Sgombriamo il campo da un possibile equivoco. L’ideologia comunista, come si è realizzata in Russia, non è un prodotto di Carlo Marx. Anche se è basata sul suo pensiero. Fu Lenin a forgiarla, in un momento rivoluzionario, per dare una risposta forte alla massa dei contadini russi che aveva sempre pagato il conto per tutti.
Anzi, Lenin forzò il pensiero di Marx quando si propose di realizzare una SOCIETA’ SENZA CLASSI in Russia… che smentiva la sua teoria in un punto fondamentale. Per Marx, le ultime due classi contrapposte della storia, borghesia e proletariato, sarebbero arrivate allo scontro rivoluzionario solo quando la borghesia avrebbe reso non più tollerabile LO SFRUTTAMENTO DELL’UOMO SU L’UOMO.
In Russia non c’è mai stata una borghesia. Né un capitalismo degno di questo nome. Era una società agricola arcaica, fatta di “servi della gleba” che non osavano rivendicare nulla. Il tozzo di pane che avevano era tutto quello a cui ambivano.
Fu Lenin che rese questa massa di “anime morte”, per citare Gogol, la punta di diamante di una rivoluzione che apriva le speranze a tutti i popoli sfruttati. E lo fece ricorrendo alla sua indomita volontà e lanciando le sue parole d’ordine che infiammavano le menti degli uomini.
Oggi possiamo dire che la forzatura di Lenin fu gravida di conseguenze per Marx stesso. Se veniva promosso per la sua acuta lettura della storia come storia delle lotte di classi contrapposte, classi sfruttatrici e classi sfruttate, classi dominanti e classi dominate, venne clamorosamente bocciato come VATE.
Lo svolgimento della storia non avvenne come l’aveva previsto lui. L’avvento del comunismo in Russia non portò alla soppressione dello Stato e alla libera associazione di lavoratori “per lo sfruttamento comune e pianificato delle forze produttive”. Ma portò al totale asservimento dell’individuo alle esigenze della POLITICA ECONOMICA PIANIFICATA dello Stato, che divenne il grande Moloch che tutto ingoia e tutto distrugge.
All’individuo fu tolto ogni POTERE DI INIZIATIVA, che, nelle società libere, era stata, ed è, la MOLLA DEL PROGRESSO E DELLA RICCHEZZA INDIVIDUALE E NAZIONALE.
Abolita la PROPRIETA’ PRIVATA, l’individuo non ebbe più nessuno INTERESSE PERSONALE ad impegnarsi fino in fondo per uno Stato che non solo non gli garantiva nulla, ma che lo aveva anche spogliato di tutto e lo aveva reso più povero.
Lo STATO PRODUTTORE divenne un fallimento. L’AGRICOLTURA COLLETTIVIZZATA divenne un fallimento. Il benessere promesso dall’ideologia comunista lo ebbe solo la NUOVA CLASSE dei funzionari del partito comunista. E questo benessere era fondato sul PRIVILEGIO.
Quando questa ideologia venne esportata nel mondo attraverso la PROPAGANDA, che ha sempre diffuso un’immagine idilliaca della realtà creata dal comunismo in Russia, le masse coivolte si trovarono ad essere più poveri e più diseredati di prima.
PREDICARE BENE E RAZZOLARE MALE è sempre stata una caretteristica del comunismo in tutte le salse. Cuba, Corea del Nord, Cina, gli ultimi tre Stati a regime comunista, sulla carta hanno sempre garantito all'individuo tutte le libertà civili, economiche e politiche.
Nella realtà, però, l'individuo si è trovato, e si trova, preso nella potente morsa dello Stato che gli nega la più piccola possibilità di indipendenza. È lo Stato che giudica per lui quali siano i suoi interessi e come deve perseguirli. Ogni piccola deroga a queste direttive basta per far dichiarare il trasgressore «nemico di classe» e come tale farlo mettere ai margini della vita sociale e civile.
In tutti gli Stati che l’hanno abbracciata, l’ideologia comunista ha reso il cittadino più povero. Lo ha abbassato a livello di sussistenza. Solo la Cina ha capito che questa situazione non sarebbe stata sostenibile a lungo. Ed ha operato una RIVOLUZIONE SILENZIOSA.
Ha mantenuto rigidamente fermo il potere politico, ma ha liberalizzato, fino ad un certo punto e senza ammetterlo ufficialmente, le attività economiche. In Cina si racconta una storiella che spiega questa RIVOLUZIONE SILENZIOSA.
Si racconta che Deng Xiao Ping, il leader maximo del comunismo cinese, si sia trovato ad un bivio stradale, da dove partivano due strade. Ad una, la freccia direzionale portava scritto “CAPITALISMO”. All’altra c’era scritto “COMUNISMO”. Lui scambiò le frecce direzionali e si avviò verso la strada che portava al (nuovo) COMUNISMO.
Sopravviverà questo (nuovo) COMUNISMO? Può sopravvivere solo con la forza. All’individuo moderno, il benessere economico, da solo, non basta. Vuole anche i DIRITTI CIVILI E POLITICI. Fintanto che questi saranno negati, il regime si può reggere solo sulla PUNTA DELLE BAIONETTE, come si diceva una volta.
mercoledì 12 marzo 2008
sabato 8 marzo 2008
LA LOTTA CONTRO LA CHIESA PER AFFERMARE LA LAICITA’ DELLO STATO
Nell’Impero Romano, l'universalismo politico presupponeva, come l'altra faccia della stessa medaglia, l'universalismo del potere. Ma se questo era vero per Roma, non era più vero nel medioevo cristiano perchè la chiesa teorizzò l'IDEA DEI DUE POTERI: TEMPORALE E SPIRITUALE e rivendicò la PRIMAZIA (superiorità) del POTERE SPIRITUALE perchè derivante direttamente da Dio, a cui l'imperatore doveva rendere conto.
L'imperatore, da parte sua, rivendicava la LAICITA’ e la PRIMAZIA del POTERE TEMPORALE in quanto possessore della SPADA, simbolo del potere effettivo.
Questi due poteri si fronteggiarono per tutto il medioevo. Un papa forte imponeva la supremazia della chiesa. Un imperatore forte imponeva quella dell'impero. Quando su questi seggi si trovavano due uomini egualmente forti si aveva uno stato di guerra continuo in cui la prevalenza rimbalzava dall'uno all'altro a seconda della fortuna.
Nel XIII secolo, papa Innocenzo III (1198-1216) approfittò della crisi del potere imperiale per fare della CHIESA LA FONTE DI TUTTI GLI ALTRI POTERI.
Egli portò sotto l'egida della chiesa quasi tutti i sovrani cristiani d'Europa. Anche la lontana e periferica Inghilterra dovette riconoscersi FEUDO della chiesa
Ma, nel XIV secolo, l'universalismo del potere della Chiesa entrò in una crisi irreversibile. Filippo il Bello di Francia (1285-1314) mise da parte ogni idea imperiale (universalismo politico) e mirò alla costruzione di uno STATO UNITARIO NAZIONALE LAICO, imponendo la sua volontà al papato (SCHIAFFO DI ANAGNI).
L'imperatore, da parte sua, rivendicava la LAICITA’ e la PRIMAZIA del POTERE TEMPORALE in quanto possessore della SPADA, simbolo del potere effettivo.
Questi due poteri si fronteggiarono per tutto il medioevo. Un papa forte imponeva la supremazia della chiesa. Un imperatore forte imponeva quella dell'impero. Quando su questi seggi si trovavano due uomini egualmente forti si aveva uno stato di guerra continuo in cui la prevalenza rimbalzava dall'uno all'altro a seconda della fortuna.
Nel XIII secolo, papa Innocenzo III (1198-1216) approfittò della crisi del potere imperiale per fare della CHIESA LA FONTE DI TUTTI GLI ALTRI POTERI.
Egli portò sotto l'egida della chiesa quasi tutti i sovrani cristiani d'Europa. Anche la lontana e periferica Inghilterra dovette riconoscersi FEUDO della chiesa
Ma, nel XIV secolo, l'universalismo del potere della Chiesa entrò in una crisi irreversibile. Filippo il Bello di Francia (1285-1314) mise da parte ogni idea imperiale (universalismo politico) e mirò alla costruzione di uno STATO UNITARIO NAZIONALE LAICO, imponendo la sua volontà al papato (SCHIAFFO DI ANAGNI).
mercoledì 5 marzo 2008
TRE UOMINI CHE SCONVOLSERO IL MONDO:LENIN, TROTSKI E STALIN
LENIN
Vladimir Ilyich Ulianov, Lenin per il mondo, uno dei più grandi uomini della storia, fu un rivoluzionario di professione. Conosceva benissimo le tecniche rivoluzionarie per impadronirsi del potere politico e le applicò quando i tedeschi lo trasferirono, in gran segreto, dall’esilio Svizzero in Russia nel 1917, dove si era creata una situazione pre rivoluzionaria.
L’intento dei tedeschi era quello di liberarsi del fronte russo nella Prima Guerra Mondiale per concentrare le loro forze sul fronte occidentale, dove le cose non andavano tanto bene dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America.
Quando prese il potere in Russia con un COLPO DI STATO, Lenin tirò la Russia fuori dal conflitto. Egli era sempre stato un fautore della pace fra i popoli. Ma la pace ora gli serviva anche per consolidare il suo potere dopo il COLPO DI STATO.
Egli era sinceramente attaccato alle sorti della classe lavoratrice, che nella guerra zarista era diventata carne da macello. Egli voleva risollevare le sorti dei “servi della gleba”, che, in Russia, non erano mai usciti dal Medioevo.
Egli era un profondo conoscitore del pensiero di Carlo Marx, il quale aveva fatto una originalissima lettura della storia dell’uomo come lotta di classi contrapposte. Classi sfruttatrici e classi sfruttate.
Conquistato il potere, Lenin adattò il pensiero di Marx alla situazione russa per trasformarlo in azione politica. Saltando la borghesia, che in Russia non aveva mai assunto fenomeno di massa, pose le premesse per realizzare una società senza classi.
La Russia era un paese arretratissimo. I contadini erano ancora attaccati alla terra come nel medioevo. Per loro la storia era ancora ferma alla sopravvivenza. Il capitalismo in Russia era ancora sconosciuto. Chi predominava era ancora la nobiltà terriera. Una situazione generale che mal si adattava allo schema di Carlo Marx.
Marx, in effetti, aveva preconizzato che la rivoluzione delle masse sfruttate sarebbe avvenuta solo quando il capitalismo sarebbe arrivato alla sua fase più matura e si sarebbe trasformato in capitalismo finanziario, dove lo sfruttamento delle classi subalterne sarebbe stato più feroce.
Ma fu la forte volontà di Lenin, e la sua non comune potenza intellettuale, che impose la svolta. Con le sue parole d'ordine (“tutto il potere ai soviet”, “la terra ai contadini”, “la pace ai popoli”) fece di un minuscolo drappello di uomini i leaders di una rivoluzione che sconvolse il mondo. Anzi, il mondo venne programmato a tavolino secondo una ideologia nuova di zecca. Ma la storia gli diede torto.
Invece di benessere e felicità in una società, dove non ci sarebbero stati sfruttatori, ma ognuno avrebbe attinto secondo i suoi bisogni e non secondo le sue capacità, come nel deprecato sistema capitalistico, produsse una massa di diseredati che ancora oggi vaga per le contrade d’Europa alla ricerca di un tozzo di pane.
TROTSKI
Leon Davidovich Bronstein, Trotski per il mondo, fu l'uomo che salvò la Rivoluzione di Lenin dagli eserciti controrivoluzionari. Percorse in lungo e in largo la Russia per combattere le truppe dell’odiato capitalismo. E vinse. Come menscevico, prese parte attiva al Soviet del 1917. Nei bolscevichi vi approdò dopo la Rivoluzione di febbraio.
Egli era considerato il delfino di Lenin, ma la sua visione ideologica della Rivoluzione contrastava con quella di Stalin, che controllava l'apparato del partito comunista.
Trotsky era internazionalista e sosteneva che la rivoluzione doveva essere esportata in tutto il mondo. Stalin era per la rivoluzione nella sola Russia.
Alla morte di Lenin, Stalin prevalse all’interno del partito comunista, che era il vero detentore del potere, e per Trotski si aprirono le porte dell'esilio, perseguitato dall'odio di Stalin, che, alla fine, riuscì a farlo assassinare nel 1938 in Messico.
STALIN
Josef Visserionovich Dzhugashvili, Stalin per il mondo, apparteneva alla vecchia guardia del partito comunista russo. Egli era direttore della Pravda, il giornale del partito, e negli anni cruciali era diventato segretario nazionale del partito
Sembra che Lenin non ne avesse una grande stima. Lo riteneva "troppo crudele" e "troppo brutale". Due atteggiamenti che la storia successiva doveva dimostrare veritieri.
Controllando l'apparato del partito, gli fu facile organizzare l'estromissione di Trotski alla morte di Lenin e concentrare tutto il potere nelle sue mani.
Sotto la sua direzione, in Russia non ci fu la dittatura del proletariato come era negli auspici di Lenin, nè la dittatura del partito comunista, che si era realizzata di fatto sotto Lenin, ma divenne una dittatura personale al di fuori di ogni controllo. Era l’ideologia comunista che mostrava il suo volto disumano. E CI VOLLERO 80 ANNI PERCHE’ QUESTO MONDO IMPLODESSE.
Vladimir Ilyich Ulianov, Lenin per il mondo, uno dei più grandi uomini della storia, fu un rivoluzionario di professione. Conosceva benissimo le tecniche rivoluzionarie per impadronirsi del potere politico e le applicò quando i tedeschi lo trasferirono, in gran segreto, dall’esilio Svizzero in Russia nel 1917, dove si era creata una situazione pre rivoluzionaria.
L’intento dei tedeschi era quello di liberarsi del fronte russo nella Prima Guerra Mondiale per concentrare le loro forze sul fronte occidentale, dove le cose non andavano tanto bene dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America.
Quando prese il potere in Russia con un COLPO DI STATO, Lenin tirò la Russia fuori dal conflitto. Egli era sempre stato un fautore della pace fra i popoli. Ma la pace ora gli serviva anche per consolidare il suo potere dopo il COLPO DI STATO.
Egli era sinceramente attaccato alle sorti della classe lavoratrice, che nella guerra zarista era diventata carne da macello. Egli voleva risollevare le sorti dei “servi della gleba”, che, in Russia, non erano mai usciti dal Medioevo.
Egli era un profondo conoscitore del pensiero di Carlo Marx, il quale aveva fatto una originalissima lettura della storia dell’uomo come lotta di classi contrapposte. Classi sfruttatrici e classi sfruttate.
Conquistato il potere, Lenin adattò il pensiero di Marx alla situazione russa per trasformarlo in azione politica. Saltando la borghesia, che in Russia non aveva mai assunto fenomeno di massa, pose le premesse per realizzare una società senza classi.
La Russia era un paese arretratissimo. I contadini erano ancora attaccati alla terra come nel medioevo. Per loro la storia era ancora ferma alla sopravvivenza. Il capitalismo in Russia era ancora sconosciuto. Chi predominava era ancora la nobiltà terriera. Una situazione generale che mal si adattava allo schema di Carlo Marx.
Marx, in effetti, aveva preconizzato che la rivoluzione delle masse sfruttate sarebbe avvenuta solo quando il capitalismo sarebbe arrivato alla sua fase più matura e si sarebbe trasformato in capitalismo finanziario, dove lo sfruttamento delle classi subalterne sarebbe stato più feroce.
Ma fu la forte volontà di Lenin, e la sua non comune potenza intellettuale, che impose la svolta. Con le sue parole d'ordine (“tutto il potere ai soviet”, “la terra ai contadini”, “la pace ai popoli”) fece di un minuscolo drappello di uomini i leaders di una rivoluzione che sconvolse il mondo. Anzi, il mondo venne programmato a tavolino secondo una ideologia nuova di zecca. Ma la storia gli diede torto.
Invece di benessere e felicità in una società, dove non ci sarebbero stati sfruttatori, ma ognuno avrebbe attinto secondo i suoi bisogni e non secondo le sue capacità, come nel deprecato sistema capitalistico, produsse una massa di diseredati che ancora oggi vaga per le contrade d’Europa alla ricerca di un tozzo di pane.
TROTSKI
Leon Davidovich Bronstein, Trotski per il mondo, fu l'uomo che salvò la Rivoluzione di Lenin dagli eserciti controrivoluzionari. Percorse in lungo e in largo la Russia per combattere le truppe dell’odiato capitalismo. E vinse. Come menscevico, prese parte attiva al Soviet del 1917. Nei bolscevichi vi approdò dopo la Rivoluzione di febbraio.
Egli era considerato il delfino di Lenin, ma la sua visione ideologica della Rivoluzione contrastava con quella di Stalin, che controllava l'apparato del partito comunista.
Trotsky era internazionalista e sosteneva che la rivoluzione doveva essere esportata in tutto il mondo. Stalin era per la rivoluzione nella sola Russia.
Alla morte di Lenin, Stalin prevalse all’interno del partito comunista, che era il vero detentore del potere, e per Trotski si aprirono le porte dell'esilio, perseguitato dall'odio di Stalin, che, alla fine, riuscì a farlo assassinare nel 1938 in Messico.
STALIN
Josef Visserionovich Dzhugashvili, Stalin per il mondo, apparteneva alla vecchia guardia del partito comunista russo. Egli era direttore della Pravda, il giornale del partito, e negli anni cruciali era diventato segretario nazionale del partito
Sembra che Lenin non ne avesse una grande stima. Lo riteneva "troppo crudele" e "troppo brutale". Due atteggiamenti che la storia successiva doveva dimostrare veritieri.
Controllando l'apparato del partito, gli fu facile organizzare l'estromissione di Trotski alla morte di Lenin e concentrare tutto il potere nelle sue mani.
Sotto la sua direzione, in Russia non ci fu la dittatura del proletariato come era negli auspici di Lenin, nè la dittatura del partito comunista, che si era realizzata di fatto sotto Lenin, ma divenne una dittatura personale al di fuori di ogni controllo. Era l’ideologia comunista che mostrava il suo volto disumano. E CI VOLLERO 80 ANNI PERCHE’ QUESTO MONDO IMPLODESSE.
sabato 1 marzo 2008
L’EURO E L'IDEA DI EUROPA
L’euro, il simbolo della nuova Europa che rinasce dopo un lunghissimo periodo di PARTICOLARISMO NAZIONALE, sta conquistando il primato nel mondo come moneta forte e credibile per essere una convincente MONETA DI RISERVA.
In quest’ultima funzione sta spodestando il dollaro, il famoso biglietto verde americano. Già alcuni Stati hanno fatto questo passo. Altri lo faranno man mano che l’Europa si muoverà verso il suo ultimo traguardo: l’UNITA’ POLITICA.
Quando questo avverrà, l’Europa aprirà un nuovo capitolo nella storia dell’uomo e nella leadership della civiltà occidentale. Nel tempo, gli Stati Uniti diverranno una potenza di secondo rango come l’Europa lo è stata per quasi un secolo.
Fino a poco tempo fa erano gli europei che aspettavano i turisti americani che portavano dollari, la moneta più appetita nel mondo, ora sono gli americani che aspettano gli europei che portano l’euro, la moneta che vale una volta e mezzo il dollaro.
Per noi italiani il gaudio è doppio. Prima, andare come turisti in america era proibitivo. Un dollaro valeva oltre 2000 lire. Ora è diventato il turismo più conveniente e il più economico.
L’Europa, come idea, non è nata nel dopo guerra, quando sorsero le prime istituzioni europee, ma è un’idea che viene da lontano. Le sue radici affondano nell’Impero Romano.
L'Impero Romano aveva lasciato, come eredità, l'idea dell' universalismo politico. Cioè, aveva lasciato l'idea che tutte le genti, o quasi, potessero vivere sotto un unico potere politico.
Quando l'Impero fu diviso in due, tra Impero Romano d'Occidente e d'Oriente, questa idea non si perse. Essa continuò a vivere come la meta a cui tendere, anche se la realtà politica, in Occidente, si era disgregata a causa delle invasioni barbariche del V secolo.
Le orde barbariche divennero la forza predominante ed occuparono il potere politico per diritto di conquista. La spada, simbolo del potere, era saldamente nelle loro mani, ma erano coscienti della superiorità culturale della civiltà che avevano distrutto e ne furono conquistati.
Essi subirono un processo di assimilazione che li portò a ricostituire, ad un diverso livello, quello che avevano distrutto. Quando Carlo Magno fu incoronato imperatore del Sacro Romano Impero aveva ricostituito l'unità territoriale dell'Impero Romano d'Occidente e vi aveva aggiunto la Germania che Roma aveva lasciato fuori.
Carlo Magno fu, in effetti, il primo a portare sotto un'unica bandiera (Sacro Romano Impero) quasi tutti i popoli d'Europa. Germani, Franchi, Longobardi, Italiani (Romani), ecc. furono uniti in un nuovo mondo che sorgeva.
La loro unificazione culturale fu facilitata dalla lingua latina, che riprese il suo antico posto di lingua comune e rimarrà la lingua internazionale della cultura europea fino al XVII secolo, quando verrà sostituita dal francese, prima, e dall'inglese, oggi.
L'idea di Europa, che abbiamo oggi, ebbe la sua incubazione nel periodo carolingio, che ne creò le premesse e l'intelaiatura mentale.
In quest’ultima funzione sta spodestando il dollaro, il famoso biglietto verde americano. Già alcuni Stati hanno fatto questo passo. Altri lo faranno man mano che l’Europa si muoverà verso il suo ultimo traguardo: l’UNITA’ POLITICA.
Quando questo avverrà, l’Europa aprirà un nuovo capitolo nella storia dell’uomo e nella leadership della civiltà occidentale. Nel tempo, gli Stati Uniti diverranno una potenza di secondo rango come l’Europa lo è stata per quasi un secolo.
Fino a poco tempo fa erano gli europei che aspettavano i turisti americani che portavano dollari, la moneta più appetita nel mondo, ora sono gli americani che aspettano gli europei che portano l’euro, la moneta che vale una volta e mezzo il dollaro.
Per noi italiani il gaudio è doppio. Prima, andare come turisti in america era proibitivo. Un dollaro valeva oltre 2000 lire. Ora è diventato il turismo più conveniente e il più economico.
L’Europa, come idea, non è nata nel dopo guerra, quando sorsero le prime istituzioni europee, ma è un’idea che viene da lontano. Le sue radici affondano nell’Impero Romano.
L'Impero Romano aveva lasciato, come eredità, l'idea dell' universalismo politico. Cioè, aveva lasciato l'idea che tutte le genti, o quasi, potessero vivere sotto un unico potere politico.
Quando l'Impero fu diviso in due, tra Impero Romano d'Occidente e d'Oriente, questa idea non si perse. Essa continuò a vivere come la meta a cui tendere, anche se la realtà politica, in Occidente, si era disgregata a causa delle invasioni barbariche del V secolo.
Le orde barbariche divennero la forza predominante ed occuparono il potere politico per diritto di conquista. La spada, simbolo del potere, era saldamente nelle loro mani, ma erano coscienti della superiorità culturale della civiltà che avevano distrutto e ne furono conquistati.
Essi subirono un processo di assimilazione che li portò a ricostituire, ad un diverso livello, quello che avevano distrutto. Quando Carlo Magno fu incoronato imperatore del Sacro Romano Impero aveva ricostituito l'unità territoriale dell'Impero Romano d'Occidente e vi aveva aggiunto la Germania che Roma aveva lasciato fuori.
Carlo Magno fu, in effetti, il primo a portare sotto un'unica bandiera (Sacro Romano Impero) quasi tutti i popoli d'Europa. Germani, Franchi, Longobardi, Italiani (Romani), ecc. furono uniti in un nuovo mondo che sorgeva.
La loro unificazione culturale fu facilitata dalla lingua latina, che riprese il suo antico posto di lingua comune e rimarrà la lingua internazionale della cultura europea fino al XVII secolo, quando verrà sostituita dal francese, prima, e dall'inglese, oggi.
L'idea di Europa, che abbiamo oggi, ebbe la sua incubazione nel periodo carolingio, che ne creò le premesse e l'intelaiatura mentale.
mercoledì 27 febbraio 2008
IL RADICALISMO ISLAMICO: UNA NUOVA SFIDA PER L'OCCIDENTE
L'Occidente ha vinto la sfida del comunismo dopo quasi ottant'anni di contrapposizioni. Ma il suo "way of life" (=il suo modello di vita) non si è affermato come modello vincente su scala planetaria.
E' risultato vincente solo su quel terzo del globo, che aveva messo in pratica l'ideologia comunista per realizzare un modello di società senza Dio (ateismo di Stato), che avrebbe dovuto raggiungere una presunta maggiore giustizia sociale, economica e politica.
Ora l'Occidente si trova davanti una nuova e ben più temibile sfida: il FONDAMENTALISMO ISLAMICO, che non è meno espansionista dell'ideologia comunista ed è portatore di un modello di società globale, in cui la religione è al centro di tutto.
Questo modello ha un profondo retroterra storico e non fa alcuna distinzione tra le due principali sfere dell'attività umana: quella laica (che interessa l'economia, la cultura, la politica e il sociale) e quella religiosa
Il suo fondatore fu Maometto, il quale riuscì a dare un'unità alla 'nazione araba' fondando una nuova religione: l'Islam, i cui precetti sono racchiusi nel libro sacro dei musulmani (Corano).
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la 'nazione araba' prese due indirizzi diversi. Alcuni Stati iniziarono una profonda politica di Occidentalizzazione. Altri riaffermarono, con forza, l'islamismo, come segno di distinzione dall'Occidente.
Ma in entrambi queste due categorie di Stati si perseguiva un processo di secolarizzazione (=separazione delle due sfere: laica e religiosa) per arrivare ad uno Stato completamente laico.
La politica di occidentalizzazione, tuttavia, trovò un grosso ostacolo nella classe degli ayatollah (i custodi delle sacre scritture dell'islam), che chiedeva un ritorno agli antichi precetti del Corano, di cui erano imbevute le masse (gli strati inferiori della popolazione).
Questa classe di ayatollah, che aveva un grosso seguito nella popolazione, vedeva il mondo occidentale come IMMORALE, CORROTTO e PORTATORE DI VALORI CULTURALI NEGATIVI, da cui il musulmano doveva rifuggire.
Per questo motivo, tra mondo islamico e mondo occidentale non ci poteva e non ci doveva essere INTEGRAZIONE, ma ci doveva essere solo DISTINZIONE E DIFFERENZA per riaffermare la propria INTEGRITA’ CULTURALE E MORALE.
E' risultato vincente solo su quel terzo del globo, che aveva messo in pratica l'ideologia comunista per realizzare un modello di società senza Dio (ateismo di Stato), che avrebbe dovuto raggiungere una presunta maggiore giustizia sociale, economica e politica.
Ora l'Occidente si trova davanti una nuova e ben più temibile sfida: il FONDAMENTALISMO ISLAMICO, che non è meno espansionista dell'ideologia comunista ed è portatore di un modello di società globale, in cui la religione è al centro di tutto.
Questo modello ha un profondo retroterra storico e non fa alcuna distinzione tra le due principali sfere dell'attività umana: quella laica (che interessa l'economia, la cultura, la politica e il sociale) e quella religiosa
Il suo fondatore fu Maometto, il quale riuscì a dare un'unità alla 'nazione araba' fondando una nuova religione: l'Islam, i cui precetti sono racchiusi nel libro sacro dei musulmani (Corano).
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la 'nazione araba' prese due indirizzi diversi. Alcuni Stati iniziarono una profonda politica di Occidentalizzazione. Altri riaffermarono, con forza, l'islamismo, come segno di distinzione dall'Occidente.
Ma in entrambi queste due categorie di Stati si perseguiva un processo di secolarizzazione (=separazione delle due sfere: laica e religiosa) per arrivare ad uno Stato completamente laico.
La politica di occidentalizzazione, tuttavia, trovò un grosso ostacolo nella classe degli ayatollah (i custodi delle sacre scritture dell'islam), che chiedeva un ritorno agli antichi precetti del Corano, di cui erano imbevute le masse (gli strati inferiori della popolazione).
Questa classe di ayatollah, che aveva un grosso seguito nella popolazione, vedeva il mondo occidentale come IMMORALE, CORROTTO e PORTATORE DI VALORI CULTURALI NEGATIVI, da cui il musulmano doveva rifuggire.
Per questo motivo, tra mondo islamico e mondo occidentale non ci poteva e non ci doveva essere INTEGRAZIONE, ma ci doveva essere solo DISTINZIONE E DIFFERENZA per riaffermare la propria INTEGRITA’ CULTURALE E MORALE.
sabato 23 febbraio 2008
UN INSUPERATO STRUMENTO IMPERFETTO: LA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE RAPPRESENTATIVA
Il nome astratto democrazia è uno dei termini più antichi del vocabolario politico. Esso deriva dal greco Democratia ed è composto da demos (popolo) e Kratos (autorità). Furono i greci, infatti, e più precisamente gli ateniesi, a fare il primo esperimento di governo democratico nel V secolo a.C.
Tuttavia, il concetto che i greci avevano della democrazia è del tutto diverso da quello moderno. Per essi, governo democratico voleva dire partecipazione diretta del popolo alla formazione delle leggi, partecipazione diretta alla direzione politica ed amministrativa dello Stato attraverso un sistema di rotazione o sorteggio delle cariche.
Tutto ciò era possibile in quanto la popolazione (che godeva dei diritti politici) della città-Stato di Atene ammontava a poche migliaia di persone. Ma oggigiorno, la popolazione dello Stato ammonta a milioni di individui-cittadini, sparsi su un territorio almeno venti volte più grande di quello di Atene, per cui il metodo della democrazia diretta sarebbe impossibile.
L'ampliamento dei confini dello Stato, la dilatazione delle sue funzioni e l'infinita complessità della sua organizzazione hanno fatto sorgere un nuovo tipo di democrazia in cui il cittadino partecipa alla vita dello Stato indirettamente, attraverso dei rappresentanti che elegge di tempo in tempo per rappresentarlo in parlamento.
Di qui il nome di democrazia parlamentare rappresentativa. "Questo genere di democrazia è completamente nuovo al mondo". Non è un sistema perfetto, ma è il migliore dei sistemi esistenti.
Tuttavia, il concetto che i greci avevano della democrazia è del tutto diverso da quello moderno. Per essi, governo democratico voleva dire partecipazione diretta del popolo alla formazione delle leggi, partecipazione diretta alla direzione politica ed amministrativa dello Stato attraverso un sistema di rotazione o sorteggio delle cariche.
Tutto ciò era possibile in quanto la popolazione (che godeva dei diritti politici) della città-Stato di Atene ammontava a poche migliaia di persone. Ma oggigiorno, la popolazione dello Stato ammonta a milioni di individui-cittadini, sparsi su un territorio almeno venti volte più grande di quello di Atene, per cui il metodo della democrazia diretta sarebbe impossibile.
L'ampliamento dei confini dello Stato, la dilatazione delle sue funzioni e l'infinita complessità della sua organizzazione hanno fatto sorgere un nuovo tipo di democrazia in cui il cittadino partecipa alla vita dello Stato indirettamente, attraverso dei rappresentanti che elegge di tempo in tempo per rappresentarlo in parlamento.
Di qui il nome di democrazia parlamentare rappresentativa. "Questo genere di democrazia è completamente nuovo al mondo". Non è un sistema perfetto, ma è il migliore dei sistemi esistenti.
martedì 19 febbraio 2008
MASSIMO D’ALEMA: L’ULTIMO VERO CREDENTE DELL’IDEOLOGIA COMUNISTA
Il vero credente è una figura psicologica che si è storicamente delineata solo nei partiti fortemente ideologicizzati, come quello comunista, fascista, nazista, ecc. Nei partiti democratici questa figura non si è delineata, né potrebbe mai delinearsi.
Questi partiti, in effetti, non hanno un credo acriticamente assunto come verità indiscussa ed indiscutibile dai loro iscritti. Ma sono dei partiti pragmatici, il cui obiettivo non è quello di cambiare il mondo, come nei partiti ideologicizzati, ma più semplicemente è quello di risolvere i problemi che affliggono la società.
Il vero credente è un indottrinato di seconda mano, se è un semplice iscritto, di prima mano se è un dirigente che ha frequentato la SCUOLA DI PARTITO, come Massimo D'Alema. Per il vero credente al di sopra di tutto c’è il partito e la sua ideologia, che viene assunta come verità assoluta, di cui egli è il geloso custode.
Giancarlo Pajetta, un leader storico del Partito Comunista Italiano (PCI), molto prima della caduta del Comunismo in Russia, soleva ripetere che solo il PCI possedeva la verità. Tutti gli altri “erano teste di cazzo”, tanto per riportare le sue testuali parole. La storia lo ha smentito. La “teste di cazzo” era lui e la sua ideologia.
Il vero credente è pronto a sacrificare tutto al partito, anche la propria libertà personale (come è stato testimoniato durante le purghe di Stalin del 1936). Nei suoi comportamenti, il vero credente è coerente, inflessibile, esigente. Non solo verso gli altri, ma anche, e soprattutto, verso se stesso.
Se la situazione lo richiede, è pronto a mettere da parte le proprie ambizioni personali per il bene del partito (come ha fatto Massimo D'Alema quando ha rinunciato alla Presidenza della Camera dei Deputati a favore di Fausto Bertinotti).
Come nell’Ordine dei Gesuiti l’obbedienza deve essere Perinde ac cadaver (= fino alla morte), così la dedizione del vero credente al partito è totale, acritica, indeflettibile.
Il suo scopo è quello di contribuire a far raggiungere al partito gli obiettivi che gli sono propri: la conquista del potere politico. Non importa con quali mezzi e quali strumenti, anche se si preoccupa sempre di dare a questi strumenti e mezzi una vernice di democraticità e di moralismo.
Nella scuola di partito, gli è stata inculcata l’idea di machiavelli che il fine giustifica i mezzi. E la DIALETTICA è lo strumento principe per raggiungere lo scopo.
Nella lotta politica, per il vero credente, non esistono avversari, ma solo nemici, che vanno eliminati con le armi della dialettica. La principale della quali è la demonizzazione del nemico politico da battere.
Nello scenario politico italiano di questi giorni non c’è più posto per la figura psicologica del vero credente. L’ha eliminata Walter Veltroni, il primo degli uomini nuovi della sinistra italiana. Come primo atto di Segretario del PD, egli ha messo da parte il vecchio armamentario dialettico del PCI o PDS nella lotta politica.
E si è impegnato a condurre una competizione elettorale corretta e rispettosa versi tutti. Il suo obiettivo è quello di svelenire il clima politico italiano per dare a tutti un sacrosanto diritto di cittadinanza nell’agone politico. Solo così il Paese può sentirsi unito anche nelle diversità di vedute.
Ma Veltroni, il pragmatico, non può garantire la nascita del nuovo se dietro di sé ha D'Alema, l’ideologista. L’ultimo degli uomini vecchi. Il vero credente per antonomasia. D'alema controlla la fetta maggioritaria del vecchio PDS e ha incominciato la sua campagna elettorale risfoderando la logica stantia della demonizzazione dell’ avversario poltico.
Veltroni ha posto le premesse per ricostruire la credibilità della sinistra italiana su altre basi. D'Alema pregiudica questo tentativo con la sua azione che sa di archeologia delle idee.
Veltroni vuole dimostrare che il Paese cresce e avanza anche nelle idee e nelle mentalità. Il Paese non può rimanere attaccato a prassi che sanno di Ottocento. Si deve evolvere, e Massimo D'Alema può dare un grosso contributo: mettendosi da parte. Il Partito Democratico, e il Paese, gliene saranno grati. E Veltroni avrà una chance in più.
Questi partiti, in effetti, non hanno un credo acriticamente assunto come verità indiscussa ed indiscutibile dai loro iscritti. Ma sono dei partiti pragmatici, il cui obiettivo non è quello di cambiare il mondo, come nei partiti ideologicizzati, ma più semplicemente è quello di risolvere i problemi che affliggono la società.
Il vero credente è un indottrinato di seconda mano, se è un semplice iscritto, di prima mano se è un dirigente che ha frequentato la SCUOLA DI PARTITO, come Massimo D'Alema. Per il vero credente al di sopra di tutto c’è il partito e la sua ideologia, che viene assunta come verità assoluta, di cui egli è il geloso custode.
Giancarlo Pajetta, un leader storico del Partito Comunista Italiano (PCI), molto prima della caduta del Comunismo in Russia, soleva ripetere che solo il PCI possedeva la verità. Tutti gli altri “erano teste di cazzo”, tanto per riportare le sue testuali parole. La storia lo ha smentito. La “teste di cazzo” era lui e la sua ideologia.
Il vero credente è pronto a sacrificare tutto al partito, anche la propria libertà personale (come è stato testimoniato durante le purghe di Stalin del 1936). Nei suoi comportamenti, il vero credente è coerente, inflessibile, esigente. Non solo verso gli altri, ma anche, e soprattutto, verso se stesso.
Se la situazione lo richiede, è pronto a mettere da parte le proprie ambizioni personali per il bene del partito (come ha fatto Massimo D'Alema quando ha rinunciato alla Presidenza della Camera dei Deputati a favore di Fausto Bertinotti).
Come nell’Ordine dei Gesuiti l’obbedienza deve essere Perinde ac cadaver (= fino alla morte), così la dedizione del vero credente al partito è totale, acritica, indeflettibile.
Il suo scopo è quello di contribuire a far raggiungere al partito gli obiettivi che gli sono propri: la conquista del potere politico. Non importa con quali mezzi e quali strumenti, anche se si preoccupa sempre di dare a questi strumenti e mezzi una vernice di democraticità e di moralismo.
Nella scuola di partito, gli è stata inculcata l’idea di machiavelli che il fine giustifica i mezzi. E la DIALETTICA è lo strumento principe per raggiungere lo scopo.
Nella lotta politica, per il vero credente, non esistono avversari, ma solo nemici, che vanno eliminati con le armi della dialettica. La principale della quali è la demonizzazione del nemico politico da battere.
Nello scenario politico italiano di questi giorni non c’è più posto per la figura psicologica del vero credente. L’ha eliminata Walter Veltroni, il primo degli uomini nuovi della sinistra italiana. Come primo atto di Segretario del PD, egli ha messo da parte il vecchio armamentario dialettico del PCI o PDS nella lotta politica.
E si è impegnato a condurre una competizione elettorale corretta e rispettosa versi tutti. Il suo obiettivo è quello di svelenire il clima politico italiano per dare a tutti un sacrosanto diritto di cittadinanza nell’agone politico. Solo così il Paese può sentirsi unito anche nelle diversità di vedute.
Ma Veltroni, il pragmatico, non può garantire la nascita del nuovo se dietro di sé ha D'Alema, l’ideologista. L’ultimo degli uomini vecchi. Il vero credente per antonomasia. D'alema controlla la fetta maggioritaria del vecchio PDS e ha incominciato la sua campagna elettorale risfoderando la logica stantia della demonizzazione dell’ avversario poltico.
Veltroni ha posto le premesse per ricostruire la credibilità della sinistra italiana su altre basi. D'Alema pregiudica questo tentativo con la sua azione che sa di archeologia delle idee.
Veltroni vuole dimostrare che il Paese cresce e avanza anche nelle idee e nelle mentalità. Il Paese non può rimanere attaccato a prassi che sanno di Ottocento. Si deve evolvere, e Massimo D'Alema può dare un grosso contributo: mettendosi da parte. Il Partito Democratico, e il Paese, gliene saranno grati. E Veltroni avrà una chance in più.
Iscriviti a:
Post (Atom)