domenica 14 settembre 2008

LA BORGHESIA, LE CITTA' E L'IDEA DI AUTOGOVERNO

Il feudalesimo aveva messo in crisi il potere centrale dell'impero ed aveva affermato il particolarismo dei signori. Con la ripresa del commercio (XI-XII sec.), le antiche città, a cui se ne aggiunsero altre di nuova formazione, rinacquero a nuova vita sotto la spinta di un ceto mercantile borghese.

Il borghese era l'uomo nuovo della storia. Per le sue attività mercantili aveva bisogno di libertà e sicurezza ed i signori feudali erano incapaci di garantirle. Nè poteva garantirle l'impero, che era distante ed impotente.

Al borghese non restava che una sola strada: usare la sua borsa per comprarsi le autonomie, come si chiamava allora la libertà di fare, dal signore feudale e decidere del proprio destino.

L'autogoverno delle città nacque in questo modo. Qualche volta l'autogoverno venne difeso sui campi di battaglia e le città divennero il centro del rinnovamento totale della società.

domenica 7 settembre 2008

IMMUNITA’ PARLAMENTARE E POTERE DEI GIUDICI

L’immunità parlamentare viene da lontano. E’ il frutto di una lunga lotta tra il nascente parlamento e il sovrano inglese. Il concetto della divisione dei poteri era ancora nella mente di Dio.

Nel Medioevo, il sovrano assommava tutti i poteri: legislativo, esecutivo, giudiziario e poteva disporre, a suo piacere, dei beni e della libertà dei suoi sudditi.

Era un sovrano assoluto, anche se in Inghilterra questo non è stato mai completamente vero. A partire dal 1215, i baroni, che erano il vero contropotere all’interno dello stato, costrinsero Giovanni Senza Terra a firmare la MAGNA CARTA, il primo documento di valore costituzionale.

La MAGNA CARTA era riuscita ad imporre alcuni limiti al potere del re. Nei secoli successivi, il nascente parlamento cercò di estendere questi limiti fino ad includervi l’IMMUNITA’ DEL PARLAMENTARE.

Ma, fino al XV secolo, al parlamentare non era riconosciuta alcuna immunità. Bastava che egli usasse un linguaggio non troppo ossequioso verso il sovrano per essere arrestato ed imprigionato. Riacquistava la sua libertà solo quando il re ne decideva la scarcerazione.

Questo potere di privare della libertà il parlamentare, che “aveva espresso troppo liberamente il proprio pensiero sulle questioni di Stato”, costituiva per il sovrano un deterrente formidabile per piegare ai propri voleri il singolo parlamentare.

Con la nascita dello STATO DEMOCRATICO, che introdusse il principio della DIVISIONE DEI POTERI (legislativo, esecutivo, giudiziario), l’IMMUNITA’ PARLAMENTARE divenne un anacronismo che sopravviveva a se stessa.

Anche se fu introdotto il correttivo che la Camera di appartenenza (Senato o Camera dei deputati) poteva dare, su richiesta della magistratura, l’autorizzazione a procedere contro un parlamentare che si era reso colpevole di reati che prevedevano l’arresto.

Nella realtà dei fatti, però, ogni forza politica faceva quadrato attorno al proprio parlamentare e l’IMMUNITA’ divenne un intralcio alla giustizia.

Ma la sua cancellazione innescò un problema antico, ma di nuovo conio: l’arresto facile. Se prima l’EQUILIBRIO TRA I POTERI veniva sistematicamente rotto dal PARLAMENTO, questa volta è la MAGISTRATURA che tende a travalicare i suoi limiti democratici.

Il potere di arresti facili, al di fuori della criminalità comune, non deve e non può essere concesso a nessuno. Di questo potere una certa magistratura in Italia ne sta facendo un abuso. Non sempre giustificato dalla gravità del reato.

Un eccessivo potere dei giudici può diventare pernicioso per la democrazia. Pensiamoci finché siamo in tempo.

domenica 31 agosto 2008

IL PARLAMENTO E LE CARTE COSTITUZIONALI

La Grecia classica aveva inventato la democrazia diretta. Le tribù germaniche, che sconvolsero tutto il mondo civilizzato occidentale nel V secolo, non avevano uno Stato organizzato con regole scritte (costituzioni) come i Greci. Avevano le loro consuetudini, che erano consuetudini di libertà ed uguaglianza, i due cardini su cui è fondata ogni democrazia moderna.

La loro consuetudine di riunirsi per prendere le decisioni che riguardavano la tribù era una forma di democrazia diretta, ma essi non ne ebbero mai coscienza.

Il parlamento moderno è figlio diretto di questa consuetudine, che sopravvisse nelle popolazioni d'Europa. L'uomo europeo, nato dalla mescolanza delle popolazioni latine e germaniche, adattò questa consuetudine alle esigenze di una comunità che diventava sempre più estesa e non poteva più riunirsi direttamente, ma doveva farlo attraverso suoi rappresentanti eletti.

Questa fu l'origine della democrazia parlamentare rappresentativa dei nostri giorni. L'uomo medievale vi aggiunse un nuovo elemento quando decise che il patto consuetudinario, che lo legava al sovrano in un rapporto di diritti e doveri, fosse messo per iscritto.

La Magna Charta, che i baroni inglesi strapparono a Giovanni Senza Terra nel 1215, può essere considerata la madre di tutte le costituzioni che seguirono. Essa sanciva, tra l'altro, il diritto del popolo a ribellarsi al sovrano se questo veniva meno al patto costituzionale sottoscritto.

lunedì 25 agosto 2008

LA CONOSCENZA E’ DEMOCRATICA O ARISTOCRATICA?

Sono stato per parecchio tempo senza scrivere nulla sul mio blog. L’estate mal si concilia con internet. In estate si ha bisogno degli spazi aperti, dove ci si può abbandonare all’ammirazione della bellezza del creato.

Non importa se al mare, in montagna o nella fredda GREEN ALBION (come nel caso mio). L’essenziale è sentirsi rinnovati dentro, come mi sento rinnovato io in questo momento. Sono ritornato alla mia sede di sempre. La mia preferita. In riva al mare.

La spiaggia si sta liberando dell’unico elemento inquinante: l’uomo. Fra poco la spiaggia ridiventerà deserta e ritorneranno i gabbiani. I miei amici di sempre. I cieli incominceranno ad essere cangianti.

Potrò riammirare i tramonti stupendi dell’autunno. Il mare sarà complice. Sarà dinamicamente diverso in ogni istante. Solcato dalle correnti marine, andrà da un blue intenso ad un celestino chiaro. Da un grigio cupo ad un grigio appena accennato.

Ma la sua bellezza più grande è quando si agita fortissimamente. Quando raggiunge forza nove. Con onde che sembrano toccare il cielo e la mia casa (un primo piano con scala esterna) è come se si reggesse sulle palafitte.

A volte, per giorni il mare staziona nel mio giardino e nel mio vialetto d’ingresso. Ma questa forzata “reclusione” non mi disturba. Vivo solo e posso liberamente abbandonarmi a quello che sento dentro. Dimenticandomi di tutto il resto del mondo. Anche se non potrei mai rinunciare al mio unico, insostituibile, legame con esso: internet.

In questi momenti, la musica classica mi è compagna. Brahms, Beethoven, Paganini, Ciaikoskij, e tutti gli altri, mi aiutano a sentirmi in sintonia con lo sconvolgimento degli elementi che avviene all’esterno. Specialmente quando le tempeste marine di pioggia e vento si infrangono sulle vetrate della mia casa.

Perché tengo un blog? Nei miei lunghi anni di studio e di ricerche nel mondo anglosassone, su entrambi i lati dell’Atlantico, ho appreso una verità fondamentale: la conoscenza non partecipata è sterile. Non concorre a produrre altra conoscenza. La mia, tanta o poca che sia, non voglio rimanga solo un mio patrimonio, ma voglio che sia messa a disposizione di tutti. Il senso più alto di un blog è proprio questo: partecipare il proprio sapere ad altri.

Il primo ad intuire che la conoscenza non deve rimanere un fatto di pochi, ma deve diventare un fatto in cui sono coinvolti tutti fu Bacone, nell’Inghilterra del Seicento. Bacone sosteneva che i moderni potevano competere con i giganti dell’antichità classica solo se si impegnavano in una ricerca collettiva.

Su queste sue idee fu fondata la Royal Society, la quale si pose il compito di raccogliere tutta la conoscenza prodotta in ogni angolo della Terra e metterla a disposizione di tutti. Una conoscenza che si voleva democratica come principio.

La Royal Society chiese a tutti i viaggiatori inglesi di mandare alla Society una relazione, più o meno dettagliata, di tutte le nuove conoscenze in cui si imbattevano. In tutti i campi. Da quello economico-produttivo a quello “scientifico”. Da quello del costume a quello politico.

Da questa conoscenza messa a disposizione di tutti nacquero la Rivoluzione Industriale e lo stile di vita inglese. Non c’è nulla nello stile di vita inglese (polo, cricket, ecc.) che non provenga da qualche altro Paese. Ma gli inglesi ebbero il genio di trasformarlo e renderlo inequivocabilmente britannico.

La stessa cosa avvenne nella Rivoluzione Industriale. Il mitico artigiano-inventore inglese si rifaceva a conoscenze acquisite da altri popoli, ma la macchina a vapore è inequivocabilmente britannica, anche se la forza-vapore fu scoperta in Francia.

Anche la tanto osannata AGRICOLTURA ALL’INGLESE è rintracciabile in altri Paesi, ma la sua caratteristica è inequivocabilmente britannica.

Per concludere posso dire che la conoscenza messa a disposizione di tutti democraticamente ha sprigionato le risorse inventive di un popolo che aveva scoperto il profitto come mezzo per arricchirsi.

Nell’Europa continentale la conoscenza non è stata mai democratica. Ha sempre avuto una connotazione aristocratica. L’inventore non era mai un artigiano, ma uno “scienziato” o uno “studioso” amatore, il quale era mosso, non dall’attesa di un profitto, ma dalla gratificazione fine a se stessa della scoperta.

Ancora oggi, mentre nel mondo accademico americano tutta la conoscenza prodotta viene messa on line a disposizione di tutti, nella nostra Italia, la conoscenza prodotta nel mondo accademico non viene partecipata, ma rimane chiusa, gelosamente, nel cassetto di chi l’ha prodotta.

lunedì 16 giugno 2008

IL NEOLIBERISMO CONTRO IL WELFARE STATE:LA DEREGULATION

Il Welfare State, dopo oltre cinquant’anni di esistenza, ha dimostrato i suoi limiti. La ricchezza che esso assorbe è enorme. In Inghilterra esso assorbe oltre il 30 per cento del prodotto nazionale lordo (PiL), in Italia viaggia intorno al 30, così in Germania federale , nel Belgio e in Olanda.

I servizi che esso fornisce sono spesso di pessima qualità e ha sviluppato una macchina burocratica elefantiaca. Alcune aree sono state super garantite, altre sono rimaste a livello di sopravvivenza. Gli sprechi sono enormi. I conti economici dello Stato sono saltati. Lo Stato spende di più di quanto incassa. I deficit accumulati sono paurosi.

L'Italia ha un debito pubblico che viaggia oltre il 100 per cento di tutto quello che riesce a produrre in un anno (PiL). L'inflazione è diventata un male endemico, più che una malattia ricorrente, come lo era nel passato.

Paul Samuelson, premio Nobel per l'economia, ha detto che questo è il prezzo che si paga per la disumanità dell'umanità dell'uomo verso l'uomo: quando un disoccupato percepisce un sussidio, che gli garantisce di che vivere, non è disponibile ad accettare un posto di lavoro non gradito. Preferisce vivere a spese della collettività.

Queste sono disfunzioni reali che hanno bisogno di correttivi per riportare ordine nei conti dello Stato e combattere l'inflazione che penalizza le categorie meno protette.

Alcuni Governi, però, non credono nei correttivi. Essi pensano che lo Stato debba ritornare alle sue funzioni tradizionali del periodo liberista (per questo sono detti neoliberisti). Il loro grido, e la loro politica, è: Deregulation, ritorniamo all'antico!

Smantelliamo tutto: lo Stato ad economia mista, che è stato un fallimento, e il Welfare State, che si è dimostrato ingovernabile.

Le aziende di Stato non hanno svolto il ruolo che ci si attendeva e sono diventate una fonte di sperpero del denaro pubblico? Allora esse vanno restituite ai privati e riportate nella logica dell'economia di mercato.

Lo Stato che provvede a tutti dalla culla alla tomba è un divoratore insaziabile di ricchezza? Allora esso deve finire, eliminando il superfluo e riportando alla logica del mercato quel che oggi è dominato dalla regulation amministrativa.

Le provvidenze dello Stato vanno riservate solo a quelle categorie di cittadini che si trovano al disotto della soglia di reddito definita come soglia della povertà.

La politica della deregulation è stata adottata, per prima, dagli Stati Uniti di Reagan e dall'Inghilterra della Thatcher. Quest'ultima si era spinta molto avanti nello smantellamento dello Stato ad economia mista e si preparava a smantellare quello assistenziale.

E su questa strada si stanno muovendo tutti i governi europei, più o meno timidamente. Compreso quello italiano. che ha già venduto una buona parte dei gioielli di famiglia ed è sulla strada per correggere lo Stato assistenziale (welfate state).

domenica 8 giugno 2008

LO STATO DIVENTA AMICO DELL’UOMO: IL WELFARE STATE

Il primo intervento dello Stato nell'economia era stato dettato dall'esigenza di creare un equilibrio stabile nel sistema economico ed evitare, così, i guasti che il sistema capitalista, se lasciato a se stesso, produceva periodicamente. Questo fu il periodo delle grandi nazionalizzazioni nel settore dei servizi.

Successivamente, questo intervento si estese fino ad interessare direttamente la grande industria: da quella di base a quella manifatturiera. Così, accanto ad un settore privato dell'economia, nacque e si sviluppò, a partire dagli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale, un settore pubblico che, secondo Aneurin Bevan, ministro del primo governo laburista inglese del secondo dopoguerra, doveva assumere un ruolo strategico nella politica del governo.

Secondo il socialista Bevan, le nazionalizzazioni dei settori strategici della grande industria e dei servizi dovevano costituire le premesse indispensabili per la realizzazione di una politica di grandi riforme sociali in senso egualitario e garantista.

In poco più di un quarto di secolo, lo Stato inglese nazionalizzò il 16 per cento dell'industria nazionale. Gli altri Stati europei lo seguirono a ruota. La Francia con il 23 per cento. L'Italia, con il suo settore nazionalizzato e quello a partecipazione statale, il 20 per cento, la Germania il 14 e iì Benelux il 10.

Su queste premesse, il governo socialista dì Clement Attlee (19451951) impostò la sua politica per la realizzazione di un piano assistenziale, che fu elaborato, in piena seconda guerra mondiale (1942) e su incarico di Winston Churchill, dal liberale William Beveridge.

Il piano Beveridge sì basava sull'impegno da parte dello Stato di GARANTIRE L’ASSISTENZA AL CITTADINO DALLA CULLA ALLA TOMBA (A questo tipo di Stato, più tardi, verranno date varie definizioni: Welfare State, Stato assistenziale, Stato del benessere, Stato garantista, ecc), senza distinzioni sociali.

Al cittadino, come membro di diritto dello Stato, veniva garantito:
1) un minimo dì sicurezza economica;
2) tutta l'assistenza sanitaria;
3) una pensione per la vecchiaia o in caso di inabilità;
4) e - soprattutto – veniva salvaguardata la sua dignità umana: quello che prima riceveva, in caso di bisogno, come carità pubblica o privata, ora gli veniva attribuito come diritto sin dalla nascita, sia che nascesse ricco o povero.

Era una concezione nuova e rivoluzionaria dello Stato. Allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo del liberismo puro, si sostituiva la concezione dell'umanità dell'uomo verso l'uomo. Allo Stato gendarme, così caro ad Adam Smith, si sostituiva lo Stato-amico che liberava l'uomo dalla paura del bisogno.

L'esperienza storica, tuttavia, ha dimostrato che il settore pubblico dell'economia non ha svolto quel ruolo strategico che era nei pensieri dei suoi ideatori. Col passare del tempo, esso era diventato un cronicario delle industrie private decotte, che venivano addossate alla collettività per garantire i livelli occupazionali.

Esso non creava ricchezza, ma la distruggeva. I suoi deficit erano diventati paurosi e riesciva a sopravvivere solo grazie ai costanti finanziamenti dello Stato. La sua stessa esistenza, come industria assistita, stravolgeva le regole dell'economia di mercato, secondo le quali ogni impresa ha un proprio ciclo di vita e riesce a restare sul mercato (e quindi a vivere) solo se è competitiva e produce utili.

Il settore pubblico, invece, era diventato immortale e come tale era al di sopra e al di fuori delle leggi del mercato. Non produceva più per il mercato, ma produceva solo per perpetuare se stesso a spese della collettività.

Il fallimento delle nazionalizzazioni venne ampiamente riconosciuto da tutti, ed i partiti di sinistra, che prima ne facevano dei cavalli di battaglia, le hanno cancellate dai loro programmi.

mercoledì 4 giugno 2008

PARLIAMONE: LO STATO CONTRO I GUASTI DEL LAISSER FAIRE

Per quasi tutto il periodo della RIVOLUZIONE INDUSTRIALE (due secoli circa), la classe operaia, ancora non organizzata, pagò un costo tremendo. L’anello debole di questa rivoluzione, che permise l’immenso accumulo di capitale su cui la società moderna fu fondata, era l’operaio non organizzato.

La CONTRATTAZIONE COLLETTIVA non esisteva. E non esisterà ancora per 150 anni. La contrattazione avveniva uno contro uno. Datore di lavoro contro operaio singolo. Era una contrattazione iniqua. La paga che il datore di lavoro era disposto a concedere era quella misera somma appena sufficiente per SOPRAVVIVERE E RIPRODURSI.

Oltre questa paga, l’operaio non aveva alcun diritto. Nè contro le malattie. Nè contro gli incidenti sul lavoro. Nè per la vecchiaia. Era la solideriata familiare che garantiva il funzionamento del meccanismo. L’adulto manteneva il bambino fino ai sette otto anni. Poi questo doveva andare a guadagnarsi un tozzo di pane col sudore della sua fronte e doveva mantenere i propri vecchi negli ultimi anni della loro vita, quando non erano più in grado di lavoro.

Negli anni di crisi economica generalizzata, la scure dei licenziamenti gettava tutti sul lastrico. Nella miseria più nera per tutta la famiglia.

All'inizio del XX secolo, le crisi economiche, che nel frattempo erano diventate sempre più frequenti e sempre più acute, convinsero lo Stato che il sistema liberista, lasciato a se stesso, era incapace di assicurare alla nazione un progresso economico continuo ed equilibrato, come non era stato capace di garantire alla nazione un armonico sviluppo sociale e civile.

Ci si rese conto che se si voleva assicurare alla nazione un crescente sviluppo economico e abolire o, quanto meno, attutire le catastrofiche conseguenze delle depressioni economiche, lo Stato doveva abbandonare la sua tradizionale neutralità ed intervenire anche nel campo dell'economia.

Dapprima questo intervento fu frammentario ed occasionale. Esso si risolveva in «una serie di misure economiche isolate, non coordinate e senza rapporto fra di loro, intese a migliorare, in determinati periodi, le condizioni dei produttori di grano, degli allevatori di bestiame, della industria tessile, di qualsiasi altro gruppo economico.

Poteva essere adottato per mantenere il livello degli utili, dei prezzi, dei salari o delle condizioni di lavoro nella particolare industria che formava oggetto di tali misure, oppure poteva essere principalmente inteso a migliorare il gettito delle imposte.

Poteva anche avere come scopo la conservazione delle risorse minerarie, idriche o forestali; oppure servire ad assistere una comunità o una zona in particolari condizioni di disagio economico; soprattutto poteva spesso rappresentare il tentativo di attenuare gli effetti di una depressione ciclica o strutturale, in gestazione o in atto» (LAUTERBACH).

Ciò che c'era di positivo in queste misure è che esse riuscivano a tappare, bene o male, le falle che continuamente si aprivano nella grande barca dell'economia, ma non riuscivano ad impedire che esse si aprissero, e ciò era dovuto al fatto che, più che misure preventive, esse erano misure correttive di squilibri che si venivano a creare in alcuni settori dell'economia.

Esse si erano dimostrate efficaci nella lotta contro le grandi depressioni o nel risollevare un settore dell'economia da uno stato di crisi, ma del tutto inefficaci per garantire al paese un alto sviluppo economico e sociale.

Fu proprio per colmare questa insufficienza che lo Stato intensificò il suo intervento nel mondo dell'economia con una azione più organica, più coordinata, più continua e, soprattutto, con un'azione programmata, intesa ad utilizzare razionalmente le risorse del Paese e ad aggredire i problemi economici e sociali con una visione globale ed unitaria, distribuendo le risorse secondo una scala di priorità, in modo da assicurare l'armonico sviluppo di tutti i settori della società.