venerdì 17 maggio 2013
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (88): I GRECI RIMASERO AL DI QUA DEL PENSIERO ASTRATTO FORMALE
Dopo aver acquisito il primo livello di struttura mentale (pensiero simbolico-transduttivo delle prima civiltà) attraverso l'organizzazione sociale e il sistema formativo-educativo, come era da loro concepito (Marrou, 1956: 39-40), i greci raggiunsero il secondo (pensiero operatorio concreto) e vi rimasero fermi fino alla maturità, per cui furono in grado di produrre teorie e sistemi.
Ma il paradigma culturale non fu prodotto dai massimi pensatori dell'epoca: Socrate, Platone, Aristotele. esso fu prodotto dai loro predecessori, elemento dopo elemento (Lloyd,1981: 257 ). Essi furono i suoi sistematizzatori (Wiener-Noland, 1957: 19) ed ordinatori, e rappresentano il punto più alto della parabola del paradigma.
"Per la fine del III secolo a.C. l'età eroica della scienza greca era finita. Da Platone ed Aristotele in poi, le scienze incominciarono a cadere in disgrazia e in una lunga decadenza e le conquiste dei greci furono riscoperte solo un millennio più tardi.
“L'avventura Prometeica, che era iniziata intorno al 600 a,C., aveva esaurito il ciclo di vita nello spazio di tre secoli: e fu seguito da un periodo di ibernazione che durò tre volte tanto" (Koestler, 1959: 22).
Come livello di struttura mentale, i greci arrivarono alle soglie del mondo moderno. "Da Aristarco a Copernico non c'è, come logica, che un passo; da Ippocrate a Paracelso non c'è che un passo; da Archimede a Galileo non c'è che un passo" (Koestler, 1959: 22).
Essi avevano tutte le conoscenze per varcare questa soglia, ma non ne furono mai capaci e non potevano esserlo. Anche loro erano soggetti alla ferrea legge dei livelli di struttura mentale, secondo la quale nessun popolo, nessuna civiltà maturò più di un livello in via filogenetica. In via ontogenetica, invece, ne maturava tanti quanti ne erano stati prodotti filogeneticamente. I greci maturarono il secondo livello e vi rimasero fermi.
Secondo alcuni (Farrington, 1982: 163-65), essi non varcarono la soglia del mondo moderno non perchè mancassero di talenti individuali, ma per l'organizzazione che si era data la società, divisa tra liberi e schiavi.
Ai primi era riservato il diletto del pensiero fine a se stesso (al solo scopo di promuovere la propria formazione personale), ai secondi era riservato il lavoro manuale. Il primo rendeva l'individuo superiore, il secondo lo abbrutiva.
E tra le due classi una netta separazione. Tra le due sfere non c'era e non ci poteva essere alcuna comunicazione, nè interscambio di idee ed esperienze. Il fallimento della scienza greca è dovuta proprio alla incapacità della società a superare questa contraddizione.
Questa, come altre, sono spiegazioni che rimangono alla superficie del problema, senza affrontarlo nella sua vera natura. Ogni società si dà l'organizzazione sociale che ha maturato all'interno del suo paradigma culturale.
I greci, nè individualmente, nè collettivamente, possedevano i mezzi per spingersi oltre la soglia del mondo moderno. Essi non possedevano la maturità di pensiero, il grado di intelligenza per andare oltre.
Per farlo, essi avrebbero dovuto sviluppare l'intelligenza astratta formale e cioè l'intelligenza che non si limita ad astrarre dalla realtà (o astrazione semplice, capacità che essi avevano raggiunto), ma l'intelligenza che supera la realtà concreta per trasferirsi su un altro piano, in cui il reale è solo il punto di partenza per elaborare concetti che lo travalicano e lo inglobano nello stesso tempo.
Ai greci, per esempio,"l'astrazione di uno Stato, che è essenziale per il nostro modo di intendere, era loro sconosciuta, mentre il loro fine era la patria vivente: questa Atena, questa Sparta, questi templi, questi altari, questa maniera di vivere, questa cittadinanza, questi costumi e queste consuetudini" (Hegel, 1956: 245, il grassetto è nostro ).
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lunedì 13 maggio 2013
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (87):L’INTUIZIONE COME CONOSCENZA
Fino ai tempi di Euclide non si prese coscienza della differenza tra conoscenza oggettiva e soggettiva. Pitagora, Aristotele ed Euclide credevano che il prodotto della loro speculazione fosse una realtà oggettiva e non soggettiva.
Il primo credeva che i numeri fossero una realtà del mondo reale e non un prodotto della sua mente (Singer, 1961: 32), il secondo credeva che la gerarchia della logica delle classi fosse insita nell'universo e non un prodotto del suo pensiero.
In Grecia non esiste un soggetto che conosce (soggetto epistemologico), cioè un soggetto che sia cosciente che quello che produce sia farina del suo sacco (Piaget). L'uomo greco crede sempre che quello che escogita sia realmente esistente nella realtà e non che sia la sua mente a dare ordine alla realtà esterna. Il mondo delle idee di Platone è, per lui, una realtà oggettiva e non un prodotto del suo pensiero che serviva per spiegare la realtà.
Le intuizioni dei greci non sono ipotesi. Le ipotesi, come le intendiamo nel senso moderno, sono delle congetture che prendono in considerazione il dato reale osservato (e quindi certo) e il dato possibile, cioè di come un dato fenomeno dovrebbe accadere o come una cosa dovrebbe funzionare in base ai suggerimenti che lo scienziato ha tratto dal dato certo.
"Di regola, la costruzione delle ipotesi è la parte più difficile del lavoro dello scienziato, e anche la parte per cui è indispensabile una grande abilità" (Russel, 1974, III: 714-15). Ma l'ipotesi (che non è una verità certa, ma possibile) va verificata sperimentalmente.
I greci, non solo non possedevano questa capacità di astrarre delle supposizioni o congetture dal dato reale osservato, ma non si posero mai il problema di una verifica sperimentale. Essi potevano operare, con le capacità che avevano maturato, sul dato concreto per fornire una dimostrazione logica, e questo fecero.
Il metodo sperimentale era lontano dalla loro portata e non lo raggiungeranno mai. L'ipotesi greca è "un postulato che si deve accettare per poter discutere; letteralmente significa dunque 'fondamento'" (Singer, 1961: 271).
Essi ebbero delle intuizioni geniali (Sambursky, 1963: 244), che avrebbero costituito le basi di tutto il sapere umano. L'intuizione atomica di Democrito (la materia è costituita da particelle infinitesime dette atomi).
L'intuizione di Aristarco sul sistema solare (è la terra che gira intorno al sole e non il contrario). L'intuizione di Eratostene sulle maree (tra il moto apparente della luna e le maree vi era una relazione). L'intuizione della scuola medica di Ippocrate di Coo (il cervello è la sede in cui si forma il pensiero), ecc.
Ma, per dimostrare che quelle intuizioni erano vere, in senso scientifico e non logico, l'uomo ha dovuto percorrere tutto il cammino dell'evoluzione della mente umana nei suoi livelli di struttura mentale per raggiungere, dopo 2000 anni, il porto del pensiero scientifico moderno, o pensiero operatorio formale, che si raggiunge solo nel XVII secolo della nostra era con il metodo ipotetico-deduttivo.
Bisogna, però, stare attenti a non confondere le cose. I greci partirono dal metodo intuitivo-deduttivo, che era il superamento del pensiero simbolico-transduttivo delle prime civiltà e di quello intuitivo dei presocratici.
Nel medioevo e nel primo Rinascimento si scoprirà il metodo induttivo-ampliativo, che era il superamento di quello intuitivo-deduttivo dei greci. Nell'epoca moderna, il distacco dalla realtà, a cui i greci erano legati, avviene tramite il metodo ipotetico-deduttivo, che programma la scoperta della verità attraverso un atto intuitivo (su cui si fonda l'ipotesi), ma che è ben lontano dalla intuizione dei greci, in quanto esso non si basa sull'induzione semplice o sommativa (greci), da cui intuitivamente si generalizza, ma proviene dalla capacità di correlare più punti di vista o conoscenze o informazioni o fatti osservati o dati raccolti che rendono plausibile l'ipotesi stessa.
La teoria della conoscenza di Aristotele è fondata sul doppio principio della intuizione-deduzione. L'induzione*. attraverso i sensi (è il solo momento di contatto con la realtà fisica), è utile per acquisire quegli elementi che servono a far scattare l'intuizione. La conoscenza, quindi, è un atto dell'intelligenza che vede chiaramente i principi contenuti nell'esperienza pratica (induzione). La conoscenza, insomma, per Aristotele è assiomatica.
I filosofi greci, tra cui Aristotele e Platone, non diedero alcuna spiegazione scientifica della realtà, ma elaborarono un metodo analogico dove la spiegazione veniva inferita piuttosto che analizzata (Reichenbach, 1974: 23-24). Questi filosofi davano delle spiegazioni che erano basate sulla logica del ragionamento e sulla osservazione superficiale dei fenomeni naturali, da qui la necessità del metodo analogico.
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venerdì 10 maggio 2013
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (86):IL LIMITE DEL PENSIERO GRECO
La Grecia era arrivata, superando le civiltà dell'Antico Oriente, alla generalizzazione e alla logica, ma non seppe arrivare al concetto di legge fisica della natura. La natura rimaneva ancora animata e cosciente. L'uomo greco non poteva conoscerla. Solo il suo creatore poteva farlo. L'uomo poteva conoscere solo ciò che egli stesso aveva creato. La natura era più forte di lui e le doveva obbedienza (Vernant, 1982: 339 ).
Nella spiegazione del mondo fisico, i greci non andarono oltre l'intuizione corredata dalla generalizzazione. E questo modo di vedere le cose rimase in auge per più di duemila anni, sotto la torreggiante autorità di Aristotele.
Questa concezione, che non era basata sull'osservazione dei fenomeni, ma solo sull'intuizione che di essi se ne aveva e sulla generalizzazione razionale, sarà superata solo nel secondo Rinascimento (Einstein-Infeld, 1965:19).
Essi (Platone, ecc.) sostenevano che la vera conoscenza era un atto della ragione (per questo essi sono chiamati razionalisti), ecco perchè era privilegiata la conoscenza matematica, che, attraverso postulati o assiomi fissati intuitivamente, consentiva, attraverso la deduzione, di raggiungere la verità o conoscenza (Reichenbach, 1974: 43).
Per i greci, comunque, i dati dell'esperienza sensibile servivano per fornire, induttivamente, materia all'intuizione. Il processo si svolgeva in quattro momenti: induzione ---> intuizione ---> assioma ---> deduzione. La ragione, quindi, era la sola fonte di conoscenza. "Per Platone, la scienza che trattava con il mondo dei sensi non era scienza, ma era un plausibile mito" (Cornford, 1926: 578).
Maturati gli elementi del pensiero razionale, i greci si diedero ad indagare (nel V secolo) sui problemi dell'uomo attraverso un rigoroso processo logico.
Attraverso l'induzione semplice essi intuivano una verità (postulato, assioma), che essi ritenevano indimostrabile perchè evidente per se stessa (Platone) e da questa partivano, attraverso il processo del metodo deduttivo, di cui Platone fu il sistematizzatore, alla conquista di altre verità consequenziali ed incontrovertibili(corollari).
Non importava se l'intuizione era vera o falsa. Il rigore del processo deduttivo faceva sempre arrivare a conclusioni che erano valide (per quell'impostazione) e concordi con la premessa. Questo era il loro limite: la verità oggettiva era irraggiungibile. La verità era soggettiva, anche se essi non ne presero mai consapevolezza.
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sabato 27 aprile 2013
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (85): LA NASCITA DEL PENSIERO LOGICO
L'atomismo è il coronamento dell'evoluzione del pensiero nella spiegazione del mondo fisico: é il prodotto di un dio (antiche civiltà )---> è il prodotto della trasmutazione delle sostanze (filosofi monisti greci)---> è il prodotto della combinazione di elementi che agiscono secondo le leggi umane (filosofi pluralisti)---> è il prodotto di un'entità (mente) che tutto ordina e tutto razionalizza (Anassogora)---> è il prodotto di forze meccaniche (filosofi atomisti).
La definizione, inventata dai greci, è molto importante nella maturazione del pensiero razionale. Definire significava attribuire delle qualità al definendo e queste qualità, a loro volta. erano comuni a molti e, quindi, si poteva generalizzare. Quello che fa il greco è di analizzare e riflettere per descrivere la realtà che gli sta di fronte con i suoi fenomeni.
Da questa descrizione-analisi nascono le definizioni, le generalizzazioni, i paragoni, le similitudini, la contrapposizione (dialettica), l'ordine, la classificazione, la sistematicità, il principio di identità, il sillogismo e sorgono i metodi induttivo e deduttivo.
Nella concatenazione dei fatti naturali si incomincia ad intravvedere la legge di causa ed effetto (Snell, 1963: 296). Il pensiero logico, il cui primo esempio risale al principio di identità o di non contraddizione di Parmenide, sorge, nella piena maturità, con Socrate, quando si acquistano le capacità di connettere più punti di vista (Snell, 1963| 296) per ricavarne un terzo (proprietà transitiva; Snell, 1963: 296-97) e di coordinare diverse informazioni tra di loro per raggiungere un sistema di rapporti.
La logica, che raggiunge la sua massima perfezione con Aristotele, fu lo strumento principe che condusse alla riflessione sistematizzata. Il processo che ha portato l'uomo a questa più avanzata capacità di pensiero si è svolto secondo il seguente schema: la capacità acquisita di coordinare più punti di vista o percezioni o intuizioni (questo è importante) lo condusse all' invenzione della logica; l'invenzione della logica gli diede una maggiore capacità di riflessione e la maggiore capacità di riflessione lo rese capace di produrre teorie e sistemi.
I greci avevano scoperto la logica e la dialettica ed avevano inventato il metodo induttivo e quello deduttivo e, con questi strumenti, mossero alla interpretazione del mondo fisico e di quello dell'uomo. Più che una dimostrazione fisica dei fenomeni, però, che avrebbe richiesto una conoscenza tecnica che essi non possedevano, essi fornirono una dimostrazione logica (Vernant, 1982: 330).
Le tecniche da affare divino, come erano state nelle antiche civiltà, erano diventato affare dell'uomo, ma questo non poteva agire su di esse con la riflessione critica per ricavarne delle leggi generali. Esse, in effetti,- sfuggivano al suo controllo (Vernant, 1982: 335).
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domenica 21 aprile 2013
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (84): SOCRATE
Ma chi rivoluzionò il mondo intellettuale greco fu "Socrate, che operò nel pensiero antico una rivoluzione Copernicana di un altro genere. Fino a quel momento la filosofia guardava al passato per trovare l'origine di tutte le cose.
Socrate rivoluzionò tutto e ingiunse di guardare al fine, [perchè anche per lui, come per Parmenide, la verità del mondo fisico è inconoscibile] - al bene per cui il mondo esisteva e non alla fonte da cui scaturiva.
L'effetto sulla fisica fu disastroso. Per la prima volta nel pensiero greco emerse la dottrina di un creatore benevole, la Mente di Anassogora, che si assunse il compito di disegnare il mondo come modello perfetto" (Cornford, 1926, IV: 578).
Il monismo e il pluralismo, come lo intendeva Empedocle, non riuscirono a dare una spiegazione soddisfacente del reale. "Il pensiero greco era arrivato al punto di incominciare a sentire il bisogno di una causa prima... L'idea di una materia che muoveva se stessa non era più soddisfacente. E se la ragione richiedeva una causa prima, allora, per quanto razionale e libero da pregiudizi religiosi un filosofo possa essere, egli si trova inevitabilmente costretto a fare ricorso ad una causa non materiale e deistica" (Guthrie, 1957: 52).
Anassagora (500-428) fu il primo a postulare la creatività dell'intelligenza "e con ciò introdusse nella filosofia greca la nozione determinante che il mondo sia in qualche modo il risultato della ragione, di una ragione che non è una parte, nè un prodotto della natura, ma che è diversa nella sua essenza da essa e tale da governare la natura stessa" (Cherniss, 1982: 168). Tuttavia la mente, per Anassagora, non è un'entità astratta, ma è una forza sostanziale che "contiene due concetti: il movimento e l' intenzionalità" ( Sherrard, 1971, II: 452 ).
L'atomismo di Democrito (460-357) e Leucippo ( 450 c.) fu la sintesi naturale di questa evoluzione di pensiero (Bailey, 1928: 11). Se i primi (monisti, pluralisti, Anassagora) avevano prodotto analiticamente le conoscenze, quest'ultimi (gli atomisti) crearono la sintesi. Essi fanno proprio il principio di identità di Parmenide, ma nello stesso tempo riconoscono la validità del principio del mutamento di Eraclito.
L'essere e il non essere, il pieno e il vuoto, sono entrambi esistenti e si materializzano nelle infinitesime particelle (atomi: l'essere, il pieno, il principio di identità) di cui è costituita la materia e nello spazio vuoto (il non essere, il vuoto) in cui esse si muovono (principio del mutamento ) (Zeller 1931: 65-67). Era il pensiero dei greci che si evolveva e creava i suoi strumenti. "La loro logica, la loro idea, la loro capacità di astrazione aumentavano man mano che si impadronivano del problema" (Farrignton, 1982: 39).
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venerdì 12 aprile 2013
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (83):FILOSOFI IONICI: EMPEDOCLE, PARMENIDE
Empedocle (484-424), il primo dei pluralisti, si definisce empirista e non razionalista. Per lui l'origine del mondo non poteva essere un solo elemento, come avevano sostenuto i suoi predecessori monisti. Egli pensava ad una pluralità di elementi. Secondo lui, gli elementi, che avevano dato origine al mondo, erano quattro: il fuoco (Eraclito), l'acqua (Talete), l'aria (Anassimene) e la terra (Ferenzi ).
Con questo egli "fonda per i secoli a venire la teoria classica dei quattro elementi" (Brunschvicg, 1922:117), che "rimarrà, con delle eccezioni importanti, la teoria prevalente fino alla rivoluzione della chimica del XVIII secolo" (Schlagel, 1985: 123).
Egli utilizzò chiaramente la proprietà transitiva (Snell, 1963: 301), che doveva condurre al sillogismo, un'altro elemento importante del pensiero razionale, ma, nella sua teoria della conoscenza, ritornò alla spiegazione mitica, correggendola in un solo punto.
In effetti, con la sua teoria dei contrari (Amore, Discordia, ecc. ), egli introduce un ordine della natura, dal primitivo Kaos, che differisce dalla spiegazione mitica delle prime civiltà solo nell'agente ordinatore. Se nelle antiche civiltà era un dio che divideva gli elementi dal Kaos originario per unire il simile al simile (la terra alla terra, l'acqua all'acqua, l'aria all'aria, ecc.), per Empedocle, invece, quest'ordine viene creato da una entità astratta, una forza non definita chiamata Discordia.
Parmenide (500 c.) occupa un posto particolare. Mentre egli rappresenta il punto di svolta nella formazione del pensiero razionale (Lloyd, 1987: 422) che, con lui e il suo principio di identità o non contraddizione, acquista consapevolezza di sè, nel campo della conoscenza rappresentò un freno inibitore, bloccando, sul nascere, la scienza empirica di Senofane, Eraclito, Alcmeone, ecc., affermando che l'uomo non può arrivare al sapere, ma solo un dio glielo può dare.
Era un ritorno ad Omero ed Esiodo, ma solo in apparenza, perchè la verità che Parmenide riceve da una dea, oltre le porte del giorno e della notte, è una verità che si presenta "nella forma di una deduzione logica, condotta a partire da premesse autoevidenti, che è la forma nella quale le verità della geometria si presentano all'anamnesi.
Parmenide fu dunque il profeta della ragione che tiene in dispregio i sensi" (Cornford, 1982: 187). E, in effetti, egli afferma che ci sono due vie per raggiungere la verità: quella della ragione e quella dei sensi ed egli si dichiara per la prima (Bailey, 1928: 25). Il dubbio di Parmenide sul problema della conoscenza è basato solo sulla inconoscibilità del mondo fisico, in quanto esso può essere conosciuto solo dal suo fattore (creatore), il dio appunto.
Questo spostamento d'interesse, annunciato da Parmenide, sarà reso esplicito dai sofisti (Kerfed, 1988 ), allievi ed eredi diretti dei naturalisti, di cui sono "la continuazione e insieme l'antitesi... L'antitesi esiste in particolar modo nell'atteggiamento dei pensatori dei due periodi: scientifico i primi, preoccupati più che altro dell'indagine sui principi supremi delle cose; pratico nei secondi, volto a rivoluzionare l'ordine esistente delle cose, secondo alcune premesse chiaramente definite" (De Ruggero, 1974, I: 167).
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sabato 6 aprile 2013
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (82):FILOSOFI IONICI: ANASSIMANDRO, ERACLITO, ANASSAGORA, ANASSIMENE,
L'originalità di Talete e degli altri pensatori Ionici furono le loro intuizioni nell'analisi del mondo fisico. Analisi che, ancora una volta, non avveniva in modo cosciente, nel senso che essi si diedero ad analizzare la natura, nel suo insieme, attraverso i suoi componenti.
Niente di tutto ciò. Essi erano interessati solo a ricercare "l'archè delle cose, ciò che indica l'origine come pure il principio" (Ehrenberg, 1973: 65) di ogni cosa nella sua singolarità. Cioè, essi sostituivano il dio delle vecchie civiltà, come agente creatore e ordinatore del mondo fisico, con un elemento, ed uno solo della natura.
Con questo atto, però, è l'intelligenza dell'uomo che incomincia a mettere ordine dove ordine non c'era. Il dio viene detronizzato. Col mondo fisico egli non c'entra, almeno nella mente di questi filosofi. La verità viene intuita attraverso l'esperienza umana.
La ricerca dell'archè li portò ad osservare ed analizzare il mondo che conoscevano nei suoi vari elementi costitutivi. Talete aveva iniziato quest'osservazione scoprendo il ciclo dell'acqua, "intendendo con questo un'essenza mobile, cangiante, fluttuante, priva di forma e colore determinato e soggetto a un ciclo di esistenza per cui passava dal cielo e dall'aria. da qui ai corpi vegetali e animali e di nuovo all'aria e al cielo " (Singer, 1961: 26 ).
Anassimandro (611-546), allievo di Talete, non ha una chiara idea dell'elemento fondamentale che, secondo lui, non può essere nessuno di quelli esistenti in natura perchè questi hanno qualità (caldo-freddo, umido-secco, ecc.) opposte che sono in eterna lotta fra di loro per stabilire sull'altro il proprio predominio e che solo la giustizia, a cui tutto si riconduce, tiene in equilibrio.
E' l'idea dei contrari, la teoria degli opposti, che troverà, più tardi, con Eraclito, una sua più matura definizione nel processo del pensiero dialettico. Per Anassagora, "la sostanza primigenia, quindi, in questa lotta cosmica, deve essere mentale " (Russel, 1966,I:56), deve essere qualcosa di indefinito e di indeterminato, che egli chiama apeiron, da cui tutto ha origine e a cui tutto ritorna (Cornford, 1952: 160).
Secondo questo filosofo, la terra, a forma di colonna tronca, si trova al centro dell'infinito e resta in equilibrio, in una posizione di "indifferenza "(Lloyd, 1979: 68), perchè soggetta a forze uguali e contrarie. L'infinito, per lui, era circolare, in analogia all'agorà. Egli aveva mutuata questa analogia dall' organizzazione politica della città con il suo centro circolare (agorà), in cui si dibattevano i problemi della comunità.
Con questa analogia egli faceva fare un passo avanti nella direzione del pensiero razionale, maturando i concetti di simmetria, uguaglianza e reversibilità. Egli afferma, anche, maturando un'idea evoluzionistica, che l'uomo deve provenire da un altro animale perchè, essendo l'unico che bisogno di un lungo periodo di assistenza alla nascita, non sarebbe sopravvissuto altrimenti. Egli suggerisce i pesci
Anassimene (580-520) è il primo a postulare il concetto di unità della materia (Tannery, 1930-4: 183). Egli lascia da parte l'indeterminato di Anassimandro e si ricollega a Talete, affermando che il principio di tutte le cose non è l'acqua, ma l'aria perchè essa ha le qualità di condensazione e rarefazione (Burnet, 1968: 19) e da essa si generano, per trasmutazione, il fuoco, il vento, le nuvole, l'acqua, la terra e le pietre.
E con questo egli introduce il concetto di trasmutazione delle sostanze, cioè l'archè originario si conserva e si trasmuta per aggregazione o disaggregazione. "Perchè, secondo Anassimene, anche l'acqua, la terra e il fuoco sono in realtà aria in un altro stato di aggregazione " (Fritz, 1988: 38).
Con Eraclito (535-475), l'ultimo e il più noto dei monisti, la ricerca prende un'altra direzione. Non è più indirizzata al mondo fisico, ma al problema della conoscenza, cioè non è più interessata alla natura del mondo fisico, ma al suo funzionamento (Kirk, 1962: 111).
Egli introdusse il concetto dialettico dell'essere e del non essere. Per lui, la realtà nella sua permanenza è un'illusione. L'unica vera realtà è il mutamento, il divenire. L'elemento fondamentale per Eraclito è il fuoco, "un fuoco eterno", che si converte in acqua, la quale in parte si consolida in terra e in parte si solleva in forma di tromba d'aria che, a sua volta col moto, si arroventa e ritorna fuoco.
Inventando l'essere e il non essere e il processo del divenire, "che ricerca l'accordo nei contrasti, la permanenza nel mutamento" (De Ruggero,1974: 95), Eraclito inventò la dialettica: un nuovo e formidabile elemento del pensiero razionale in formazione. Prima di lui il ragionamento non aveva forza perchè non utilizzava adeguatamente "una legge di contrasto e di armonia che domina tutta la natura" (De Ruggero, 1974: 93). Eraclito viene anche accreditato come l'iniziatore del processo che condusse al " severo metodo della deduzione analogica " (Snell, 1963: 306-7 ).
Per Eraclito, Senofane, Alcmeone, ecc., la conoscenza appartiene solo al dio. All'uomo, secondo Alcmeone, "è dato solo congetturare" in base ai dati forniti dall'esperienza visibile, la sola fonte di conoscenza per l'uomo, mentre il dio conosce anche le cose invisibili.
"... L'uomo può collegare fra loro le percezioni sensibili ed inferire così sull'invisibile. Ma in tal modo l'indagine, che Senofane aveva indicato per primo come la via per elevarsi al di sopra del sapere umano abituale, si trasforma in un metodo stabile ed ordinato.
Un medico, che era abituato a risalire dai sintomi alla malattia, ha formulato le regole universalmente valide di questo suo procedimento, e in seguito altri medici, Empedocle e gli Ippocratici, hanno sviluppato da qui il cosiddetto metodo induttivo. E' questo l'inizio della scienza empirica della natura" (Snell, 1963: 203).
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