Dopo la caduta dell’Impero Romano, l’Europa Occidentale collassò su se stessa. Anche se nella forma una parvenza di Stato non scomparve mai completamente, tutto divenne insicuro e la gente aveva paura. Era un mondo aperto che si frantumava e si rinchiudeva in piccole comunità che potevano essere difese meglio.
Il piccolo divenne bello. Anche l’unità della lingua latina si frantumò ed incominciarono a formarsi le lingue nazionali. A parte il mondo germanico, dove il latino era poco conosciuto e la lingua germanica ebbe la sua evoluzione naturale fino ai giorni nostri, negli ex territori dell’Impero Romano si formarono le grandi lingua nazionali: lo spagnolo, il francese e l’italiano.
A livello della popolazione minuta, si formarono delle barriere linguistiche basate su aree geografiche, che vennero prese come segni distintivi dello Stato nazionale.
Quando nel basso medioevo le comunità medievali incominciarono ad aprirsi con la ripresa del commercio, si sentì fortemente il bisogno di una lingua passepartout, che consentisse le libera circolazione delle persone e delle idee negli ex territori dell’Impero Romano.
Il latino, che non era mai scomparso, ma era rimasto come lingua della cultura e delle persone colte, riprese il suo cammino come lingua passepartout (internazionale) della nuova Europa che nasceva e lo rimase fino a tutta il diciassettesimo secolo.
Nel diciottesimo secolo fu sostituito dalla lingua del nuovo astro sorgente in Europa: la Francia, che era diventata una potenza di primo rango a livello mondiale, anche se aveva una grande rivale: l’Inghilterra. Ma l’inglese non si elevò mai a lingua passepartout, almeno fino al ventesimo secolo.
Il francese, invece, si impose come lingua passepartout (internazionale) soprattutto nelle relazioni internazionali (lingua delle diplomazie) e nella cultura. Era una lingua dolce, poetica, strutturalmente completa e di facile apprendimento.
Il suo ruolo di lingua passepartout incominciò a vacillare agli inizi del ventesimo secolo, quando sulla scena mondiale apparve una nuova grande potenza: gli Stati Uniti d’America, di lingua inglese, che venne a dare man forte a questi Stati europei che combattevano contro l’impero austro-ungarico nella Prima Guerra Mondiale.
Come lingua passepartout, il francese ebbe la sua spallata definitiva nella Secondo Guerra Mondiale, quando, ancora una volta, gli Stati Uniti d’America intervennero per salvare le democrazie libere d’Europa dal tracollo finale da parte della Germania di Hitler.
Da questo momento, la lingua passepartout divenne l’inglese. Quello che, in due secoli di storia, non era riuscito all’inglese d’Inghilterra riuscì all’inglese americano.
Alcuni studiosi non accettano questo verdetto come definitivo e stanno studiando l’elaborazione a tavolino di una nuova lingua passepartout: l’ESPERANTO. Ma è un tentativo destinato al fallimento. Le lingue non si costruiscono a tavolino, ma sono degli organismi che hanno una vita propria e conoscono le fasi di tutti gli organismi: crescita, maturità, decadenza.
Da studente universitario, in visita in un scuola americana, alla domanda di un’alunna se la lingua inglese era destinata a lunga vita come lingua passepartout, risposi che dipendeva dal successo o insuccesso dell’U.R.S.S. (Unione Repubbliche Socialiste Sovietiche)
A quell’epoca, anni 60 del secolo scorso, questa nazione incuteva timore. Aveva già imposto la sua influenza su un terzo del globo. Sembrava che il suo tentativo potesse avere successo. Ma, fortunatamente, la storia incomincio a girare diversamente non appena questa nazione mostrò il suo vero volto.
domenica 18 maggio 2008
sabato 10 maggio 2008
IL CROGIOLO CULTURALE DELL’EUROPA DI OGGI: LE UNIVERSITA'
Le università furono la risposta dell'uomo medievale al suo bisogno di cultura. Le scuole che operavano presso le cattedrali non rispondevano più alle esigenze degli spiriti nuovi del mondo laico, che si avvicinavano ad un'attività che era sempre rimasta chiusa nei monasteri e destinata ai chierici.
La conoscenza che questi spiriti nuovi ricercavano non era quella del trivio e del quadrivio, ma era una conoscenza più specialistica che consentisse l'approfondimento di alcune tematiche.
In Italia queste tematiche riguardavano, principalmente, il diritto e la medicina. Oltr'Alpi avevano un carattere più spiccatamente teologico.
Le università medievali promossero e garantirono la circolazione delle idee in un'Europa, che manteneva la sua unità culturale e linguistica. Le barriere nazionali non erano ancora sorte e lo studioso sentiva di appartenere ad una stessa comunità di una vasta area geografica, che aveva le stesse tradizioni e parlava la stessa lingua (latino).
Questa libertà di movimento creò gli itineranti della cultura che si trovavano a loro agio in tutti gli angoli d'Europa: a Bologna come a Parigi; a Salerno come a Oxford.
La libertà di movimento era accompagnata dalla libertà di autogestione. Le università, in effetti, erano libere associazioni di studenti che assumevano dei docenti o erano libere associazioni di docenti intorno ai quali si raggruppavano gli studenti.
Il riconoscimento ufficiale del papato o dell'impero come studium generale (universitas) seguiva sempre dopo la nascita, mai prima.
La conoscenza che questi spiriti nuovi ricercavano non era quella del trivio e del quadrivio, ma era una conoscenza più specialistica che consentisse l'approfondimento di alcune tematiche.
In Italia queste tematiche riguardavano, principalmente, il diritto e la medicina. Oltr'Alpi avevano un carattere più spiccatamente teologico.
Le università medievali promossero e garantirono la circolazione delle idee in un'Europa, che manteneva la sua unità culturale e linguistica. Le barriere nazionali non erano ancora sorte e lo studioso sentiva di appartenere ad una stessa comunità di una vasta area geografica, che aveva le stesse tradizioni e parlava la stessa lingua (latino).
Questa libertà di movimento creò gli itineranti della cultura che si trovavano a loro agio in tutti gli angoli d'Europa: a Bologna come a Parigi; a Salerno come a Oxford.
La libertà di movimento era accompagnata dalla libertà di autogestione. Le università, in effetti, erano libere associazioni di studenti che assumevano dei docenti o erano libere associazioni di docenti intorno ai quali si raggruppavano gli studenti.
Il riconoscimento ufficiale del papato o dell'impero come studium generale (universitas) seguiva sempre dopo la nascita, mai prima.
domenica 4 maggio 2008
HOMO HOMINI LUPUS: IL LAISSER FAIRE
Nel mondo ad economia globalizzata, in cui viviamo oggi, le funzioni storiche dello Stato devono essere ripensate. Quelle svolte nel passato (liberismo, Stato ad economia mista e ad economia pianificata (nei paesi dell’ex socialismo reale) sono diventate materia per gli storici.
Nel mondo della globalizzazione c’è bisogno di un intervento più complesso per garantire un equilibrio più corretto tra tutte le forze in campo: lavoro, capitale e forze sociali.
Oggi vorrei occuparmi di quella forma di Stato che è stata in auge dal 1750 al 1908 circa, cioè lo Stato liberista. Dello Stato ad economia mista e di quello ad economia pianificata (Russia sovietica) me ne occuperò nei prossimi post.
Il liberismo (laisser faire), che imperò per tutto il periodo della RIVOLUZIONE INDUSTRIALE, intendeva lo Stato come gendarme, come guardiano della libertà di chi aveva un interesse materiale reale nel Paese, cioè la classe dei proprietari. Si presupponeva, ed era vero nella realtà, che l'opulenza dei ricchi suscitasse l'indignazione dei poveri che. spesso, spinti dal bisogno, invadevano la proprietà dei ricchi. Il ricco poteva dormire i suoi sonni tranquillo solo sotto la protezione dello Stato-gendarme.
Le altre funzione dello Stato erano limitate a tutte quelle attività che, per il loro carattere collettivo, sociale ed umanitario, restavano fuori del campo di azione dell'iniziativa privata, basata principalmente sul PROFITTO.
La fondazione di ospedali, la costruzione di strade, di ponti, ecc., erano tutte cose che non avrebbero potuto offrire un profitto all'imprenditore privato e quindi dovevano essere costruite e fondate col denaro pubblico. Naturalmente, lo Stato poteva imporre delle tasse che avrebbero dovuto essere proporzionali alla ricchezza, ma che in realtà venivano pagate soltanto dalle classi più povere.
Al di fuori di questa limitatissima sfera, lo Stato non poteva operare. Anzi, esso doveva lasciare l'individuo libero di perseguire il suo proprio interesse, specialmente nel campo economico «poiché ogni individuo cercando... di promuovere soltanto il suo particolare guadagno è guidato da una MANO INVISIBILE a promuovere... quello della società più efficacemente di quanto egli intenda veramente promuoverlo»( Adam Smith).
In breve, lo Stato doveva garantire al cittadino tutte le libertà civili (libertà di parola, libertà di stampa, libertà religiosa, ecc.), ma non poteva e non doveva intervenire, in nessuno modo, per concedere al cittadino non proprietario quella che Franklin D. Rooselvelt, Presidente degli Stati Uniti d'America, definì una delle quattro libertà fondamentali dell’uomo: la LIBERTA’ DAL BISOGNO.
Il benessere dei cittadini era appannaggio esclusivo della "MANO INVISIBILE" che, attraverso gli egoismi particolari, avrebbe promosso il benessere collettivo.
In questo consisteva il principio del laisser faire, che consentì un tremendo accumulo di capitale attraverso il selvaggio sfruttamento dei lavoratori: 1) libera concorrenza; 2) iniziativa privata; 3) individualismo. Ed era «basato sulla fede del costante ed automatico adattamento tra domanda ed offerta, tra consumi ed investimento, tra salari ed impieghi.
Nella realtà, invece, la vita economica, durante il laisser faire, era caratterizzata dall'alternarsi di fasi di prosperità e di depressioni (i cosiddetti cicli economici).
Quando la depressione economica si imponeva trascinava con sé salari e profitti, causando una disoccupazione massiccia e una miseria generale. L'ingranaggio del mondo della produzione si bloccava e cessava di produrre.
I lavoratori si trovavano d'improvviso disoccupati ed esposti alla più nera miseria. E la loro condizione era tanto più triste in quanto non esisteva alcuna regolamentazione sociale che li garantisse dalla conseguenza della disoccupazione e dalla fame.
Furono, appunto. le gravi conseguenze di queste depressioni ricorrenti, le quali facevano piombare le nazioni in uno stato di momentanea barbarie, che incoraggiarono l'intervento dello Stato nel mondo dell'economia.
Tuttavia, non era la prima volta che lo Stato interveniva per correggere le anomalie del sistema liberista. Il suo primo intervento lo Stato lo operò negli stessi anni ruggenti del laisser faire, quando cercò, con una legislazione illuminata, di correggere gli aspetti più disumani della società liberista, basata sullo SFRUTTAMENTO DELL’UOMO DA PARTE DELL’UOMO.
Nel mondo liberista, ogni comunità nazionale era divisa in DUE GRANDI CLASSI CONTRAPPOSTE: i RICCHI e i POVERI. «Con il loro denaro i ricchi potevano comprarsi le medicine per il loro corpo e l'istruzione per le loro menti. Essi potevano abitare in case grandi e graziose.
Il povero non poteva fare nulla di tutto ciò. Egli era alla mercè del datore di lavoro, che gli corrispondeva un salario che bastava appena per mantenersi in vita e riprodursi (sussistenza).
Per il ricco, né la disoccupazione, né la vecchiaia rappresentavano una crìsì finanziaria perché il reddito del capitale che avevano accumulato continuava a scorrere. Per il povero, il pensiero di perdere la sua fonte di guadagno a causa della sopraggiunta vecchiaia o la perdita del posto di lavoro costituiva un terrore che lo ossessionava quotidianamente.
La classe lavoratrice, per la quale il prezzo dell'istruzione privata, dell'assistenza medica privata, dell'abitazione e dell'assicurazione privata era proibitivo, poteva ottenere questi servizi da una fonte soltanto, cioè da una fonte pubblica» (L. LIPSON).
Lo Stato incominciò ad approvare una serie di leggi (legislazione sociale), in un arco di tempo più o meno lungo, che mirava, appunto, a sollevare il lavoratore da quello stato di abbrutimento e di sfruttamento in cui lo aveva spinto la giungla della RIVOLUZIONE INDUSTRIALE e a garantirgli un tenore di vita più elevato della semplice sussistenza e, soprattutto, a garantirgli condizioni di vita più umane.
Si incominciarono ad approvare leggi che proibivano l'impiego di fanciulli nelle fabbriche e nelle miniere e riducevano la giornata lavorativa degli adulti da 18 a 16, poi a 12 ore per arrivare, infine, alle 8 ore giornaliere dei nostri giorni.
Si intervenne sulla CONTRATTAZIONE SALARIALE tra il datore di lavoro e il lavoratore, fissando le tariffe minime di salario, disponendo che fossero assicurati al lavoratore migliori condizioni igieniche negli ambienti di lavoro, una maggiore salvaguardia contro gli infortuni, contro le malattie, contro l'invalidità, la vecchiaia e contro la disoccupazione.
Si intervenne anche nel campo dell'istruzione, che era quasi esclusivamente nelle mani degli ordini religiosi, le cui scuole, per ìl loro carattere privato, erano frequentate da persone che potevano pagare, creando, anche qui, una spaccatura profonda tra una piccola minoranza istruita e privilegiata e una massa amorfa di reietti analfabeti. Si istituì, infine, la scuola di Stato.
Sebbene l'intervento dello Stato, in questo settore così fondamentale al progresso civile di ogni nazione, si limitò alla scuola elementare, esso ebbe il grande merito di avere aperto le porte dell'istruzione alle grandi masse e di averla resa obbligatoria e gratuita.
Nel mondo della globalizzazione c’è bisogno di un intervento più complesso per garantire un equilibrio più corretto tra tutte le forze in campo: lavoro, capitale e forze sociali.
Oggi vorrei occuparmi di quella forma di Stato che è stata in auge dal 1750 al 1908 circa, cioè lo Stato liberista. Dello Stato ad economia mista e di quello ad economia pianificata (Russia sovietica) me ne occuperò nei prossimi post.
Il liberismo (laisser faire), che imperò per tutto il periodo della RIVOLUZIONE INDUSTRIALE, intendeva lo Stato come gendarme, come guardiano della libertà di chi aveva un interesse materiale reale nel Paese, cioè la classe dei proprietari. Si presupponeva, ed era vero nella realtà, che l'opulenza dei ricchi suscitasse l'indignazione dei poveri che. spesso, spinti dal bisogno, invadevano la proprietà dei ricchi. Il ricco poteva dormire i suoi sonni tranquillo solo sotto la protezione dello Stato-gendarme.
Le altre funzione dello Stato erano limitate a tutte quelle attività che, per il loro carattere collettivo, sociale ed umanitario, restavano fuori del campo di azione dell'iniziativa privata, basata principalmente sul PROFITTO.
La fondazione di ospedali, la costruzione di strade, di ponti, ecc., erano tutte cose che non avrebbero potuto offrire un profitto all'imprenditore privato e quindi dovevano essere costruite e fondate col denaro pubblico. Naturalmente, lo Stato poteva imporre delle tasse che avrebbero dovuto essere proporzionali alla ricchezza, ma che in realtà venivano pagate soltanto dalle classi più povere.
Al di fuori di questa limitatissima sfera, lo Stato non poteva operare. Anzi, esso doveva lasciare l'individuo libero di perseguire il suo proprio interesse, specialmente nel campo economico «poiché ogni individuo cercando... di promuovere soltanto il suo particolare guadagno è guidato da una MANO INVISIBILE a promuovere... quello della società più efficacemente di quanto egli intenda veramente promuoverlo»( Adam Smith).
In breve, lo Stato doveva garantire al cittadino tutte le libertà civili (libertà di parola, libertà di stampa, libertà religiosa, ecc.), ma non poteva e non doveva intervenire, in nessuno modo, per concedere al cittadino non proprietario quella che Franklin D. Rooselvelt, Presidente degli Stati Uniti d'America, definì una delle quattro libertà fondamentali dell’uomo: la LIBERTA’ DAL BISOGNO.
Il benessere dei cittadini era appannaggio esclusivo della "MANO INVISIBILE" che, attraverso gli egoismi particolari, avrebbe promosso il benessere collettivo.
In questo consisteva il principio del laisser faire, che consentì un tremendo accumulo di capitale attraverso il selvaggio sfruttamento dei lavoratori: 1) libera concorrenza; 2) iniziativa privata; 3) individualismo. Ed era «basato sulla fede del costante ed automatico adattamento tra domanda ed offerta, tra consumi ed investimento, tra salari ed impieghi.
Nella realtà, invece, la vita economica, durante il laisser faire, era caratterizzata dall'alternarsi di fasi di prosperità e di depressioni (i cosiddetti cicli economici).
Quando la depressione economica si imponeva trascinava con sé salari e profitti, causando una disoccupazione massiccia e una miseria generale. L'ingranaggio del mondo della produzione si bloccava e cessava di produrre.
I lavoratori si trovavano d'improvviso disoccupati ed esposti alla più nera miseria. E la loro condizione era tanto più triste in quanto non esisteva alcuna regolamentazione sociale che li garantisse dalla conseguenza della disoccupazione e dalla fame.
Furono, appunto. le gravi conseguenze di queste depressioni ricorrenti, le quali facevano piombare le nazioni in uno stato di momentanea barbarie, che incoraggiarono l'intervento dello Stato nel mondo dell'economia.
Tuttavia, non era la prima volta che lo Stato interveniva per correggere le anomalie del sistema liberista. Il suo primo intervento lo Stato lo operò negli stessi anni ruggenti del laisser faire, quando cercò, con una legislazione illuminata, di correggere gli aspetti più disumani della società liberista, basata sullo SFRUTTAMENTO DELL’UOMO DA PARTE DELL’UOMO.
Nel mondo liberista, ogni comunità nazionale era divisa in DUE GRANDI CLASSI CONTRAPPOSTE: i RICCHI e i POVERI. «Con il loro denaro i ricchi potevano comprarsi le medicine per il loro corpo e l'istruzione per le loro menti. Essi potevano abitare in case grandi e graziose.
Il povero non poteva fare nulla di tutto ciò. Egli era alla mercè del datore di lavoro, che gli corrispondeva un salario che bastava appena per mantenersi in vita e riprodursi (sussistenza).
Per il ricco, né la disoccupazione, né la vecchiaia rappresentavano una crìsì finanziaria perché il reddito del capitale che avevano accumulato continuava a scorrere. Per il povero, il pensiero di perdere la sua fonte di guadagno a causa della sopraggiunta vecchiaia o la perdita del posto di lavoro costituiva un terrore che lo ossessionava quotidianamente.
La classe lavoratrice, per la quale il prezzo dell'istruzione privata, dell'assistenza medica privata, dell'abitazione e dell'assicurazione privata era proibitivo, poteva ottenere questi servizi da una fonte soltanto, cioè da una fonte pubblica» (L. LIPSON).
Lo Stato incominciò ad approvare una serie di leggi (legislazione sociale), in un arco di tempo più o meno lungo, che mirava, appunto, a sollevare il lavoratore da quello stato di abbrutimento e di sfruttamento in cui lo aveva spinto la giungla della RIVOLUZIONE INDUSTRIALE e a garantirgli un tenore di vita più elevato della semplice sussistenza e, soprattutto, a garantirgli condizioni di vita più umane.
Si incominciarono ad approvare leggi che proibivano l'impiego di fanciulli nelle fabbriche e nelle miniere e riducevano la giornata lavorativa degli adulti da 18 a 16, poi a 12 ore per arrivare, infine, alle 8 ore giornaliere dei nostri giorni.
Si intervenne sulla CONTRATTAZIONE SALARIALE tra il datore di lavoro e il lavoratore, fissando le tariffe minime di salario, disponendo che fossero assicurati al lavoratore migliori condizioni igieniche negli ambienti di lavoro, una maggiore salvaguardia contro gli infortuni, contro le malattie, contro l'invalidità, la vecchiaia e contro la disoccupazione.
Si intervenne anche nel campo dell'istruzione, che era quasi esclusivamente nelle mani degli ordini religiosi, le cui scuole, per ìl loro carattere privato, erano frequentate da persone che potevano pagare, creando, anche qui, una spaccatura profonda tra una piccola minoranza istruita e privilegiata e una massa amorfa di reietti analfabeti. Si istituì, infine, la scuola di Stato.
Sebbene l'intervento dello Stato, in questo settore così fondamentale al progresso civile di ogni nazione, si limitò alla scuola elementare, esso ebbe il grande merito di avere aperto le porte dell'istruzione alle grandi masse e di averla resa obbligatoria e gratuita.
sabato 26 aprile 2008
LE IDEE CHE CONTANO: IL CONCETTO DI GERARCHIA
Il concetto di gerarchia nasce nell'ambito della chiesa per soddisfare una duplice esigenza: fissare un rapporto ordinato all'interno del magistero della chiesa, che appartiene solo ai vertici (scala gerarchica: vescovi, cardinali, papa), e dare una struttura organizzativa all'amministrazione della chiesa con responsabilità subordinate che vanno dal basso verso l'alto.
Nel primo caso, il clero sottostante appartiene alla chiesa che ascolta l'insegnamento (magistero) della gerarchia (vescovi, cardinali, papa), la cui autorità era ed è indiscutibile.
Nel secondo caso i gradini più bassi sono responsabili (subordinati) verso il loro diretto superiore in una catena gerarchica, che termina solo al vertice (papa).
Tutti gli Stati hanno fatto proprio quest'ultimo tipo di organizzazione gerarchica e l'hanno applicata sia nell' amministrazione civile che in quella militare. Le persone e gli uffici sono ordinati secondo un rapporto di subordinazione verso l'alto.
Senza questa organizzazione uno Stato ordinato non potrebbe esistere.
Nel primo caso, il clero sottostante appartiene alla chiesa che ascolta l'insegnamento (magistero) della gerarchia (vescovi, cardinali, papa), la cui autorità era ed è indiscutibile.
Nel secondo caso i gradini più bassi sono responsabili (subordinati) verso il loro diretto superiore in una catena gerarchica, che termina solo al vertice (papa).
Tutti gli Stati hanno fatto proprio quest'ultimo tipo di organizzazione gerarchica e l'hanno applicata sia nell' amministrazione civile che in quella militare. Le persone e gli uffici sono ordinati secondo un rapporto di subordinazione verso l'alto.
Senza questa organizzazione uno Stato ordinato non potrebbe esistere.
venerdì 18 aprile 2008
UNA GIUSTIZIA PER I POPOLI VINTI: IL CASO DEI BRUZI
Il PECCATO ORIGINALE DEI BRUZI fu il loro smisurato amore per la LIBERTA’. Alla libertà sacrificarono tutto. Tranne la dignità. Che seppero conservare anche quando furono ridotti a Servi dai Romani..
Roma fu dura con loro. Questa SUPERPOTENZA dell’antichità classica non tollerò che questo popolo INDOMITO, FIERO GUERRIERO, TENACE COME NESSUNO, INFLESSIBILE, CAPACE DI RISORSE INAUDITE non accettasse la sua supremazia.
Per tre volte questo popolo si ribellò alla potenza romana per riconquistare la sua libertà. E per tre volte fu vinto. Lo fece con Pirro, re dell'Epiro, che combatteva contro Roma sul suolo italiano. Lo fece quando si unì alle schiere di Annibale contro Roma nella seconda guerra punica. E, infine, lo fece quando giocò la carta dello schiavo SPARTACO, che, per un attimo, aveva fatto tremare Roma.
Roma non seppe essere magnanima nella vittoria. Non seppe capire le motivazioni profonde dei Bruzi. E rese questo popolo SERVO. Sudditi senza diritti. La regione dei Bruzi fu cancellata come entità politica autonoma e divenne una colonia romana.
I rudi e forti guerrieri Bruzi furono obbligati a svolgere, come ausiliari, i lavori “sporchi” all’interno dell’esercito romano (le famose “legioni”). Uno di questi, il più noto e il più odioso, fu quello di far costruire loro la croce di Cristo.
Roma si sentì soddisfatta solo quando espresse il suo giudizio storico sui Bruzi, che definì BANDITI DI STRADA, TESTE DURE, IDIOTI, INFIDI.
E questo giudizio storico fu tramandato ai posteri. Nessuno storico, fino ad oggi, ha osato riscriverlo per fare una più giusta lettura dei fatti storici. Da giovani, noi “bruzi” abbiamo vissuto questa storia con vergogna. Usavamo un sillogismo per nasconderla e per assolverci come individui.
Ci dicevamo: “L’UOMO E’ IL PRODOTTO DELLA STORIA… NOI ABBIAMO UNA STORIA CHE FA SCHIFO…”. Ora non lo sottoscriverei più questo sillogismo. E’ FALSO. E’ basato sulla verità storica dei Romani, che si accanirono contro questo popolo che aveva osato opporsi al loro dominio per ben tre volte.
Nessuno dei popoli italici l’aveva fatto. Questi si integrarono nella realtà romana e fecero anche carriera nell’esercito e nella burocrazia romana. I Bruzi non potevano accettare questa condizione.
Farlo significava rinunciare alla propria IDENTITA’ per assumere quella romana, come era accaduto per gli altri popoli italici. Per loro, questa IDENTITA’ era una conquista ottenuta di recente sul campo di battaglia. Ed era il loro bene più grande a cui non potevano e non volevano rinunciare.
I Bruzi erano stati servi-pastori dei Lucani da tempi immemorabili. Ma nel IV secolo a.c. (si dice il 356 a.c.) riunirono i loro gruppi sparpagliati sul territorio dei monti silani e fronteggiarono i Lucani sul campo di battaglia.
Erano fieri di se stessi. Erano consapevoli del loro valore come guerrieri. Ed erano fortemente determinati a vincere per liberarsi del giogo della servitù ed assaporare la dolcezza della LIBERTA’, che non avevano mai conosciuto.
Mitica fu la battaglia per conquistare la ROCCA BRETICA sul colle Pancrazio a Cosenza, difesa da 600 mercenari africani di Dionisio alleato dei Lucani. I Bruzi erano guidati da una donna, che, col suo impeto, riuscì a portare i suoi alla vittoria finale.
In meno di 80 anni come uomini liberi, riuscirono ad organizzarsi in una forte CONFEDERAZIONE. Divenendo una potenza locale che fece delle conquiste territoriali di una certa importanza, sia a Nord che a Sud del loro baricentro, che era la provincia di Cosenza.
Quando i Romani li sottomisero nel 270 a.c., i Bruzi erano una piccola potenza in ascesa con una propria civiltà, anche se ancora in forma embrionale. Ecco perché continuarono a ribellarsi a Roma. Volevano conservare il loro diritto a svilupparsi come civiltà autonoma.
Ma fu una lotta impari. Il coraggio e il valore, da soli, non potevano bastare contro una delle più potenti macchine da guerra che la storia abbia mai conosciuto.
La storia scritta dai romani vincitori non poteva tener conto delle ragioni dei Bruzi vinti.
E GUAI AI POPOLI VINTI CHE NON SANNO RISCRIVERE LA PROPRIA STORIA!
Oggi, quel sillogismo della mia gioventù, lo riscriverei in questo modo: “L’UOMO E’ IL PRODOTTO DELLA STORIA… LA NOSTRA E’ LA STORIA DI UN POPOLO DI EROI”… e ne sarei fiero ed orgoglioso. Fiero ed orgoglioso di essere un bruzio.
Il mio progetto: “Per rivitalizzare il centro storico di Cosenza”, si propone di raffigurare questa storia dei bruzi, in cinque grandi murales, per raggiungere due obiettivi:
1)GRIDARE QUESTA VERITA’ STORICA AL MONDO
2)DARE A TUTI I CALABRESI, MA, SOPRATTUTTO, ALLE NUOVE GENERAZIONI UNA NUOVA
COSCIENZA DELLE PROPRIE RADICI.
ANCHE SE IL PESSIMISMO DELLA RAGIONE MI DICE CHE IL CENTRO STORICO DI COSENZA SARA’ CONDANNATO DALLA MIOPIA CULTURALE E POLITICA DELLA GIUNTA PERUGINI.
Roma fu dura con loro. Questa SUPERPOTENZA dell’antichità classica non tollerò che questo popolo INDOMITO, FIERO GUERRIERO, TENACE COME NESSUNO, INFLESSIBILE, CAPACE DI RISORSE INAUDITE non accettasse la sua supremazia.
Per tre volte questo popolo si ribellò alla potenza romana per riconquistare la sua libertà. E per tre volte fu vinto. Lo fece con Pirro, re dell'Epiro, che combatteva contro Roma sul suolo italiano. Lo fece quando si unì alle schiere di Annibale contro Roma nella seconda guerra punica. E, infine, lo fece quando giocò la carta dello schiavo SPARTACO, che, per un attimo, aveva fatto tremare Roma.
Roma non seppe essere magnanima nella vittoria. Non seppe capire le motivazioni profonde dei Bruzi. E rese questo popolo SERVO. Sudditi senza diritti. La regione dei Bruzi fu cancellata come entità politica autonoma e divenne una colonia romana.
I rudi e forti guerrieri Bruzi furono obbligati a svolgere, come ausiliari, i lavori “sporchi” all’interno dell’esercito romano (le famose “legioni”). Uno di questi, il più noto e il più odioso, fu quello di far costruire loro la croce di Cristo.
Roma si sentì soddisfatta solo quando espresse il suo giudizio storico sui Bruzi, che definì BANDITI DI STRADA, TESTE DURE, IDIOTI, INFIDI.
E questo giudizio storico fu tramandato ai posteri. Nessuno storico, fino ad oggi, ha osato riscriverlo per fare una più giusta lettura dei fatti storici. Da giovani, noi “bruzi” abbiamo vissuto questa storia con vergogna. Usavamo un sillogismo per nasconderla e per assolverci come individui.
Ci dicevamo: “L’UOMO E’ IL PRODOTTO DELLA STORIA… NOI ABBIAMO UNA STORIA CHE FA SCHIFO…”. Ora non lo sottoscriverei più questo sillogismo. E’ FALSO. E’ basato sulla verità storica dei Romani, che si accanirono contro questo popolo che aveva osato opporsi al loro dominio per ben tre volte.
Nessuno dei popoli italici l’aveva fatto. Questi si integrarono nella realtà romana e fecero anche carriera nell’esercito e nella burocrazia romana. I Bruzi non potevano accettare questa condizione.
Farlo significava rinunciare alla propria IDENTITA’ per assumere quella romana, come era accaduto per gli altri popoli italici. Per loro, questa IDENTITA’ era una conquista ottenuta di recente sul campo di battaglia. Ed era il loro bene più grande a cui non potevano e non volevano rinunciare.
I Bruzi erano stati servi-pastori dei Lucani da tempi immemorabili. Ma nel IV secolo a.c. (si dice il 356 a.c.) riunirono i loro gruppi sparpagliati sul territorio dei monti silani e fronteggiarono i Lucani sul campo di battaglia.
Erano fieri di se stessi. Erano consapevoli del loro valore come guerrieri. Ed erano fortemente determinati a vincere per liberarsi del giogo della servitù ed assaporare la dolcezza della LIBERTA’, che non avevano mai conosciuto.
Mitica fu la battaglia per conquistare la ROCCA BRETICA sul colle Pancrazio a Cosenza, difesa da 600 mercenari africani di Dionisio alleato dei Lucani. I Bruzi erano guidati da una donna, che, col suo impeto, riuscì a portare i suoi alla vittoria finale.
In meno di 80 anni come uomini liberi, riuscirono ad organizzarsi in una forte CONFEDERAZIONE. Divenendo una potenza locale che fece delle conquiste territoriali di una certa importanza, sia a Nord che a Sud del loro baricentro, che era la provincia di Cosenza.
Quando i Romani li sottomisero nel 270 a.c., i Bruzi erano una piccola potenza in ascesa con una propria civiltà, anche se ancora in forma embrionale. Ecco perché continuarono a ribellarsi a Roma. Volevano conservare il loro diritto a svilupparsi come civiltà autonoma.
Ma fu una lotta impari. Il coraggio e il valore, da soli, non potevano bastare contro una delle più potenti macchine da guerra che la storia abbia mai conosciuto.
La storia scritta dai romani vincitori non poteva tener conto delle ragioni dei Bruzi vinti.
E GUAI AI POPOLI VINTI CHE NON SANNO RISCRIVERE LA PROPRIA STORIA!
Oggi, quel sillogismo della mia gioventù, lo riscriverei in questo modo: “L’UOMO E’ IL PRODOTTO DELLA STORIA… LA NOSTRA E’ LA STORIA DI UN POPOLO DI EROI”… e ne sarei fiero ed orgoglioso. Fiero ed orgoglioso di essere un bruzio.
Il mio progetto: “Per rivitalizzare il centro storico di Cosenza”, si propone di raffigurare questa storia dei bruzi, in cinque grandi murales, per raggiungere due obiettivi:
1)GRIDARE QUESTA VERITA’ STORICA AL MONDO
2)DARE A TUTI I CALABRESI, MA, SOPRATTUTTO, ALLE NUOVE GENERAZIONI UNA NUOVA
COSCIENZA DELLE PROPRIE RADICI.
ANCHE SE IL PESSIMISMO DELLA RAGIONE MI DICE CHE IL CENTRO STORICO DI COSENZA SARA’ CONDANNATO DALLA MIOPIA CULTURALE E POLITICA DELLA GIUNTA PERUGINI.
giovedì 27 marzo 2008
UN PROGETTO PER SALVARE IL CENTRO STORICO DI COSENZA
Il tessuto sociale del centro storico si è completamente sfilacciato e la struttura urbana sta subendo un degrado inarrestabile. Il problema di un suo recupero diventa sempre più urgente se si vuole evitare il suo degrado totale.
Ma pensare di riportarlo all'antica vitalità ricorrendo a provvedimenti tampone o palliativi significa non rendersi conto che il problema è la qualità della vita che quest' area cittadina riesce a garantire ai suoi residenti. Se la qualità della vita è povera, chi se lo può consentire fugge. Questo è stato uno dei più grandi errori degli ultimi decenni.
Nessuno può arrestare o frenare le linee di tendenza spontanee di una società. Questo è stato vero per le società del passato. Questo è vero per le società di oggi. In queste condizioni, se non si ricorre ad un intervento che riqualifichi l'intera area, destinandola ad altro uso, si andrà incontro ad un totale degrado del tessuto urbano e del centro storico non rimarranno che i ruderi.
Le esperienze di altri stati (Francia, Inghilterra e Stati Uniti) ci mostrano che, quando il degrado del tessuto urbano di una area cittadina si è innescato per motivi che riguardano l'offerta della qualità della vita, è inutile pensare al suo recupero guardando al passato per ripristinare le condizioni esistenti prima.
Quelle condizioni non sono più ricreabili a meno che non si ricorra al tritolo e si ricrei un nuovo tessuto urbano. Ma, se si vuole conservare l'antico tessuto urbano, è quello cosentino va conservato non solo per la sua storicità, ma anche per la sua indiscussa bellezza urbanistica, bisogna pensare in termini alternativi alla residenzialità.
La RICONVERSIONE FUNZIONALE è la sola strada che consente di conservare intatto il tessuto urbano storico e nello stesso tempo garantisce una sua rivitalizzazione attraverso l'offerta qualificata di attività TURISTICHE-RICREATIVE-CULTURALI e del TEMPO LIBERO, che offrono alla città intera grandi possibilità di sviluppo economico.
Si deve puntare su questa INDUSTRIA ECOLOGICA, come hanno fatto Parigi, Londra e Atlantic City, le cui aree depresse sono diventate fiorenti centri dell'INDUSTRIA DEL TEMPO LIBERO, CREANDO 0CCUPAZIONE e dove il cittadino può trovare una risposta ai suoi bisogni di attività culturali-ricreative.
Cosenza deve percorrere la stessa strada. Il suo centro storico deve essere riconvertito all'industria del tempo libero. Sfruttando la sua esperienza storica bimillenaria, il centro storico deve diventare la PIU’ GROSSA ATTRAZIONE TURISTICA-CULTURALE-RICREATIVA DELLA CALABRIA per essere inserita nei grossi flussi turistici europei.
Affinché il progetto possa veramente decollare, si devono realizzare le seguenti INFRASTRUTTURE PORTANTI:
1) un MUSEO STORICO ALL'APERTO della secolare STORIA cosentina attraverso MURALES STORICI GIGANTI (2X3m. ALMENO CINQUE PER OGNI SEZIONE) RAFFIGURANTI SCENE SIGNIFICATIVE DEL PASSAGGIO DI QUEL DATO POPOLO SUL SUOLO COSENTINO… utilizzando, per aree omogenee, tutti i muri disponibili del centro storico;
La fattura dei MURALES dovrà essere affidata ad ARTISTI DI FAMA,
NAZIONALI ED ESTERI (1 inglese, 1 francese, 1 tedesco 1 spagnolo e 3
italiani) CHE, CON LE LORO FIRME, garantiscano una RISONANZA NAZIONALE
ed ESTERA.
questo MUSEO STORICO ALL’APERTO deve comprendere sette aree:
1) LA COSENZA BRUZIA E ROMANA
2) LA COSENZA NORMANNA
3) LA COSENZA SVEVA
4) LA COSENZA ANGIOINA
5) LA COSENZA SPAGNOLA
6) LA COSENZA BORBONICA (napoletana)
7) LA COSENZA RISORGIMENTALE
I MURALES STORICI si porranno due obiettivi:
a) porsi come FORTE MOMENTO DI RICHIAMO DEL TURISMO NAZIONALE ED ESTERO
nelle direzioni di: Inghilterra (Normanni), Germania (Svevi), Francia
(Normanni e Angioini) e Spagna.
b) far conoscere la storia della città alle nuove generazioni per
formare nelle coscienze un radicato processo di identificazione
attraverso una più precisa conoscenza delle proprie radici;
2) una MINI SALA PER CINEMA D’ESSAI
3) una SALA CONCERTI di dimensione intermedia che si prefigga
due finalità:
a)offrire al pubblico performances di alta qualità richiamando grossi
artisti che possano rappresentare dei modelli anche per i diplomandi
del conservatorio casentino
b)dare la possibilità ai giovani talenti che escono dal conservatorio
di fare le loro prime esperienze pubbliche;
4) predisporre un'area per la realizzazione di un MERCATO
DELLE PULCI, specializzato nel SETTORE DEGLI INTROVABILI E DEL PARTICOLARE.
All'iniziativa privata dovrà essere lasciata la più ampia libertà, sempre nel rispetto del progetto generale, per la realizzazione di locali che riproducano la GASTRONOMIA E LA CULTURA dell’AREA TEMATICA prescelta (angolo spagnolo, angolo tedesco, angolo francese, angolo inglese-normanno, angolo napoletano, angolo bruzio dei vecchi sapori)
L'AREA COSI’ ATTREZZATA DEVE DIVENIRE UNA POTENTE FONTE DI RICHIAMO, non solo per la popolazione che ricade nel bacino di utenza dell'area metropolitana cosentina, ma SOPRATTUTTO, del FLUSSO TURISTICO NAZIONALE ED ESTERO.
Per il progetto nella sua interezza si veda www.franco-felicetti.it menu:fuori sacco
Ma pensare di riportarlo all'antica vitalità ricorrendo a provvedimenti tampone o palliativi significa non rendersi conto che il problema è la qualità della vita che quest' area cittadina riesce a garantire ai suoi residenti. Se la qualità della vita è povera, chi se lo può consentire fugge. Questo è stato uno dei più grandi errori degli ultimi decenni.
Nessuno può arrestare o frenare le linee di tendenza spontanee di una società. Questo è stato vero per le società del passato. Questo è vero per le società di oggi. In queste condizioni, se non si ricorre ad un intervento che riqualifichi l'intera area, destinandola ad altro uso, si andrà incontro ad un totale degrado del tessuto urbano e del centro storico non rimarranno che i ruderi.
Le esperienze di altri stati (Francia, Inghilterra e Stati Uniti) ci mostrano che, quando il degrado del tessuto urbano di una area cittadina si è innescato per motivi che riguardano l'offerta della qualità della vita, è inutile pensare al suo recupero guardando al passato per ripristinare le condizioni esistenti prima.
Quelle condizioni non sono più ricreabili a meno che non si ricorra al tritolo e si ricrei un nuovo tessuto urbano. Ma, se si vuole conservare l'antico tessuto urbano, è quello cosentino va conservato non solo per la sua storicità, ma anche per la sua indiscussa bellezza urbanistica, bisogna pensare in termini alternativi alla residenzialità.
La RICONVERSIONE FUNZIONALE è la sola strada che consente di conservare intatto il tessuto urbano storico e nello stesso tempo garantisce una sua rivitalizzazione attraverso l'offerta qualificata di attività TURISTICHE-RICREATIVE-CULTURALI e del TEMPO LIBERO, che offrono alla città intera grandi possibilità di sviluppo economico.
Si deve puntare su questa INDUSTRIA ECOLOGICA, come hanno fatto Parigi, Londra e Atlantic City, le cui aree depresse sono diventate fiorenti centri dell'INDUSTRIA DEL TEMPO LIBERO, CREANDO 0CCUPAZIONE e dove il cittadino può trovare una risposta ai suoi bisogni di attività culturali-ricreative.
Cosenza deve percorrere la stessa strada. Il suo centro storico deve essere riconvertito all'industria del tempo libero. Sfruttando la sua esperienza storica bimillenaria, il centro storico deve diventare la PIU’ GROSSA ATTRAZIONE TURISTICA-CULTURALE-RICREATIVA DELLA CALABRIA per essere inserita nei grossi flussi turistici europei.
Affinché il progetto possa veramente decollare, si devono realizzare le seguenti INFRASTRUTTURE PORTANTI:
1) un MUSEO STORICO ALL'APERTO della secolare STORIA cosentina attraverso MURALES STORICI GIGANTI (2X3m. ALMENO CINQUE PER OGNI SEZIONE) RAFFIGURANTI SCENE SIGNIFICATIVE DEL PASSAGGIO DI QUEL DATO POPOLO SUL SUOLO COSENTINO… utilizzando, per aree omogenee, tutti i muri disponibili del centro storico;
La fattura dei MURALES dovrà essere affidata ad ARTISTI DI FAMA,
NAZIONALI ED ESTERI (1 inglese, 1 francese, 1 tedesco 1 spagnolo e 3
italiani) CHE, CON LE LORO FIRME, garantiscano una RISONANZA NAZIONALE
ed ESTERA.
questo MUSEO STORICO ALL’APERTO deve comprendere sette aree:
1) LA COSENZA BRUZIA E ROMANA
2) LA COSENZA NORMANNA
3) LA COSENZA SVEVA
4) LA COSENZA ANGIOINA
5) LA COSENZA SPAGNOLA
6) LA COSENZA BORBONICA (napoletana)
7) LA COSENZA RISORGIMENTALE
I MURALES STORICI si porranno due obiettivi:
a) porsi come FORTE MOMENTO DI RICHIAMO DEL TURISMO NAZIONALE ED ESTERO
nelle direzioni di: Inghilterra (Normanni), Germania (Svevi), Francia
(Normanni e Angioini) e Spagna.
b) far conoscere la storia della città alle nuove generazioni per
formare nelle coscienze un radicato processo di identificazione
attraverso una più precisa conoscenza delle proprie radici;
2) una MINI SALA PER CINEMA D’ESSAI
3) una SALA CONCERTI di dimensione intermedia che si prefigga
due finalità:
a)offrire al pubblico performances di alta qualità richiamando grossi
artisti che possano rappresentare dei modelli anche per i diplomandi
del conservatorio casentino
b)dare la possibilità ai giovani talenti che escono dal conservatorio
di fare le loro prime esperienze pubbliche;
4) predisporre un'area per la realizzazione di un MERCATO
DELLE PULCI, specializzato nel SETTORE DEGLI INTROVABILI E DEL PARTICOLARE.
All'iniziativa privata dovrà essere lasciata la più ampia libertà, sempre nel rispetto del progetto generale, per la realizzazione di locali che riproducano la GASTRONOMIA E LA CULTURA dell’AREA TEMATICA prescelta (angolo spagnolo, angolo tedesco, angolo francese, angolo inglese-normanno, angolo napoletano, angolo bruzio dei vecchi sapori)
L'AREA COSI’ ATTREZZATA DEVE DIVENIRE UNA POTENTE FONTE DI RICHIAMO, non solo per la popolazione che ricade nel bacino di utenza dell'area metropolitana cosentina, ma SOPRATTUTTO, del FLUSSO TURISTICO NAZIONALE ED ESTERO.
Per il progetto nella sua interezza si veda www.franco-felicetti.it menu:fuori sacco
domenica 23 marzo 2008
LA TIRANNIA DELL’IPSE DIXIT: L’AUTORITA' COME AUTORITA' CULTURALI SOVERCHIANTI
Le idee hanno un peso. E questo peso dipende da chi le esprime. Se le esprime una persona che conta poco, anche se dice delle grossissime verità, le idee hanno un peso leggerissimo. Nessuno è disposto a prenderle in considerazioni.
Ma se vengono espresse da uno che conta, anche se dice le più grosse sciocchezze di questo mondo, pesano moltissimo. E su di esse si apre un dibattito che coinvolge tutti coloro che non vogliono perdere l’occasione per mettersi in mostra.
Ricordo ancora che, nella mia prima giovinezza, avevo capito questa semplice verità e volevo diventare uno scrittore di fama per prendermi il gusto di dire le più grosse banalità ed essere preso in considerazione da tutti color che sanno.
Poi ho cambiato idea. Anche perché ho scoperto che a me la letteratura, anche se la studiavo ed ero un divoratore di libri, non interessava un fico secco. Era una mia aspirazione, ma non avevo nessuna vocazione per essa. A me interessava… e interessa… il campo storico-filosofico-scientifico.
Poi ho scoperto che il peso delle idee non l’avevo inventato io. Era una “querrelle” che veniva da lontano. Lo avevano inventato nel medioevo per giustificare il regresso nei livelli di intelligenza che si ebbe in quell’epoca.
L'uomo medievale aveva coscienza della propria inferiorità rispetto agli antichi. Alcuino (l'uomo più colto dell'alto medioevo) affermava (IX secolo) che l'uomo dei suoi tempi era un OMUNCOLO rispetto ai giganti del mondo classico.
Egli sosteneva, non a torto, che sarebbe stato impossibile competere con loro. In effetti, i livelli di intelligenza erano notevolmente regrediti rispetto al mondo classico. La logica, una delle più grandi conquiste dei classici, era quasi completamente assente nell'epoca di Alcuino.
Quello che si privilegiava in quest'epoca non era la ragione, che allontanava l'uomo da Dio, ma l'intuizione, che conduceva alla vera fede. Nelle controversie, questo OMUNCOLO medievale non ragionava con la propria testa, ma faceva ricorso alle citazioni tratte dagli autori classici o ai padri dello chiesa, che erano autorità riconosciute.
Aristotele divenne l'autorità suprema, "il maestro di color che sanno", e perciò le sue verità non potevano essere messe in discussione. L'ipse dixit (l'ha detto lui) divenne un ostacolo alla crescita intellettuale dell'uomo, ma nessuno osò ribellarsi alla sua autorità. Perfino Copernico tenne la teoria eliocentrica chiusa nel cassetto per tanti anni perchè non osava sfidare questa soverchiante autorità… che la pensava diversamente.
La rottura totale con le autorità culturali avverrà nel XVII secolo (Rivoluzione Scientifica), quando uomini come Galileo, Cartesio e Newton (e tanti altri che non è possibile citare) fecero fare un salto di qualità all'intelligenza dell'uomo e lo introdussero nel mondo della scienza esatta.
Spariva l'uomo antico-medievale, che ragionava partendo da verità intuite, e subentrava l'uomo moderno, che ragionava partendo da verità certe, scoperte attraverso il metodo scientifico sperimentale.
Ma questa liberazione non annullò il peso delle idee totalmente. Esiste ancora, anche se non in modo soverchiante come ai tempi dell’IPSE DIXIT. Ora si è trasformato in un POTERE DI INFLUENZA. Le idee di quelli che contano hanno un POTERE D’INFLUENZA MAGGIORE. Ma possono essere contraddette.
Ma se vengono espresse da uno che conta, anche se dice le più grosse sciocchezze di questo mondo, pesano moltissimo. E su di esse si apre un dibattito che coinvolge tutti coloro che non vogliono perdere l’occasione per mettersi in mostra.
Ricordo ancora che, nella mia prima giovinezza, avevo capito questa semplice verità e volevo diventare uno scrittore di fama per prendermi il gusto di dire le più grosse banalità ed essere preso in considerazione da tutti color che sanno.
Poi ho cambiato idea. Anche perché ho scoperto che a me la letteratura, anche se la studiavo ed ero un divoratore di libri, non interessava un fico secco. Era una mia aspirazione, ma non avevo nessuna vocazione per essa. A me interessava… e interessa… il campo storico-filosofico-scientifico.
Poi ho scoperto che il peso delle idee non l’avevo inventato io. Era una “querrelle” che veniva da lontano. Lo avevano inventato nel medioevo per giustificare il regresso nei livelli di intelligenza che si ebbe in quell’epoca.
L'uomo medievale aveva coscienza della propria inferiorità rispetto agli antichi. Alcuino (l'uomo più colto dell'alto medioevo) affermava (IX secolo) che l'uomo dei suoi tempi era un OMUNCOLO rispetto ai giganti del mondo classico.
Egli sosteneva, non a torto, che sarebbe stato impossibile competere con loro. In effetti, i livelli di intelligenza erano notevolmente regrediti rispetto al mondo classico. La logica, una delle più grandi conquiste dei classici, era quasi completamente assente nell'epoca di Alcuino.
Quello che si privilegiava in quest'epoca non era la ragione, che allontanava l'uomo da Dio, ma l'intuizione, che conduceva alla vera fede. Nelle controversie, questo OMUNCOLO medievale non ragionava con la propria testa, ma faceva ricorso alle citazioni tratte dagli autori classici o ai padri dello chiesa, che erano autorità riconosciute.
Aristotele divenne l'autorità suprema, "il maestro di color che sanno", e perciò le sue verità non potevano essere messe in discussione. L'ipse dixit (l'ha detto lui) divenne un ostacolo alla crescita intellettuale dell'uomo, ma nessuno osò ribellarsi alla sua autorità. Perfino Copernico tenne la teoria eliocentrica chiusa nel cassetto per tanti anni perchè non osava sfidare questa soverchiante autorità… che la pensava diversamente.
La rottura totale con le autorità culturali avverrà nel XVII secolo (Rivoluzione Scientifica), quando uomini come Galileo, Cartesio e Newton (e tanti altri che non è possibile citare) fecero fare un salto di qualità all'intelligenza dell'uomo e lo introdussero nel mondo della scienza esatta.
Spariva l'uomo antico-medievale, che ragionava partendo da verità intuite, e subentrava l'uomo moderno, che ragionava partendo da verità certe, scoperte attraverso il metodo scientifico sperimentale.
Ma questa liberazione non annullò il peso delle idee totalmente. Esiste ancora, anche se non in modo soverchiante come ai tempi dell’IPSE DIXIT. Ora si è trasformato in un POTERE DI INFLUENZA. Le idee di quelli che contano hanno un POTERE D’INFLUENZA MAGGIORE. Ma possono essere contraddette.
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