IL MARE, LA LUNA E NOI
Le tre ragazze erano uno schianto. Un’austriaca di una bellezza unica. Una bambola. Con una carnagione vellutata. Faceva colpo su tutti i maschi della classe turistica. Tutti la corteggiavano. Un prete le stava sempre dietro e lei a stento riusciva a liberarsene. Lei si lamentava, con le altre due ragazze, che c’era un solo uomo che non la corteggiasse nella classe turistica. Ero io. Per me era solo una ICONA, una bellissima icona, che ti lascia freddo.
La seconda, un’italo-americana, sprigionava fuoco da tutte le parti. Una mora di origini siciliane. Veniva in Italia per andarsi a sposare nella terra d’origine dei suoi genitori. A queste donne piene di fuoco non si può chiedere la fedeltà. E lei diede l’addio al nubilato con tanti trofei da portare in dono al suo ignaro futuro consorte.
La terza era una tedesca di pura razza teutonica. Longilinea, di un biondo rossiccio, ma non eclatante nella sua bellezza come l’austriaca. Ma fortemente positiva ed equilibrata. Io ero imbarazzato. Il mio tempo libero sulla nave era limitato. Dovevo studiare perché dovevo darmi sette esami prima di ripartire per Parigi, come avevo programmato.
Un esame l’avevo proprio il giorno dell’attracco a Napoli. Tra il dovere verso me stesso e il divertimento non avevo scelta. Il dovere veniva prima. Avevo studiato durante tutto il mio girovagare per l’America e dovevo continuare a farlo ora che gli esami erano vicinissimi.
È vero che ero organizzatissimo. Avevo registrato il mio studio sui singoli esami perché sapevo che durante il viaggio non avrei avuto la concentrazione per studiare. Ma ero sicuro che la stanchezza non mi avrebbe impedito la ripetizione ascoltando i nastri.
La cosa aveva funzionato benissimo fino a quel punto. Mi ero trascinato dietro, per tutta l’America, quel registratore, uno dei primissimi che erano usciti. Era in legno, grande quanto una valigia di media dimensione (7/8 kg). Nulla a che vedere con i registratori miniaturizzati di oggi. La mia decisione la dico in tedesco: gli esami UBER ALL.
L’ho detto alla tedesca perché la mia scelta cadde su di lei. L’unica che avrebbe potuto capirmi. Infatti, era l’unica delle tre che non avesse grilli per la testa. Nel mio tempo limitato le feci fare un’esperienza stupenda. Di sesso niente. Per tacita decisione di entrambi. Eravamo amici e basta.
Due notti prima dell’arrivo a Napoli, mi prese per mano e mi intimò di non parlare. Mi portò sull’estrema punta della prua della nave (off limits per i passeggeri), che navigava lungo la scia luminosa della luna. Lei aveva deciso di suggellare la nostra amicizia, casta e pura fino a quel momento, con un’esperienza che non capita a tutti nella vita. Il mare, la luna e noi. In un misto di poesia e passione, ci amammo intensamente. Ecco perché non ho visto nulla di eccezionale nella scena di Di Caprio e la sua donna nel film Titanic. Quella situazione io l’avevo vissuta, grazie ad una ragazza tedesca che aveva deciso che io ero degno del suo amore.
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giovedì 14 giugno 2012
lunedì 11 giugno 2012
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (58)
L’UOMO DELLE PRIME CIVILTA’ NON HA COSCIENZA DI SE’ E ATTRIBUISCE TUTTO AL DIO
" I primi uomini, ne siamo convinti, non mancavano nè della curiosità, nè della inventività necessaria per creare e costruire strumenti tecnici; piuttosto la loro curiosità e la loro inventività, sotto la pressione della necessità, si limitava ad uno spazio molto ristretto, delimitato, generalmente, dal semplice soddisfacimento dei bisogni immediati che erano quelli della sussistenza e, quindi, della sopravvivenza.
“Se gli strumenti tecnici rendevano possibile questa soddisfacimento, essi non trovavano una ragione valida per migliorarli. Così si affermò la tradizione che gli strumenti tecnici erano perfetti e quindi si sbarrò il passo all'innovazione...
“Almeno altri due fattori, oltre alla tradizione, contribuirono all'inaridimento dell'inventività.. Essi erano inclini a credere che l'invenzione e perfino l'abilità tecnica fosse opera di un dio.
“Più complesso era il processo tecnico e più questa inclinazione si affermava...; strettamente connessa a questa inclinazione c'era l'incapacità a percepire la relazione tra la conoscenza fattuale e il progresso tecnico.
“I primi uomini hanno accumulato una grande quantità di conoscenze, lentamente e nel tempo, ma essi non capirono che il benessere è basato sull'applicazione di questa conoscenza alla manipolazione della natura...
“Fin dove questi fattori, come la tradizione, hanno influenzato l'uomo delle prime civiltà, è spiegabile perchè per un lunghissimo periodo di tempo il progresso tecnico fu quasi impercettibile " (Turner, 1941: 73-74).
L'affermazione di questa psicologia segna il limite del livello di struttura mentale raggiunto da queste prime civiltà. Un limite che esse non seppero superare nella loro storia millenaria.
Esse avevano raggiunto il loro massimo paradigma psicologico-culturale, entro il quale l'umanità sarebbe rimasta indefinitivamente se non ci fossero stati altri popoli che, dopo aver fatto proprio tutte le conoscenze prodotte da queste civiltà, avessero elaborato un nuovo paradigma e quindi un nuovo livello di struttura mentale.
CONTINUA
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" I primi uomini, ne siamo convinti, non mancavano nè della curiosità, nè della inventività necessaria per creare e costruire strumenti tecnici; piuttosto la loro curiosità e la loro inventività, sotto la pressione della necessità, si limitava ad uno spazio molto ristretto, delimitato, generalmente, dal semplice soddisfacimento dei bisogni immediati che erano quelli della sussistenza e, quindi, della sopravvivenza.
“Se gli strumenti tecnici rendevano possibile questa soddisfacimento, essi non trovavano una ragione valida per migliorarli. Così si affermò la tradizione che gli strumenti tecnici erano perfetti e quindi si sbarrò il passo all'innovazione...
“Almeno altri due fattori, oltre alla tradizione, contribuirono all'inaridimento dell'inventività.. Essi erano inclini a credere che l'invenzione e perfino l'abilità tecnica fosse opera di un dio.
“Più complesso era il processo tecnico e più questa inclinazione si affermava...; strettamente connessa a questa inclinazione c'era l'incapacità a percepire la relazione tra la conoscenza fattuale e il progresso tecnico.
“I primi uomini hanno accumulato una grande quantità di conoscenze, lentamente e nel tempo, ma essi non capirono che il benessere è basato sull'applicazione di questa conoscenza alla manipolazione della natura...
“Fin dove questi fattori, come la tradizione, hanno influenzato l'uomo delle prime civiltà, è spiegabile perchè per un lunghissimo periodo di tempo il progresso tecnico fu quasi impercettibile " (Turner, 1941: 73-74).
L'affermazione di questa psicologia segna il limite del livello di struttura mentale raggiunto da queste prime civiltà. Un limite che esse non seppero superare nella loro storia millenaria.
Esse avevano raggiunto il loro massimo paradigma psicologico-culturale, entro il quale l'umanità sarebbe rimasta indefinitivamente se non ci fossero stati altri popoli che, dopo aver fatto proprio tutte le conoscenze prodotte da queste civiltà, avessero elaborato un nuovo paradigma e quindi un nuovo livello di struttura mentale.
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venerdì 8 giugno 2012
FRANCO FELICETTI’S STORY (22)
UNA CROCIERA DA SOGNO
Mi imbarcai per Napoli a New York, come avevo programmato. Ero disceso da Vancouver, sul Pacifico, fino a New York, sull’Atlantico, attraversando in pullman, in lungo e in largo, tutto il continente nord americano.
Avevo prenotato questo viaggio un anno prima per cogliere due opportunità: avere i prezzi degli EARLY BIRDS (in America, chi prenota con largo anticipo ha degli sconti fortissimi) e fare una CROCIERA DA SOGNO di otto giorni sulla nave di linea ammiraglia, che l’Italia aveva varato da poco: la LEONARDO DA VINCI.
La Leonardo da Vinci fu l’ultima nave di linea ad essere varata. Il trasporto aereo le aveva eliminate per sempre. Ora ci sono le navi da crociera, anche più sfarzose, ma operano in aree geografiche molto più limitate. Quasi nessuna di esse attraversa l’Atlantico per arrivare fino agli Stati Uniti.
Al turista odierno la vita di bordo interessa, e molto, ma non saprebbe rinunciare ai porti che si toccano. Ai Paesi che si visitano. Sulle navi di linea transatlantiche, invece, la vita di bordo era tutto. Il resto, per 4/5 giorni, era soltanto l’immensità dell’Atlantico. Ecco perché sono morte. L’aereo, come mezzo di trasporto, le aveva rese non convenienti.
Sapevo che, se perdevo questa occasione, difficilmente avrei potuto fare una crociera a questo livello nella mia vita. La mia classe turistica sulla Leonardo da Vinci corrispondeva alla prima classe della “carretta” con cui avevo fatto il viaggio di andata due anni prima.
Ma le sorprese non finirono. Il commissario di bordo della Leonardo da Vinci ero lo stesso della “carretta”. Ci salutammo calorosamente. Era un napoletano che mi aveva in simpatia perché io ero studente nella sua Napoli.
Quando andai a pranzo per la prima volta non credevo ai miei occhi. Non un anonimo in mezzo a tanti, ma un ragazzo baciato dalla fortuna. Un tavolo per quattro: tre bellissime ragazze mozzafiato ed io. Mi ero appena seduto quando si avvicinò il Commissario di bordo. Mi disse: “professore, le è piaciuta la sorpresa?”. Ero confuso. Ho farfugliato qualcosa, ma non ricordo cosa.
Ipso facto, divenni il ragazzo più invidiato di tutta la classe turistica.
CONTINUA
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Mi imbarcai per Napoli a New York, come avevo programmato. Ero disceso da Vancouver, sul Pacifico, fino a New York, sull’Atlantico, attraversando in pullman, in lungo e in largo, tutto il continente nord americano.
Avevo prenotato questo viaggio un anno prima per cogliere due opportunità: avere i prezzi degli EARLY BIRDS (in America, chi prenota con largo anticipo ha degli sconti fortissimi) e fare una CROCIERA DA SOGNO di otto giorni sulla nave di linea ammiraglia, che l’Italia aveva varato da poco: la LEONARDO DA VINCI.
La Leonardo da Vinci fu l’ultima nave di linea ad essere varata. Il trasporto aereo le aveva eliminate per sempre. Ora ci sono le navi da crociera, anche più sfarzose, ma operano in aree geografiche molto più limitate. Quasi nessuna di esse attraversa l’Atlantico per arrivare fino agli Stati Uniti.
Al turista odierno la vita di bordo interessa, e molto, ma non saprebbe rinunciare ai porti che si toccano. Ai Paesi che si visitano. Sulle navi di linea transatlantiche, invece, la vita di bordo era tutto. Il resto, per 4/5 giorni, era soltanto l’immensità dell’Atlantico. Ecco perché sono morte. L’aereo, come mezzo di trasporto, le aveva rese non convenienti.
Sapevo che, se perdevo questa occasione, difficilmente avrei potuto fare una crociera a questo livello nella mia vita. La mia classe turistica sulla Leonardo da Vinci corrispondeva alla prima classe della “carretta” con cui avevo fatto il viaggio di andata due anni prima.
Ma le sorprese non finirono. Il commissario di bordo della Leonardo da Vinci ero lo stesso della “carretta”. Ci salutammo calorosamente. Era un napoletano che mi aveva in simpatia perché io ero studente nella sua Napoli.
Quando andai a pranzo per la prima volta non credevo ai miei occhi. Non un anonimo in mezzo a tanti, ma un ragazzo baciato dalla fortuna. Un tavolo per quattro: tre bellissime ragazze mozzafiato ed io. Mi ero appena seduto quando si avvicinò il Commissario di bordo. Mi disse: “professore, le è piaciuta la sorpresa?”. Ero confuso. Ho farfugliato qualcosa, ma non ricordo cosa.
Ipso facto, divenni il ragazzo più invidiato di tutta la classe turistica.
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giovedì 7 giugno 2012
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (57)
L’UOMO NON E’ COSCIENTE DELLA PROPRIA INDIVIDUALITA’
L'individuo, in queste civiltà, non ha nome, è anonimo. Le invenzioni, le tecniche, i processi, che hanno rivoluzionato il mondo della produzione e dell'organizzazione sociale, sono sempre stati il frutto della acuta osservazione o della brillante idea di qualche individuo, ma essi non la vedevano in questo modo: essi li attribuivano ad un dio.
Tutte le invenzioni, dall'aratro alla ruota, tutte le scoperte, dalla cottura della terracotta alla fusione dei metalli, sono attribuiti ad un dio, non agli uomini, D'altronde, erano invenzioni e scoperte che avevano subito un lungo processo evolutivo, in cui ogni individuo, ogni generazione (attraverso i secoli, è il caso di dire) apportava il proprio contributo fino ad arrivare al prodotto finito.
Per cui questo non era più un prodotto individuale, ma era un prodotto collettivo: era il prodotto di un dio e in quanto tale non era più modificabile, in quanto era stato creato perfetto sin dall'origine.
"I testi sottolineano la perfezione dell'opera creatrice: prima non c'era nulla, ma quando la divinità interviene, le cose vengono create in modo assolutamente 'perfetto', articolate in ogni dettaglio, per non più cambiare.
"La genesi degli strumenti di lavoro è anch'essa un fatto istantaneo: nel mito sumerico di ' Enki e l'ordine del mondo', il dio provvede all'allestimento dell'aratro, del giogo e del tiro; prende la zappa e prepara lo stampo per i mattoni; organizza il lavoro della tessitura. Ancora più esplicito è il mito sumerico della creazione della zappa: lo strumento nasce completo in tutti i suoi dettagli tecnici...
"Lo strumento viene affidato all'uomo, perchè lo impieghi nei lavori agricoli, nella costruzione delle case e della città. Il carattere archetipico e immutabile degli strumenti di lavoro, e dalle attività che con essi si svolgono, è vivissimo nella mitologia sumerica; una volta avvenuta la creazione, i destini sono fissati e nulla muterà più " (Zaccagnini, 1976: 294).
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L'individuo, in queste civiltà, non ha nome, è anonimo. Le invenzioni, le tecniche, i processi, che hanno rivoluzionato il mondo della produzione e dell'organizzazione sociale, sono sempre stati il frutto della acuta osservazione o della brillante idea di qualche individuo, ma essi non la vedevano in questo modo: essi li attribuivano ad un dio.
Tutte le invenzioni, dall'aratro alla ruota, tutte le scoperte, dalla cottura della terracotta alla fusione dei metalli, sono attribuiti ad un dio, non agli uomini, D'altronde, erano invenzioni e scoperte che avevano subito un lungo processo evolutivo, in cui ogni individuo, ogni generazione (attraverso i secoli, è il caso di dire) apportava il proprio contributo fino ad arrivare al prodotto finito.
Per cui questo non era più un prodotto individuale, ma era un prodotto collettivo: era il prodotto di un dio e in quanto tale non era più modificabile, in quanto era stato creato perfetto sin dall'origine.
"I testi sottolineano la perfezione dell'opera creatrice: prima non c'era nulla, ma quando la divinità interviene, le cose vengono create in modo assolutamente 'perfetto', articolate in ogni dettaglio, per non più cambiare.
"La genesi degli strumenti di lavoro è anch'essa un fatto istantaneo: nel mito sumerico di ' Enki e l'ordine del mondo', il dio provvede all'allestimento dell'aratro, del giogo e del tiro; prende la zappa e prepara lo stampo per i mattoni; organizza il lavoro della tessitura. Ancora più esplicito è il mito sumerico della creazione della zappa: lo strumento nasce completo in tutti i suoi dettagli tecnici...
"Lo strumento viene affidato all'uomo, perchè lo impieghi nei lavori agricoli, nella costruzione delle case e della città. Il carattere archetipico e immutabile degli strumenti di lavoro, e dalle attività che con essi si svolgono, è vivissimo nella mitologia sumerica; una volta avvenuta la creazione, i destini sono fissati e nulla muterà più " (Zaccagnini, 1976: 294).
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lunedì 28 maggio 2012
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (56)
L’UOMO APPRODA ALL’INDIVIDUALISMO
L'individualismo greco è il frutto della maturazione di questo concetto religioso. L'individualismo, che prima era appannaggio esclusivo degli dei, divenne un patrimonio dell'uomo.
E questo individualismo umano portò ad una diversa organizzazione della produzione. Come il dio agiva individualmente, così agiva l'uomo, non più cellula di una comunità, ma membro di una comunità, come prima il dio era membro della comunità degli dei.
Le fortune politiche del dio dello stato erano strettamente legate al suo re-sacerdote. Se questi era un grande condottiero ed estendeva il suo dominio, anche le fortune del dio crescevano e diventava un grande dio, che dalla città di origine si estendeva ai territori occupati.
E questo avveniva perchè le vittorie del re-sacerdote erano attribuite al dio (Van Seters, 1983: 57), il solo che avesse un'individualità. E solo un grande dio poteva ottenere grandi vittorie e, quindi, il suo posto nel panteon cambiava.
La storia di Marduk è esemplare in questo senso. Da dio di second'ordine (Hallo-Van Dick, 1968: 66) ai tempi in cui Babilonia era un'oscura città, a capo supremo del panteon babilonese, quando questa città assunse, grazie alla capacità dei suoi re-sacerdoti, la leadership della regione.
Nell'assurgere al nuovo ruolo, il dio assumeva, ricorrendo al sincretismo (Arborio Mella, 1978: 181), molte funzioni che prima appartenevano ad altri dei. I nuovi nomi, che esso assumeva, non rappresentavano semplici titoli onorifici.
Per i sumeri-babilonesi il nome non era un epifenomeno, qualcosa che era stata attaccata ad una persona o ad un oggetto; non era una semplice relazione tra due cose che l'uomo arbitrariamente stabiliva, ma era insito nella cosa stessa (Morenz, 1973: 9), proveniva da essa (realismo immediato) e tra i due c'era una perfetta identificazione (Bottero, 1977: 26), per cui Marduk assumeva tutti quei poteri che prima venivano attribuiti ad altri dei.
Così tutte "le conquiste e gli attributi di Enlil, il dio supremo di Sumer, furono attribuiti a lui, e le antiche saghe e leggende, in particolar modo quella della creazione del mondo, furono riscritte in questa nuova versione dai sacerdoti di Babilonia" (King, 1969: 194).
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L'individualismo greco è il frutto della maturazione di questo concetto religioso. L'individualismo, che prima era appannaggio esclusivo degli dei, divenne un patrimonio dell'uomo.
E questo individualismo umano portò ad una diversa organizzazione della produzione. Come il dio agiva individualmente, così agiva l'uomo, non più cellula di una comunità, ma membro di una comunità, come prima il dio era membro della comunità degli dei.
Le fortune politiche del dio dello stato erano strettamente legate al suo re-sacerdote. Se questi era un grande condottiero ed estendeva il suo dominio, anche le fortune del dio crescevano e diventava un grande dio, che dalla città di origine si estendeva ai territori occupati.
E questo avveniva perchè le vittorie del re-sacerdote erano attribuite al dio (Van Seters, 1983: 57), il solo che avesse un'individualità. E solo un grande dio poteva ottenere grandi vittorie e, quindi, il suo posto nel panteon cambiava.
La storia di Marduk è esemplare in questo senso. Da dio di second'ordine (Hallo-Van Dick, 1968: 66) ai tempi in cui Babilonia era un'oscura città, a capo supremo del panteon babilonese, quando questa città assunse, grazie alla capacità dei suoi re-sacerdoti, la leadership della regione.
Nell'assurgere al nuovo ruolo, il dio assumeva, ricorrendo al sincretismo (Arborio Mella, 1978: 181), molte funzioni che prima appartenevano ad altri dei. I nuovi nomi, che esso assumeva, non rappresentavano semplici titoli onorifici.
Per i sumeri-babilonesi il nome non era un epifenomeno, qualcosa che era stata attaccata ad una persona o ad un oggetto; non era una semplice relazione tra due cose che l'uomo arbitrariamente stabiliva, ma era insito nella cosa stessa (Morenz, 1973: 9), proveniva da essa (realismo immediato) e tra i due c'era una perfetta identificazione (Bottero, 1977: 26), per cui Marduk assumeva tutti quei poteri che prima venivano attribuiti ad altri dei.
Così tutte "le conquiste e gli attributi di Enlil, il dio supremo di Sumer, furono attribuiti a lui, e le antiche saghe e leggende, in particolar modo quella della creazione del mondo, furono riscritte in questa nuova versione dai sacerdoti di Babilonia" (King, 1969: 194).
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venerdì 18 maggio 2012
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (55)
NELL’ANTICO ORIENTE L’UOMO E’ MASSA
Le civiltà dell'Antico Oriente erano società collettive. Per l'individuo non c'era posto: non esisteva come concetto (Finkelstein, 1979) perchè ogni persona fisica era una cellula dell'organizzazione sociale, che era la sola che contava.
Però, acconto a questa concezione, esisteva l'individualismo degli dei Essi erano concepiti come individui organizzati gerarchicamente, ognuno dei quali aveva una propria personalità, un proprio potere ed una propria posizione nel panteon dello stato.
Naturalmente, il popolo non aveva maturato la coscienza di questa divaricazione tra gli uomini-collettività e dio-individualità. Il dio, per loro, era il signore e padrone che tutto aveva deciso e tutto aveva organizzato per l'uomo. Il dio era il padrone-creatore a cui l'uomo doveva soltanto obbedienza, sottomissione e lavoro al suo servizio.
Forse è da questa primitivo individualismo degli dei che nasce l'individualismo degli uomini. Il sistema di produzione potrebbe essere meno rilevante di quello che si crede.
Il collettivismo di queste società è la conseguenza di una concezione di pensiero, di una scelta ideologica, se così si può dire, che si trasformò naturalmente in un sistema di produzione, piuttosto che la conseguenza di un sistema di produzione (almeno a monte).
In altri termini, l'ideologia (concezione religiosa), invece di essere una sovrastruttura, era la struttura entro la quale si sviluppò il sistema di produzione. Senza quella non si sarebbe potuto avere questo
Naturalmente questo era vero nei primordi dell'organizzazione sociale, quando vigeva il collettivismo socialista di Stato e religioso. Quando, successivamente, si introdusse il concetto e la pratica della proprietà privata (Bibby, 1962: 11), si incominciarono ad organizzare le classi e incominciò a far capolino un proletariato.
La società assunse la forma di una piramide (che si conservò nel corso della storia successiva fino all'epoca moderna) in cui il re-sacerdote era il vertice (l'unico a godere dell'individualità, in analogia a quella del dio di cui era sacerdote), sotto di lui la classe di governo e religiosa e, al di sotto di questa, ma molto al di sotto, le tre classi che poi diverranno tradizionali delle società antiche: liberi, semiliberi e schiavi.
CONTINUA
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Le civiltà dell'Antico Oriente erano società collettive. Per l'individuo non c'era posto: non esisteva come concetto (Finkelstein, 1979) perchè ogni persona fisica era una cellula dell'organizzazione sociale, che era la sola che contava.
Però, acconto a questa concezione, esisteva l'individualismo degli dei Essi erano concepiti come individui organizzati gerarchicamente, ognuno dei quali aveva una propria personalità, un proprio potere ed una propria posizione nel panteon dello stato.
Naturalmente, il popolo non aveva maturato la coscienza di questa divaricazione tra gli uomini-collettività e dio-individualità. Il dio, per loro, era il signore e padrone che tutto aveva deciso e tutto aveva organizzato per l'uomo. Il dio era il padrone-creatore a cui l'uomo doveva soltanto obbedienza, sottomissione e lavoro al suo servizio.
Forse è da questa primitivo individualismo degli dei che nasce l'individualismo degli uomini. Il sistema di produzione potrebbe essere meno rilevante di quello che si crede.
Il collettivismo di queste società è la conseguenza di una concezione di pensiero, di una scelta ideologica, se così si può dire, che si trasformò naturalmente in un sistema di produzione, piuttosto che la conseguenza di un sistema di produzione (almeno a monte).
In altri termini, l'ideologia (concezione religiosa), invece di essere una sovrastruttura, era la struttura entro la quale si sviluppò il sistema di produzione. Senza quella non si sarebbe potuto avere questo
Naturalmente questo era vero nei primordi dell'organizzazione sociale, quando vigeva il collettivismo socialista di Stato e religioso. Quando, successivamente, si introdusse il concetto e la pratica della proprietà privata (Bibby, 1962: 11), si incominciarono ad organizzare le classi e incominciò a far capolino un proletariato.
La società assunse la forma di una piramide (che si conservò nel corso della storia successiva fino all'epoca moderna) in cui il re-sacerdote era il vertice (l'unico a godere dell'individualità, in analogia a quella del dio di cui era sacerdote), sotto di lui la classe di governo e religiosa e, al di sotto di questa, ma molto al di sotto, le tre classi che poi diverranno tradizionali delle società antiche: liberi, semiliberi e schiavi.
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sabato 5 maggio 2012
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (54)
LE PRIME CIVILTA’ DELL’UOMO NON SONO DINAMICHE
Le Antiche Civiltà Orientali avevano prodotto il loro paradigma intorno al 2500 avanti Cristo, dopo di allora vissero dei successi ottenuti. Il loro sguardo, infatti, era sempre rivolto verso la mitica età dell'oro.
"L'uomo fa appello alla saggezza degli antichi a preferenza della presente realtà. Sul Nilo, nel II millennio, gli scribi copiano solamente le prescrizioni mediche ed aritmetiche che, essi dichiarano, sono state composte nel III millennio" (Childe, 1949: 144).
Le antiche civiltà dell'Oriente avevano raggiunto una grande perfezione tecnica. Esse erano in grado di risolvere qualsiasi problema pratico, ma erano incapaci di escogitare, inventare, scoprire un processo, come il metodo scientifico moderno, mediante il quale produrre a pioggia una serie di conoscenze che avrebbero consentito loro di creare uno sviluppo continuo nell'organizzazione produttivo e quindi sociale e quindi politica (i tre aspetti vanno in quest'ordine).
Esse erano statiche, come statiche saranno le altre due civiltà del mondo antico: quella greca e quella romana. Tra un millennio e l'altro, tra un secolo e l'altro non c'erano differenze di rilievo. L'uomo del III millennio avanti Cristo sarebbe stato perfettamente a suo agio anche nel I secolo dopo Cristo.
La civiltà sumerica, egiziana, siriaca, ecc., erano tra loro simili, se non identiche, anche se tra l'una e l'altra intercorsero millenni. Gli elementi caratterizzanti erano limitatissimi e non sempre facilmente determinabili; anche se ognuna di esse diede il proprio contributo originale ed esclusivo allo sviluppo della civiltà.
Anche la civiltà greco-romana non differiva granché dalle altre, sebbene le tecniche della guerra, le istituzioni e lo sviluppo intellettuale fossero più avanzati L'organizzazione sociale, politica ed economica era pressoché identica in tutto il mondo antico.
"Fino alla Rivoluzione Industriale in cui viviamo, gli aspetti fondamentali della vita economica e politica dell'uomo rimasero praticamente gli stessi sin dal neolitico" (Durant, 1954, I: 399).
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