesopotamia, nel 500 a Roma e solo nel 50 d.C. nella Germania meridionale. Ma, anche se avevano una velocità di circolazione piuttosto bassa, queste conquiste si propagavano dappertutto e diventavano il patrimonio di tutta l'umanità, man mano che tutti i popoli progredivano nel loro livello di struttura mentale.
"Idealmente la tradizione sociale è una: l'uomo odierno è teoricamente erede di tutte le età ed eredita l'esperienza accumulata da tutti i suoi predecessori. Questo ideale, tuttavia, è lungi dalla realizzazione. Oggi l'umanità non forma una società, ma è divisa in molte società distinte; tutte le prove disponibili suggeriscono che questa divisione non era minore, anzi era più grande, nel passato, per quanto lontano possa penetrare l'archeologia" (Childe, 1949: 21).
E' nella storia che l'uomo ha realizzato se stesso. Ed è nella storia che egli ha maturato i suoi livelli di struttura mentale: dal più basso, quello delle scimmie antropoidi, al più elevato, quello dell'uomo moderno.
Il raggiungimento di ogni livello ha richiesto secoli, anzi millenni di maturazione, come è stato il caso della civiltà egiziana e di quella mesopotamica, anche se più limitatamente.
Il tempo di maturazione, comunque, si è andato progressivamente contraendo. Dai millenni delle prime civiltà, ai secoli dell'epoca moderna ed ai decenni dell'era contemporanea (Aron, 1961). Il livello raggiunto dipendeva dal particolare popolo storico che lo realizzava, ma nessun popolo o civiltà è mai riuscito ad aggiungere più di un livello a quelli acquisiti ontogeneticamente.
Il processo attraverso il quale si è realizzato lo sviluppo dei livelli di struttura mentale è il seguente: il popolo, che era dotato delle energie necessarie per diventare civiltà, si presentava sulla scena del mondo come alunno che apprende tutte le conoscenze acquisite fino a quel momento, le fa sue, le imita (imitazione creatrice ) e, nel periodo della maturità, crea una nuova sintesi, dando vita ad una nuova civiltà, diversa e più matura di quella precedente.
Dopo di che, sviluppata questa sintesi fino alla massima potenzialità (fase di crescita), non era in grado di svilupparne una nuova, pur avendo, nel frattempo, accumulato tutti gli elementi per farlo.
Quindi,l'organizzazione politico-sociale si irrigidiva e diventava ripetitiva (ripeteva se stessa) e sparivano sia le capacità assimilative sia la potenza creatrice e si consumava quello che si era prodotto nel passato senza nulla aggiungervi.
Era come se le energie vitali, che avevano prodotto quella sintesi, si fossero interamente prosciugate (Rostvtzeff, 1960: 318-19) e al loro posto fosse rimasto un vuoto orgoglio per l'alto grado di organizzazione raggiunto (alto grado di civiltà).
La crisi si palesava completamente quando si sviluppava una psicologia collettiva di superiorità rispetto al mondo esterno, che veniva definito barbaro, per cui non si era più aperti al contributo esterno e si entrava in un lungo periodo di stagnazione.
Si consumavano le glorie del passato. Questo è stato il caso delle civiltà dell'Antico oriente, della civiltà classica, del Rinasciemto e dell'Inghilterra del mondo contemporaneo.
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Queste conquiste, tuttavia, non furono costanti nel tempo. Esse furono inframmezzate da lunghi periodi di stagnazione, di regressi a livelli inferiori e di grandi balzi in avanti.
Anche se finora abbiamo parlato dell'uomo, è chiaro che queste conquiste furono il prodotto finale di alcune popolazioni particolari che, per una serie di motivi, di cui parleremo più avanti, erano molto più avanzati nello sviluppo della struttura mentale.
Basti pensare che l'età del ferro, tanto per fare un solo esempio, si ebbe nel 3000 a.C. in Mesopotamia, nel 500 a Roma e solo nel 50 d.C. nella Germania meridionale. Ma, anche se avevano una velocità di circolazione piuttosto bassa, queste conquiste si propagavano dappertutto e diventavano il patrimonio di tutta l'umanità, man mano che tutti i popoli progredivano nel loro livello di struttura mentale.
"Idealmente la tradizione sociale è una: l'uomo odierno è teoricamente erede di tutte le età ed eredita l'esperienza accumulata da tutti i suoi predecessori. Questo ideale, tuttavia, è lungi dalla realizzazione. Oggi l'umanità non forma una società, ma è divisa in molte società distinte; tutte le prove disponibili suggeriscono che questa divisione non era minore, anzi era più grande, nel passato, per quanto lontano possa penetrare l'archeologia" (Childe, 1949: 21).
E' nella storia che l'uomo ha realizzato se stesso. Ed è nella storia che egli ha maturato i suoi livelli di struttura mentale: dal più basso, quello delle scimmie antropoidi, al più elevato, quello dell'uomo moderno.
Il raggiungimento di ogni livello ha richiesto secoli, anzi millenni di maturazione, come è stato il caso della civiltà egiziana e di quella mesopotamica, anche se più limitatamente.
Il tempo di maturazione, comunque, si è andato progressivamente contraendo. Dai millenni delle prime civiltà, ai secoli dell'epoca moderna ed ai decenni dell'era contemporanea (Aron, 1961). Il livello raggiunto dipendeva dal particolare popolo storico che lo realizzava, ma nessun popolo o civiltà è mai riuscito ad aggiungere più di un livello a quelli acquisiti ontogeneticamente.
Il processo attraverso il quale si è realizzato lo sviluppo dei livelli di struttura mentale è il seguente: il popolo, che era dotato delle energie necessarie per diventare civiltà, si presentava sulla scena del mondo come alunno che apprende tutte le conoscenze acquisite fino a quel momento, le fa sue, le imita (imitazione creatrice ) e, nel periodo della maturità, crea una nuova sintesi, dando vita ad una nuova civiltà, diversa e più matura di quella precedente.
Dopo di che, sviluppata questa sintesi fino alla massima potenzialità (fase di crescita), non era in grado di svilupparne una nuova, pur avendo, nel frattempo, accumulato tutti gli elementi per farlo.
Quindi,l'organizzazione politico-sociale si irrigidiva e diventava ripetitiva (ripeteva se stessa) e sparivano sia le capacità assimilative sia la potenza creatrice e si consumava quello che si era prodotto nel passato senza nulla aggiungervi.
Era come se le energie vitali, che avevano prodotto quella sintesi, si fossero interamente prosciugate (Rostvtzeff, 1960: 318-19) e al loro posto fosse rimasto un vuoto orgoglio per l'alto grado di organizzazione raggiunto (alto grado di civiltà).
La crisi si palesava completamente quando si sviluppava una psicologia collettiva di superiorità rispetto al mondo esterno, che veniva definito barbaro, per cui non si era più aperti al contributo esterno e si entrava in un lungo periodo di stagnazione.
Si consumavano le glorie del passato. Questo è stato il caso delle civiltà dell'Antico oriente, della civiltà classica, del Rinasciemto e dell'Inghilterra del mondo contemporaneo.
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martedì 20 dicembre 2011
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (33)
LA CAPACITA’ INTUITIVA-DEDUTTIVA DELL’UOMO
La capacità intuitiva-deduttiva è una " costruzione libera o almeno spontanea e diretta dell'intelligenza " ( Piaget, 1970: 43 ), che non richiede alcuna organizzazione. Essa, tuttavia, era una tappa obbligata per arrivare alla capacità-abilità induttiva, che richiede una organizzazione dei dati della conoscenza per arrivare dal particolare al generale, attraverso l'astrazione.
Ma un'astrazione ancora legata al mondo del reale, quella che Piaget chiama astrazione riflettente. Il pensiero formale, l'astrazione formale, si avrà solo nella fase successiva, quando non si lavorerà più su un dato o una conoscenza che viene dalla realtà, ma su un ipotesi, una congettura, un'intuizione che ci viene dalla massa delle conoscenze che abbiamo acquisito nel corso della storia, pur non essendo legata ad essa direttamente e molto spesso in contrasto con essa.
La massa di conoscenza, accumulata nei millenni, è servita all'uomo per far acquisire al cervello-computer quel grado di specializzazione che lo ha messo in grado di trascendere la realà concreta per costruire la sua verità. In altre parole, egli è passato dallo stadio della verità-scoperta ( pensiero astratto legata alla realtà ) allo stadio odierno della verità-costruita (pensiero astratto formale).
Senza quella massa di conoscenza non si sarebbe mai potuto raggiungere l'attuale livello di struttura mentale. Ecco perchè il metodo sperimentale è stato una conquista che si è ottenuta per ultima. Esso non segna solo l'inizio della rivoluzione scientifica, ma fu anche, e soprattutto, una rivoluzione del pensiero ( Butterfield, 1962: 187 ): moriva un modo di pensare legato alle cose concrete e ne nasceva un altro che si sentiva libero di trascendere la realtà per superarla.
Questo fu il risultato di uno sforzo collettivo di tutte le generazioni che si sono succedute nella storia dell'uomo, le quali hanno sviluppato lentamente, ma progressivamente, nuovi abiti mentali che " sebbene vengono assunti dagli individui non sono creati da essi: solo i grandi uomini possono indossarli con grazia e naturalezza, ma nessuno di essi è in grado di costruirne uno.
Essi sono il prodotto della società. Sono il lavoro di un'infinità oscura di uomini e donne, senza pretesa di conquistarsi un posto in quella che viene chiamata la storia del pensiero. Essi appartengono, in breve, a quelle rappresentazioni collettive che nessuno ha saputo descrivere meglio del sociologo francese Durkheim.
Queste rappresentazioni collettive, che costituiscono tutte le conoscenze che l'uomo possiede, sono il frutto di un'immensa collaborazione collettiva, che si estende non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Per produrle, una moltitudine di intelligenze ha associato, unito, mescolato le sue idee ed i suoi sentimenti " ( Farrington, 1950: 4-5 ). E la Rivoluzione industriale è una di queste rappresentazioni collettive, anche se sarà materialmente realizzata, nell'ultima fase, dall'Inghilterra.
CONTINUA
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La capacità intuitiva-deduttiva è una " costruzione libera o almeno spontanea e diretta dell'intelligenza " ( Piaget, 1970: 43 ), che non richiede alcuna organizzazione. Essa, tuttavia, era una tappa obbligata per arrivare alla capacità-abilità induttiva, che richiede una organizzazione dei dati della conoscenza per arrivare dal particolare al generale, attraverso l'astrazione.
Ma un'astrazione ancora legata al mondo del reale, quella che Piaget chiama astrazione riflettente. Il pensiero formale, l'astrazione formale, si avrà solo nella fase successiva, quando non si lavorerà più su un dato o una conoscenza che viene dalla realtà, ma su un ipotesi, una congettura, un'intuizione che ci viene dalla massa delle conoscenze che abbiamo acquisito nel corso della storia, pur non essendo legata ad essa direttamente e molto spesso in contrasto con essa.
La massa di conoscenza, accumulata nei millenni, è servita all'uomo per far acquisire al cervello-computer quel grado di specializzazione che lo ha messo in grado di trascendere la realà concreta per costruire la sua verità. In altre parole, egli è passato dallo stadio della verità-scoperta ( pensiero astratto legata alla realtà ) allo stadio odierno della verità-costruita (pensiero astratto formale).
Senza quella massa di conoscenza non si sarebbe mai potuto raggiungere l'attuale livello di struttura mentale. Ecco perchè il metodo sperimentale è stato una conquista che si è ottenuta per ultima. Esso non segna solo l'inizio della rivoluzione scientifica, ma fu anche, e soprattutto, una rivoluzione del pensiero ( Butterfield, 1962: 187 ): moriva un modo di pensare legato alle cose concrete e ne nasceva un altro che si sentiva libero di trascendere la realtà per superarla.
Questo fu il risultato di uno sforzo collettivo di tutte le generazioni che si sono succedute nella storia dell'uomo, le quali hanno sviluppato lentamente, ma progressivamente, nuovi abiti mentali che " sebbene vengono assunti dagli individui non sono creati da essi: solo i grandi uomini possono indossarli con grazia e naturalezza, ma nessuno di essi è in grado di costruirne uno.
Essi sono il prodotto della società. Sono il lavoro di un'infinità oscura di uomini e donne, senza pretesa di conquistarsi un posto in quella che viene chiamata la storia del pensiero. Essi appartengono, in breve, a quelle rappresentazioni collettive che nessuno ha saputo descrivere meglio del sociologo francese Durkheim.
Queste rappresentazioni collettive, che costituiscono tutte le conoscenze che l'uomo possiede, sono il frutto di un'immensa collaborazione collettiva, che si estende non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Per produrle, una moltitudine di intelligenze ha associato, unito, mescolato le sue idee ed i suoi sentimenti " ( Farrington, 1950: 4-5 ). E la Rivoluzione industriale è una di queste rappresentazioni collettive, anche se sarà materialmente realizzata, nell'ultima fase, dall'Inghilterra.
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sabato 17 dicembre 2011
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (32)
L’UOMO SI STACCA DAL RAMO DELLE SUE CUGINE SCIMMIE
L'acquisizione di queste sue abilità fondamentali, che lo hanno fatto staccare per sempre dal ramo delle sue cugine scimmie, lo ha fatto entrare nella seconda fase ( quella pre-logica o pre-operativa ) del suo sviluppo mentale, in cui egli " attribuisce a se stesso l'onnipotenza " ( Freud, 1970: 130 ). In questa fase egli sa " come è fatto il mondo, [ lo sa ] al modo stesso in cui [ percepisce ] sè medesimo " ( Freud, 1970: 134 ): dotato di vita e di intenzionalità.
" Inizialmente è vivente qualsiasi oggetto che abbia un'attività, essendo questa essenzialmente relativa all'utilità dell'uomo... Poi la vita è riservata ai mobili e infine ai corpi che sembrano dotati di moto proprio, come gli astri e i venti. Alla vita è ricollegata, d'altra parte, la coscienza, non una coscienza identica a quella dell'uomo, ma il minimum di consapevolezza e intenzionalità necessarie alle cose per compiere le loro azioni e soprattutto per muoversi e dirigersi verso le mete loro assegnate (finalismo)... L'animismo e il finalismo esprimono una confusione o mancanza di distinzione tra il mondo interiore e soggettivo e l'universo fisico, e non un prevalere della realtà psichica interna " ( Piaget, 1967: 34-35 ).
E' stata questa necessità-bisogno di capire la realtà circostante, unitamente a quella di risolvere i problemi così come essi venivano ponendosi, senza sottovalutare la necessità-bisogno di soddisfare la propria curiosità, così caratteristica dell'uomo di tutte le epoche, che hanno creato quell'attività di pensiero, senza la quale non ci può essere sviluppo, che ha consentito l'accumularsi di una massa enorme di conoscenze che, innalzando costantemente il suo livello di struttura mentale, ha dato all'uomo, nell'epoca moderna, quella onnipotenza che si era attribuita confusamente nella fase pre-logica. E questa rivendicazione di onnipotenza cosciente avverrà in Inghilterra, a partire dal XVII secolo, ad opera di Francesco Bacone, anche se gli strumenti per ottenerla saranno messi a punto da altri.
La confusione di pensiero tra il mondo interiore ed esteriore era la tappa obbligata per raggiungere l'abilità di dare ordine alla propria esperienza e fare una nuova sintesi che superasse la prima.
Nella fase logica concreta, l'uomo rimane ancora attaccato al mondo della natura, non più per percepirlo come animato e dotato di intenzionalità, ma per percepirlo come realtà separata dal proprio io, su cui inizia a fare delle riflessioni per trarne tutte quelle conoscenze che gli consentiranno di avanzare ulteriormente.
Se nella fase precedente aveva sviluppato il pensiero intuitivo, in questa egli incomincia a sviluppare quello deduttivo. Con questo nuovo strumento (capacità intuitiva-deduttiva) interpreta il mondo del reale ed acquisisce il principio di causalità, che prima gli mancava. Anche la lingua subisce una maggiore specializzazione. Si formano strutture più complesse che lo mettono in grado di esprimere la nuova articolazione di pensiero logico-concreto.
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L'acquisizione di queste sue abilità fondamentali, che lo hanno fatto staccare per sempre dal ramo delle sue cugine scimmie, lo ha fatto entrare nella seconda fase ( quella pre-logica o pre-operativa ) del suo sviluppo mentale, in cui egli " attribuisce a se stesso l'onnipotenza " ( Freud, 1970: 130 ). In questa fase egli sa " come è fatto il mondo, [ lo sa ] al modo stesso in cui [ percepisce ] sè medesimo " ( Freud, 1970: 134 ): dotato di vita e di intenzionalità.
" Inizialmente è vivente qualsiasi oggetto che abbia un'attività, essendo questa essenzialmente relativa all'utilità dell'uomo... Poi la vita è riservata ai mobili e infine ai corpi che sembrano dotati di moto proprio, come gli astri e i venti. Alla vita è ricollegata, d'altra parte, la coscienza, non una coscienza identica a quella dell'uomo, ma il minimum di consapevolezza e intenzionalità necessarie alle cose per compiere le loro azioni e soprattutto per muoversi e dirigersi verso le mete loro assegnate (finalismo)... L'animismo e il finalismo esprimono una confusione o mancanza di distinzione tra il mondo interiore e soggettivo e l'universo fisico, e non un prevalere della realtà psichica interna " ( Piaget, 1967: 34-35 ).
E' stata questa necessità-bisogno di capire la realtà circostante, unitamente a quella di risolvere i problemi così come essi venivano ponendosi, senza sottovalutare la necessità-bisogno di soddisfare la propria curiosità, così caratteristica dell'uomo di tutte le epoche, che hanno creato quell'attività di pensiero, senza la quale non ci può essere sviluppo, che ha consentito l'accumularsi di una massa enorme di conoscenze che, innalzando costantemente il suo livello di struttura mentale, ha dato all'uomo, nell'epoca moderna, quella onnipotenza che si era attribuita confusamente nella fase pre-logica. E questa rivendicazione di onnipotenza cosciente avverrà in Inghilterra, a partire dal XVII secolo, ad opera di Francesco Bacone, anche se gli strumenti per ottenerla saranno messi a punto da altri.
La confusione di pensiero tra il mondo interiore ed esteriore era la tappa obbligata per raggiungere l'abilità di dare ordine alla propria esperienza e fare una nuova sintesi che superasse la prima.
Nella fase logica concreta, l'uomo rimane ancora attaccato al mondo della natura, non più per percepirlo come animato e dotato di intenzionalità, ma per percepirlo come realtà separata dal proprio io, su cui inizia a fare delle riflessioni per trarne tutte quelle conoscenze che gli consentiranno di avanzare ulteriormente.
Se nella fase precedente aveva sviluppato il pensiero intuitivo, in questa egli incomincia a sviluppare quello deduttivo. Con questo nuovo strumento (capacità intuitiva-deduttiva) interpreta il mondo del reale ed acquisisce il principio di causalità, che prima gli mancava. Anche la lingua subisce una maggiore specializzazione. Si formano strutture più complesse che lo mettono in grado di esprimere la nuova articolazione di pensiero logico-concreto.
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