GLI EVOLUZIONISTI SOCIALI
Con i sociologi o, come sono più spesso definiti, gli evoluzionisti sociali (Turgot, Condorcet, Comte), si entra in un altro campo di azione. Quello che interessa a questi pensatori non è tanto il corso degli eventi storici, così come essi sono avvenuti, che è compito dello storico, ma la società, nel suo insieme, che essi fanno oggetto delle loro riflessioni e sviluppano delle generalizzazioni che definiscono leggi dello sviluppo sociale
Ma, prima di occuparci di essi e del loro pensiero, dobbiamo rivolgere la nostra attenzione ad alcuni pensatori che, pur non occupandosi di storia, ma di letteratura, formularono alcune idee che eserciteranno una certa influenza nei secoli successivi. In effetti, essi, senza averne coscienza, davano una sterzata di 180 gradi alle concezioni della storia dell'uomo che erano prevalse fino ad allora, da quella ebraica, che, con la caduta dell'uomo, aveva fissato per sempre l'ideale di perfezione da cui l'uomo si allontanava sempre più, a quella pagana dell'Età dell'oro, che sosteneva, più o meno, la stessa tesi; da quella greco-romana che, con i suoi cicli di crescita e di decadenza, aveva condannato l'uomo a ripercorrere sempre le stesse tappe, a quella cristiana, che aveva reso l'uomo uno strumento per la realizzazione della volontà di Dio, ed introdussero, coscientemente, quel concetto di progresso, che a Vico, mancava e che farà tanta strada nel secolo successivo.
Ma, nel presente, essi (Jean Desmaret de Saint Sarlin, 1595-1676, Charles e Pierre Perrault, 1628-1703, 1611-1680; Charles Irenee Cartel, abbé de Saint Pierre, 1658-1745; Bernard Le Rovier, de Fontanelle, 1657-1757) mossero una vibrata rivolta contro la tradizione umanistica dei Bacone, dei Pascal e dei Boyle, i quali sostenevano che gli autori antichi erano superiori ai moderni e che l'umanità aveva subito, nel corso del tempo, un processo di invecchiamento e, quindi, di decadenza.
Per bacone i grandi geni appartenevano solo all'età giovane del mondo e questi geni si chiamavano Aristotele, Platone, ecc. L'uomo moderno, che aveva superato gli antichi nel metodo, poteva competere con gli antichi e superarli solo indirizzandosi verso campi limitati della ricerca e del sapere (ed egli proponeva la compilazione di una storia naturale, a più mani, da cui dovevano essere inferiti, per induzione, gli assiomi fondamentali). Solo così i moderni potevano vincere la superiorità intellettuale degli antichi. E, in effetti, Bacone fu il campione della modernità, ma egli faceva una netta distinzione: intellettualmente l'individuo singolo era meno dotato (proprio a causa della teoria dell'invecchiamento della razza umana) dei giganti dell'antichità, ma collettivamente i moderni erano superiori agli antichi.
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giovedì 30 giugno 2011
giovedì 16 giugno 2011
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (8)
LE GRANDI CIVILTA’
E' con la civiltà persiana che lo Spirito del mondo prese coscienza di sè. Per Hegel, " con l'impero persiano entriamo, per la prima volta, nella continuità storica. I persiani sono il primo popolo storico; la Persia fu il primo Impero che scomparve " ( Hegel, 1956: 173 ). Il primo Impero dinamico, la cui storia conobbe grandi sconvolgimenti, grandi conquiste e, alla fine, la totale distruzione ad opera dei greci. " Qui troviamo, per la prima volta nella storia, un passaggio che non è rimasto in sè, ma che ha dato luogo all'abbattimento di un regno. Il regno cinese. il regno indiano, sono ancora quelli che sono sempre stati. Invece in Persia abbiamo col passaggio anche la distruzione; e questo è il segno dell'avvento dello spirito " ( de Ruggero, 1972: 192 ).
Con i greci lo spirito entra nella sua gioventù e la Grecia è la terra della giovinezza. Essa iniziò la sua storia con " Achille, il giovane ideale della poesia e la chiuse con Alessandro, il giovane ideale della realtà ( Hegel, 1956: 223 ). La storia della Grecia abbraccia tre periodi: quello della crescita, in cui il contatto con l'Oriente fu molto importante; quello della maturità, fatto di vittorie e di prosperità, quando tutte le sue energie sono dirette verso l'esterno e si incominciano a tradire i valori originari all'interno, e quello del declino, quando entra in contatto con la nazione che è portatrice di uno spirito più maturo: Roma.
Ma, pe Hegel, neanche Roma è la sede definitiva dello spirito. Essa rappresenta solo una maturità, il momento in cui si afferma la sua potenza universale e la sua supremazia sulla individualità ( Hegel, 1956: 278 ). La vera sede dello spirito è il mondo cristiano-germanico, nato dalla disgregazione dell'impero romano, dal sorgere ed affermarsi della religione cristiana e dai nuovi popoli che si affacciarono alle porte della storia: i popoli germanici.
Qui lo spirito raggiunge la sua vecchiaia. non nel senso di decadenza, ma - come abbiamo visto - come il momento più alto e più completo della propria vigoria fisica e psichica. " Lo spirito tedesco è lo spirito del mondo moderno e, anche, il periodo finale della storia. In esso Dio realizza completamente la sua libertà nella storia " ( Bury, 1952: 255 ).
Nel suo movimento di autorealizzazione, lo spirito del mondo raggiunge diversi gradi di libertà umana. Nel mondo orientale solo uno era libero, il despota, e la forma tipica di governo era il dispotismo. Nel mondo greco-romano, dove , accanto ad una forma di governo democratico, vigeva l'istituto della schiavitù, solo alcuni erano liberi ( il cittadino, non l'uomo in quanto tale ), e le forme tipiche di governo erano l'aristocrazia e la democrazia. Nel mondo cristiano-germanico, dove si è affermata il principio cristiano del valore infinito della coscienza soggettiva, tutti sono liberi e la forma di governo è la monarchia.
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E' con la civiltà persiana che lo Spirito del mondo prese coscienza di sè. Per Hegel, " con l'impero persiano entriamo, per la prima volta, nella continuità storica. I persiani sono il primo popolo storico; la Persia fu il primo Impero che scomparve " ( Hegel, 1956: 173 ). Il primo Impero dinamico, la cui storia conobbe grandi sconvolgimenti, grandi conquiste e, alla fine, la totale distruzione ad opera dei greci. " Qui troviamo, per la prima volta nella storia, un passaggio che non è rimasto in sè, ma che ha dato luogo all'abbattimento di un regno. Il regno cinese. il regno indiano, sono ancora quelli che sono sempre stati. Invece in Persia abbiamo col passaggio anche la distruzione; e questo è il segno dell'avvento dello spirito " ( de Ruggero, 1972: 192 ).
Con i greci lo spirito entra nella sua gioventù e la Grecia è la terra della giovinezza. Essa iniziò la sua storia con " Achille, il giovane ideale della poesia e la chiuse con Alessandro, il giovane ideale della realtà ( Hegel, 1956: 223 ). La storia della Grecia abbraccia tre periodi: quello della crescita, in cui il contatto con l'Oriente fu molto importante; quello della maturità, fatto di vittorie e di prosperità, quando tutte le sue energie sono dirette verso l'esterno e si incominciano a tradire i valori originari all'interno, e quello del declino, quando entra in contatto con la nazione che è portatrice di uno spirito più maturo: Roma.
Ma, pe Hegel, neanche Roma è la sede definitiva dello spirito. Essa rappresenta solo una maturità, il momento in cui si afferma la sua potenza universale e la sua supremazia sulla individualità ( Hegel, 1956: 278 ). La vera sede dello spirito è il mondo cristiano-germanico, nato dalla disgregazione dell'impero romano, dal sorgere ed affermarsi della religione cristiana e dai nuovi popoli che si affacciarono alle porte della storia: i popoli germanici.
Qui lo spirito raggiunge la sua vecchiaia. non nel senso di decadenza, ma - come abbiamo visto - come il momento più alto e più completo della propria vigoria fisica e psichica. " Lo spirito tedesco è lo spirito del mondo moderno e, anche, il periodo finale della storia. In esso Dio realizza completamente la sua libertà nella storia " ( Bury, 1952: 255 ).
Nel suo movimento di autorealizzazione, lo spirito del mondo raggiunge diversi gradi di libertà umana. Nel mondo orientale solo uno era libero, il despota, e la forma tipica di governo era il dispotismo. Nel mondo greco-romano, dove , accanto ad una forma di governo democratico, vigeva l'istituto della schiavitù, solo alcuni erano liberi ( il cittadino, non l'uomo in quanto tale ), e le forme tipiche di governo erano l'aristocrazia e la democrazia. Nel mondo cristiano-germanico, dove si è affermata il principio cristiano del valore infinito della coscienza soggettiva, tutti sono liberi e la forma di governo è la monarchia.
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venerdì 10 giugno 2011
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (7)
HEGEL
Hegel, a differenza di Vico, che non si era interessato alle vicende di alcun popolo o nazione in particolare. prese in esame, anche se sommariamente e, alcune volte, erroneamente, tutto lo svolgimento storico delle varie civiltà che si erano succedute nel corso del tempo fino ai suoi giorni, che furono, perciò, visti come il punto di arrivo della storia del mondo.
Se per Vico la storia del mondo si svolgeva secondo un processo di corsi e ricorsi, in cui l'idea di progresso era quasi completamente assente, per Hegel essa si era svolta secondo una linea evolutiva dalla prima civiltà, che egli faceva corrispondere alla Cina, fino ai suoi giorni. Questa evoluzione era avvenuta secondo le legge dialettica (Reichenbach, 1974: 77) della tesi, antitesi e sintesi. Il passato ( tesi ) veniva negato dal presente (antitesi) e, da questa negazione, nasceva la sintesi. In base a questo concetto, "ogni periodo storico, negando il periodo precedente, ' fa suo ' tutto ciò che di significativo vi era in esso e lo conserva come l'aspetto di una realtà sociale più ricca e più completa.
Così, secondo Hegel, ogni generazione successiva può considerare se stessa, allo stesso tempo, come la negazione, la custode e la perfezionatrice della cultura che essa ha ereditato dalle generazioni precedenti. La nostra stessa cultura dell'Europa Occidentale è, in parte, qualcosa di nuovo al mondo. Ma tutto ciò che di vitale vi era nelle culture della Grecia, di Roma, della Giudea e del cristianesimo medievale, non è andato realmente perduto" (Aiken, 1956: 76).
La storia del mondo, per Hegel, è la storia della Spirito, la cui essenza è la libertà, che realizza se stesso attraverso varie tappe, analogamente a quanto avviene per l'uomo. Così esso ebbe un'infanzia, una gioventù, una maturità e una vecchiaia. Quest'ultima, per Hegel, non significa decadenza, ma rappresenta il culmine della propria vigoria fisica e psichica.
Lo Spirito del mondo, per Hegel, conobbe la sua infanzia nell'antico oriente, ma senza prendere coscienza di sè. La civiltà cinese, con la quale iniziò la storia, e la civiltà indiana, con il suo panteismo dell'immaginazione, non seppero elevarsi dal mondo della materia per raggiungere il traguardo della Ragione e della Libertà*. Esse furono civiltà statiche, non soggette o mutamenti perchè "non hanno maturato quegli elementi, la cui interazione costituisce il progresso vitale" (Hegel, 1956: 116). Esse rimangono, perciò, ora come allora, al di fuori della storia del mondo.
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Hegel, a differenza di Vico, che non si era interessato alle vicende di alcun popolo o nazione in particolare. prese in esame, anche se sommariamente e, alcune volte, erroneamente, tutto lo svolgimento storico delle varie civiltà che si erano succedute nel corso del tempo fino ai suoi giorni, che furono, perciò, visti come il punto di arrivo della storia del mondo.
Se per Vico la storia del mondo si svolgeva secondo un processo di corsi e ricorsi, in cui l'idea di progresso era quasi completamente assente, per Hegel essa si era svolta secondo una linea evolutiva dalla prima civiltà, che egli faceva corrispondere alla Cina, fino ai suoi giorni. Questa evoluzione era avvenuta secondo le legge dialettica (Reichenbach, 1974: 77) della tesi, antitesi e sintesi. Il passato ( tesi ) veniva negato dal presente (antitesi) e, da questa negazione, nasceva la sintesi. In base a questo concetto, "ogni periodo storico, negando il periodo precedente, ' fa suo ' tutto ciò che di significativo vi era in esso e lo conserva come l'aspetto di una realtà sociale più ricca e più completa.
Così, secondo Hegel, ogni generazione successiva può considerare se stessa, allo stesso tempo, come la negazione, la custode e la perfezionatrice della cultura che essa ha ereditato dalle generazioni precedenti. La nostra stessa cultura dell'Europa Occidentale è, in parte, qualcosa di nuovo al mondo. Ma tutto ciò che di vitale vi era nelle culture della Grecia, di Roma, della Giudea e del cristianesimo medievale, non è andato realmente perduto" (Aiken, 1956: 76).
La storia del mondo, per Hegel, è la storia della Spirito, la cui essenza è la libertà, che realizza se stesso attraverso varie tappe, analogamente a quanto avviene per l'uomo. Così esso ebbe un'infanzia, una gioventù, una maturità e una vecchiaia. Quest'ultima, per Hegel, non significa decadenza, ma rappresenta il culmine della propria vigoria fisica e psichica.
Lo Spirito del mondo, per Hegel, conobbe la sua infanzia nell'antico oriente, ma senza prendere coscienza di sè. La civiltà cinese, con la quale iniziò la storia, e la civiltà indiana, con il suo panteismo dell'immaginazione, non seppero elevarsi dal mondo della materia per raggiungere il traguardo della Ragione e della Libertà*. Esse furono civiltà statiche, non soggette o mutamenti perchè "non hanno maturato quegli elementi, la cui interazione costituisce il progresso vitale" (Hegel, 1956: 116). Esse rimangono, perciò, ora come allora, al di fuori della storia del mondo.
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giovedì 2 giugno 2011
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (6)
VICO
Per Vico il processo storico, iniziato con gli uomini primitivi, si è svolto secondo delle linee di sviluppo identiche a quelle della mente umana. Come questa conosce tre fasi: quella dei sensi, quella della fantasia e quella della ragione così il divenire storico dell'uomo si è svolto secondo le tre età corrispondenti degli dei, degli eroi e degli uomini. Secondo Vico, gli uomini " prima sentono senza avvertire, dappoi avvertono con animo perturbato e commosso , finalmente riflettono con mente pura " (Vico, 1976: 91).
Nell'età degli dei, gli uomini erano completamente immersi nei sensi, soggiacevano alle passioni più violenti ed erano dediti esclusivamente al soddisfacimento dei bisogni del corpo. La natura, per gli uomini primitivi, era dotata di anima e intesa come viva e capace di usare la propria forza. I fenomeni naturali, quali tuoni e fulmini, creavano panico e terrore e furono la causa diretta della prima spiegazione fantastica, della " prima favola divina, la più grande di quanto mai se ne finsero appresso, cioè Giove, re e padre degli uomini e degli dei, in atto fulminante " (Vico, 1976: 141).
Il terrore e il culto degli dei fecero sentire all'uomo l'esigenza di organizzare la propria vita e a darsi una prima struttura sociale che fosse gradita agli dei e contribuisse a placare la loro collera. Sorsero così gli istituti del matrimonio e della famiglia ad opera di uomini super dotati - gli eroi, appunto - che, con la loro forza bruta e l'aggressività, imposero la loro supremazia sugli elementi della propria comunità e su quegli individui estranei ( famoli ) che volontariamente si sottomettevano in cambio di protezione L'unione di queste primitive strutture sociali e l'alleanza dei loro capi, o patres, dettero vita alle prime città e alla formazione di una classe aristocratica - i patres - che elesse nel proprio seno un re; così nacquero i primi governi aristocratici.
La lotta, all'interno di questa società, dei famoli e degli altri clientes, per la conquista di maggiori spazi e la partecipazione alla gestione della res publica, condusse alla istituzione del governo democratico, che rappresentava, per Vico, la forma di civiltà più avanzata raggiungibile nel corso storico.
Per Vico, tuttavia, il corso storico non si esauriva con l'istituzione del governo democratico. Quest'ultimo conteneva, irrimediabilmente, i germi della sua decadenza, per cui si creavano le condizioni per l'inizio di un ricorso storico, fatto - come il precedente - di barbarie, società eroiche e governi democratici, che Vico aveva individuato, rispettivamente, nelle invasioni barbariche del V secolo, nel feudalesimo e nell'età moderna. Il ricorso storico, anche se simile al corso storico, non era identico ad esso. Corso e ricorso si svolgevano secondo un movimento ciclico a spirale.
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Per Vico il processo storico, iniziato con gli uomini primitivi, si è svolto secondo delle linee di sviluppo identiche a quelle della mente umana. Come questa conosce tre fasi: quella dei sensi, quella della fantasia e quella della ragione così il divenire storico dell'uomo si è svolto secondo le tre età corrispondenti degli dei, degli eroi e degli uomini. Secondo Vico, gli uomini " prima sentono senza avvertire, dappoi avvertono con animo perturbato e commosso , finalmente riflettono con mente pura " (Vico, 1976: 91).
Nell'età degli dei, gli uomini erano completamente immersi nei sensi, soggiacevano alle passioni più violenti ed erano dediti esclusivamente al soddisfacimento dei bisogni del corpo. La natura, per gli uomini primitivi, era dotata di anima e intesa come viva e capace di usare la propria forza. I fenomeni naturali, quali tuoni e fulmini, creavano panico e terrore e furono la causa diretta della prima spiegazione fantastica, della " prima favola divina, la più grande di quanto mai se ne finsero appresso, cioè Giove, re e padre degli uomini e degli dei, in atto fulminante " (Vico, 1976: 141).
Il terrore e il culto degli dei fecero sentire all'uomo l'esigenza di organizzare la propria vita e a darsi una prima struttura sociale che fosse gradita agli dei e contribuisse a placare la loro collera. Sorsero così gli istituti del matrimonio e della famiglia ad opera di uomini super dotati - gli eroi, appunto - che, con la loro forza bruta e l'aggressività, imposero la loro supremazia sugli elementi della propria comunità e su quegli individui estranei ( famoli ) che volontariamente si sottomettevano in cambio di protezione L'unione di queste primitive strutture sociali e l'alleanza dei loro capi, o patres, dettero vita alle prime città e alla formazione di una classe aristocratica - i patres - che elesse nel proprio seno un re; così nacquero i primi governi aristocratici.
La lotta, all'interno di questa società, dei famoli e degli altri clientes, per la conquista di maggiori spazi e la partecipazione alla gestione della res publica, condusse alla istituzione del governo democratico, che rappresentava, per Vico, la forma di civiltà più avanzata raggiungibile nel corso storico.
Per Vico, tuttavia, il corso storico non si esauriva con l'istituzione del governo democratico. Quest'ultimo conteneva, irrimediabilmente, i germi della sua decadenza, per cui si creavano le condizioni per l'inizio di un ricorso storico, fatto - come il precedente - di barbarie, società eroiche e governi democratici, che Vico aveva individuato, rispettivamente, nelle invasioni barbariche del V secolo, nel feudalesimo e nell'età moderna. Il ricorso storico, anche se simile al corso storico, non era identico ad esso. Corso e ricorso si svolgevano secondo un movimento ciclico a spirale.
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sabato 28 maggio 2011
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (5)
LA SHIFTING LEADERSHIP DEGLI STATI EUROPEI
Il cammino dell'uomo nella storia è sempre stato costellato da una molteplicità di stati o nazioni che, ad un certo punto della loro esistenza, hanno assunto, di fatto e di diritto, la leadership, molto spesso anche politica, del mondo conosciuto per guidarlo verso nuovi traguardi, che lo facevano avanzare nell'organizzazione sociale e politica della società. Questa leadership, nel XVIII secolo, fu assunta dall'Inghilterra ( Barone-Ricossa, 1974: 111 ) nell'ambito della civiltà europea, dopo essere passata per altre nazioni della stessa civiltà ( Kroeber, 1963 ).
La storia del mondo, a partire dall'XI secolo e fino all'inizio del secolo XX, è la storia d'Europa, che ha saputo creare una civiltà che ha permeato di sè tutti i nuovi continenti ( Bagby, 1963 ) e si è imposta pacificamente, in virtù della sua riconosciuta superiorità ( Boas, 1962: 5 ), in tutti gli angoli del vecchio mondo. E, nell'ambito di questa civiltà, l'Inghilterra rappresenta la fase finale e culminante, dopo di che la leadership verrà assunta da un'altra nazione di una civiltà più ampia - quella Occidentale - che ingloba anche l'Europa, ma in una posizione subalterna e gregaria.
A partire dal XVIII secolo , quando si sono incominciate ad avere le prime grandi visioni sintetiche della storia ( Diltey, 1967: 45 ), si è sempre sentita l'esigenza di dare una spiegazione globale alla storia dell'uomo e delle sue civiltà per cercarne il senso ultimo, non su basi meramente intuitive e trascendentali, come avevano fatto S. Agostino ( De Civitate Dei ) e Bossuet ( Histoire Universelle ), ma su basi scientifiche, che dessero validità universale alla spiegazione, proprio come il metodo scientifico, inventato nel XVII secolo, aveva dato validità universale alla spiegazione fisica.
Filosofi, sociologi, storici e, di recente, antropologi hanno cercato di determinare le leggi dello svolgimento della storia dell'uomo e delle sue civiltà. I filosofi hanno visto nella storia un disegno generale che andava al di là delle capacità umane ( Croce, 1973: 108-112 ). Per i filosofi,l'uomo, nel suo agire, attuava inconsciamente un disegno che era al di fuori e al di sopra della sua intelligenza. Il vero promotore della storia era, di volta in volta, la Provvidenza o lo Spirito del mondo che realizza se stesso, per citare solo i due più importanti filosofi che si sono occupati della storia: Vico e Hegel.
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Il cammino dell'uomo nella storia è sempre stato costellato da una molteplicità di stati o nazioni che, ad un certo punto della loro esistenza, hanno assunto, di fatto e di diritto, la leadership, molto spesso anche politica, del mondo conosciuto per guidarlo verso nuovi traguardi, che lo facevano avanzare nell'organizzazione sociale e politica della società. Questa leadership, nel XVIII secolo, fu assunta dall'Inghilterra ( Barone-Ricossa, 1974: 111 ) nell'ambito della civiltà europea, dopo essere passata per altre nazioni della stessa civiltà ( Kroeber, 1963 ).
La storia del mondo, a partire dall'XI secolo e fino all'inizio del secolo XX, è la storia d'Europa, che ha saputo creare una civiltà che ha permeato di sè tutti i nuovi continenti ( Bagby, 1963 ) e si è imposta pacificamente, in virtù della sua riconosciuta superiorità ( Boas, 1962: 5 ), in tutti gli angoli del vecchio mondo. E, nell'ambito di questa civiltà, l'Inghilterra rappresenta la fase finale e culminante, dopo di che la leadership verrà assunta da un'altra nazione di una civiltà più ampia - quella Occidentale - che ingloba anche l'Europa, ma in una posizione subalterna e gregaria.
A partire dal XVIII secolo , quando si sono incominciate ad avere le prime grandi visioni sintetiche della storia ( Diltey, 1967: 45 ), si è sempre sentita l'esigenza di dare una spiegazione globale alla storia dell'uomo e delle sue civiltà per cercarne il senso ultimo, non su basi meramente intuitive e trascendentali, come avevano fatto S. Agostino ( De Civitate Dei ) e Bossuet ( Histoire Universelle ), ma su basi scientifiche, che dessero validità universale alla spiegazione, proprio come il metodo scientifico, inventato nel XVII secolo, aveva dato validità universale alla spiegazione fisica.
Filosofi, sociologi, storici e, di recente, antropologi hanno cercato di determinare le leggi dello svolgimento della storia dell'uomo e delle sue civiltà. I filosofi hanno visto nella storia un disegno generale che andava al di là delle capacità umane ( Croce, 1973: 108-112 ). Per i filosofi,l'uomo, nel suo agire, attuava inconsciamente un disegno che era al di fuori e al di sopra della sua intelligenza. Il vero promotore della storia era, di volta in volta, la Provvidenza o lo Spirito del mondo che realizza se stesso, per citare solo i due più importanti filosofi che si sono occupati della storia: Vico e Hegel.
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giovedì 19 maggio 2011
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (4)
L’ITALIA ESCLUSA DALLO SVILUPPO
Che l'Italia fosse esclusa dall'ulteriore sviluppo della sua civiltà dalla scoperta del continente americano, che spostò il baricentro delle attività economiche e commerciali, è una grande favola a cui si è creduto per troppo tempo (cipolla, 1974: 288).
Nel XVII secolo, l'Italia perse i suoi tradizionali mercati a favore degli inglesi, dei francesi e degli olandesi, non perchè si era spostato il baricentro economico e commerciale, ma perchè le citate nazioni producevano, a prezzi inferiori, " un nuovo tipo di tessuto, più leggero, meno durevole, ma più vivace e più bello (Cipolla, 1952: 182).
I reali motivi dell'esclusione dell'Italia non furono i fatti geografici (che d'altronde aveva sempre superato brillantemente nel passato, raggiungendo ogni angolo della terra con i suoi traffici), ma fu il sistema politico, che non garantiva più all'individuo quel clima di libertà e di autorealizzazione, di cui aveva goduto nel periodo comunale, e che aveva promosso il suo spirito di iniziativa.
Questo provocò un inaridimento delle sue capacità di intrapresa, che avevano perso quello slancio inventivo e creativo, che avevano avuto nella fase di crescita, e si limitarono a gestire il presente e l'esistente. I fatti veri sono che " l'Italia ... era ricca - ne era certo Braudel almeno per la prima parte del Seicento - ma non era più pronta a rischiare i suoi capitali e, per così dire, giocava in difesa " (Pagano de Divitiis, 1986: 120).
Non fu lo stretto di Gibilterra il vero ostacolo. In quello stesso periodo gli inglesi, e gli olandesi, si spingevano a Sud fino in Italia e il suo tradizionale mercato del Levante, oltrepassando lo stretto di Gibilterra (Wilson, 1957: 4).
L'ostacolo vero fu nella decadenza di quello spirito di intraprendenza e di apertura mentale che avevano fatto la sua fortuna. Già a partire dal XVI secolo, l'Italia aveva perduto la sua tradizionale apertura mentale ed aveva sviluppato quello spirito di arroganza che è stato, nella storia, una caratteristica di tutte le civiltà mature, per cui si sono sempre chiuse a qualsiasi contributo di idee e di conoscenze provenienti dal mondo esterno, ritenendolo inferiore (barbaro).
Cioè, quando l'Italia divenne Maestra non seppe essere anche, e contemporaneamente, alunna (come vedremo in seguito) per conservare quella duttilità mentale che consente all'individuo, come alla nazione, di essere sempre aperto all'apprendimento di nuove idee, di nuove tecniche, che sono la premessa indispensabile per la continua crescita.
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Che l'Italia fosse esclusa dall'ulteriore sviluppo della sua civiltà dalla scoperta del continente americano, che spostò il baricentro delle attività economiche e commerciali, è una grande favola a cui si è creduto per troppo tempo (cipolla, 1974: 288).
Nel XVII secolo, l'Italia perse i suoi tradizionali mercati a favore degli inglesi, dei francesi e degli olandesi, non perchè si era spostato il baricentro economico e commerciale, ma perchè le citate nazioni producevano, a prezzi inferiori, " un nuovo tipo di tessuto, più leggero, meno durevole, ma più vivace e più bello (Cipolla, 1952: 182).
I reali motivi dell'esclusione dell'Italia non furono i fatti geografici (che d'altronde aveva sempre superato brillantemente nel passato, raggiungendo ogni angolo della terra con i suoi traffici), ma fu il sistema politico, che non garantiva più all'individuo quel clima di libertà e di autorealizzazione, di cui aveva goduto nel periodo comunale, e che aveva promosso il suo spirito di iniziativa.
Questo provocò un inaridimento delle sue capacità di intrapresa, che avevano perso quello slancio inventivo e creativo, che avevano avuto nella fase di crescita, e si limitarono a gestire il presente e l'esistente. I fatti veri sono che " l'Italia ... era ricca - ne era certo Braudel almeno per la prima parte del Seicento - ma non era più pronta a rischiare i suoi capitali e, per così dire, giocava in difesa " (Pagano de Divitiis, 1986: 120).
Non fu lo stretto di Gibilterra il vero ostacolo. In quello stesso periodo gli inglesi, e gli olandesi, si spingevano a Sud fino in Italia e il suo tradizionale mercato del Levante, oltrepassando lo stretto di Gibilterra (Wilson, 1957: 4).
L'ostacolo vero fu nella decadenza di quello spirito di intraprendenza e di apertura mentale che avevano fatto la sua fortuna. Già a partire dal XVI secolo, l'Italia aveva perduto la sua tradizionale apertura mentale ed aveva sviluppato quello spirito di arroganza che è stato, nella storia, una caratteristica di tutte le civiltà mature, per cui si sono sempre chiuse a qualsiasi contributo di idee e di conoscenze provenienti dal mondo esterno, ritenendolo inferiore (barbaro).
Cioè, quando l'Italia divenne Maestra non seppe essere anche, e contemporaneamente, alunna (come vedremo in seguito) per conservare quella duttilità mentale che consente all'individuo, come alla nazione, di essere sempre aperto all'apprendimento di nuove idee, di nuove tecniche, che sono la premessa indispensabile per la continua crescita.
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sabato 14 maggio 2011
UNO STUDIO SULLA STORIA DELL’UOMO (3)
L’EUROPA CROGIOLO DI TUTTE LE IDEE PRODOTTE NEL MONDO
La forma di governo parlamentare rappresentativo è il punto di arrivo di un processo storico iniziato con le invasioni barbariche dell'Europa del V secolo ed è il frutto di una plurisecolare lotta per il potere all'interno dello stato tra corona, nobiltà e borghesia.
Questa lotta, in un primo tempo, era comune a tutti gli stati europei (Felicetti, 1983), ma, nel XVI secolo, nell' Europa continentale essa si risolse a favore della corona che si affermò come potere assoluto, che governa attraverso atti della propria volontà, mentre in Inghilterra essa si risolse, nel secolo successivo, a favore della borghesia e di quella parte della nobiltà che l'aveva seguita sui campi di battaglia nello scontro frontale che essa ebbe con la corona per l'affermazione dei poteri del parlamento.
La Rivoluzione Industriale è il punto di arrivo di un processo storico iniziato con la civiltà sumerica (Usher, 1921) e che, attraverso alterne vicende ed alterne fortune, con periodi bui -quando tutto sembrava ritornare al punto di partenza- e con periodi luminosi -quando l'umanità ripercorreva a tappe forzate e frenetiche tutta la strada percorsa dalle generazioni precedenti- raggiunse la sua maturità in Europa e, precisamente, nell'Inghilterra del XVII-XVIII secolo.
L'Europa è stato il crogiolo di tutte le idee, di tutte le tecniche e di tutte le invenzioni prodotte dalle civiltà precedenti e contemporanee e il suo prodotto finale fu superiore alle singole parti e qualitativamente diverso: un uomo con abiti mentali più sofisticati e meglio strutturati che gli hanno consentito di raggiungere traguardi mai sognati prima.
Non furono i fattori geografici e politici da soli che determinarono il sorgere della Rivoluzione Industriale e la forma di governo parlamentare rappresentativo.
Essi furono il prodotto di quest'uomo nuovo europeo, pervaso da una grande sete di apprendere, desideroso di andare alla scuola del mondo per imparare tutto quello che si era prodotto nel passato recente e lontano e su di esso costruire il futuro, quello proprio e quello dell'umanità intera.
E questo atteggiamento mentale, comune a tutti i popoli che hanno creato una civiltà (Greci, Rinascimento, ecc.), era una prerogativa, quasi esclusiva -come dimostreremo- dell'uomo inglese a partire dal XVI secolo, che -lottando sui campi di battaglia- seppe conservare, innalzandole a vette mai raggiunte prima, e le istituzioni parlamentari -scomparse nel resto d'Europa- e la libertà di autodeterminazione,del singolo individuo e dei gruppi,che quelle istituzioni garantivano.
Solo in questo senso le condizioni geografiche e politiche giocarono un ruolo decisivo.
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La forma di governo parlamentare rappresentativo è il punto di arrivo di un processo storico iniziato con le invasioni barbariche dell'Europa del V secolo ed è il frutto di una plurisecolare lotta per il potere all'interno dello stato tra corona, nobiltà e borghesia.
Questa lotta, in un primo tempo, era comune a tutti gli stati europei (Felicetti, 1983), ma, nel XVI secolo, nell' Europa continentale essa si risolse a favore della corona che si affermò come potere assoluto, che governa attraverso atti della propria volontà, mentre in Inghilterra essa si risolse, nel secolo successivo, a favore della borghesia e di quella parte della nobiltà che l'aveva seguita sui campi di battaglia nello scontro frontale che essa ebbe con la corona per l'affermazione dei poteri del parlamento.
La Rivoluzione Industriale è il punto di arrivo di un processo storico iniziato con la civiltà sumerica (Usher, 1921) e che, attraverso alterne vicende ed alterne fortune, con periodi bui -quando tutto sembrava ritornare al punto di partenza- e con periodi luminosi -quando l'umanità ripercorreva a tappe forzate e frenetiche tutta la strada percorsa dalle generazioni precedenti- raggiunse la sua maturità in Europa e, precisamente, nell'Inghilterra del XVII-XVIII secolo.
L'Europa è stato il crogiolo di tutte le idee, di tutte le tecniche e di tutte le invenzioni prodotte dalle civiltà precedenti e contemporanee e il suo prodotto finale fu superiore alle singole parti e qualitativamente diverso: un uomo con abiti mentali più sofisticati e meglio strutturati che gli hanno consentito di raggiungere traguardi mai sognati prima.
Non furono i fattori geografici e politici da soli che determinarono il sorgere della Rivoluzione Industriale e la forma di governo parlamentare rappresentativo.
Essi furono il prodotto di quest'uomo nuovo europeo, pervaso da una grande sete di apprendere, desideroso di andare alla scuola del mondo per imparare tutto quello che si era prodotto nel passato recente e lontano e su di esso costruire il futuro, quello proprio e quello dell'umanità intera.
E questo atteggiamento mentale, comune a tutti i popoli che hanno creato una civiltà (Greci, Rinascimento, ecc.), era una prerogativa, quasi esclusiva -come dimostreremo- dell'uomo inglese a partire dal XVI secolo, che -lottando sui campi di battaglia- seppe conservare, innalzandole a vette mai raggiunte prima, e le istituzioni parlamentari -scomparse nel resto d'Europa- e la libertà di autodeterminazione,del singolo individuo e dei gruppi,che quelle istituzioni garantivano.
Solo in questo senso le condizioni geografiche e politiche giocarono un ruolo decisivo.
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