Gli inglesi non hanno mai brillato per l’originalità delle idee. Tutto quello che di tipicamente inglese c’e nel mondo è stato importato da qualche parte. Ma gli inglesi hanno avuto il genio di trasformarlo e renderlo unico.
Giustamente possono essere orgogliosi di questa loro capacità. Anche se l’idea di fondo, il prodotto di base, sia esso un congegno tecnico o un’attività sportiva (come il Polo o il Cricket, per esempio), sono stati presi da altri, è giusto considerare il prodotto finale come una tipica ed originalissima produzione del genio inglese, pronta per essere esportato.
Non c’è dubbio. La RIVOLUZIONE INDUSTRIALE prese forma in Inghilterra che ne seppe fare un sistema di produzione che esportò nel mondo.
La prima nazione che seguì l'esempio inglese, se si esclude il Belgio, fu la Francia. In questa nazione la via dell' industrializzazione era stata aperta già prima del XIX secolo, ma i fatti della Rivoluzione del 1789 le imposero un arresto e, per riaprirsi, dovette aspettare fino alla terza decade del XIX secolo.
Tuttavia, a livello di idee e di congegni meccanici, la Francia aveva contribuito molto al successo della Rivoluzionane Industriale in Inghilterra.
L'idea della macchina a vapore nacque in Francia, ma furono gli inglesi che la perfezionarono e la resero adattabile al sistema di fabbrica.
Il congegno meccanico della “navetta volante” di Kay era stato anticipato in Francia, ma i francesi l'abbandonarono perché, così come era stato congegnato, funzionava male.
Gli inglesi, invece, avranno la pazienza e il genio di vedere l'utilità del congegno e vi apporteranno tutte quelle modifiche che lo renderanno effettivamente funzionante e rivoluzionario.
E così sarà anche per la “filatrice del lino”. Fu messa a punto in Francia verso il 1810, ma non incontrò alcun successo in patria. Lo incontrò, invece, in Inghilterra, dopo essere stata modificata e perfezionata, tanto che, dopo venticinque anni, essa fu reintrodotta in Francia di frodo.
La Germania e l'Italia si avvieranno verso l'industrializzazione più tardi. Sul finire del XIX secolo. Questi due Paesi avevano una storia politica particolare (non erano Stati unitari) che non favoriva il processo di industrializzazione.
Il primo Stato italiano che si avviò verso l'industrializzazione fu quello delle Due Sicilie sotto i Borboni, ma il suo sviluppo fu stroncato con la formazione dell'unità italiana.
mercoledì 27 maggio 2009
martedì 19 maggio 2009
IL LASCITO DEL MITO DELLA FRONTIERA AMERICANA: LA VIOLENZA COME PARTE DEL GIOCO
Il mito della frontiera non contributi soltanto a fare grande gli Stati Uniti d’ America (mi piace specificare “d’America” perché non mancherà molto ed avremo anche gli Stati Uniti d’Europa), ma, cosa che non si dice, è anche responsabile dell’endemico amore per l’uso delle armi che serpeggia nella società americana.
Nei TERRITORI liberi dell’Ovest (West), non esisteva nessuno Stato. I pellerossa hanno sempre vissuto in forma tribale, spostandosi continuamente su questi immensi territori. Essi consideravano la terra, non come una forma di ricchezza, ma come il dono del Grande Spirito per la sopravvivenza dell’uomo.
Il concetto di proprietà era assente nella loro cultura. È stato l’uomo bianco che lo ha introdotto. La corsa verso i territori liberi dell’immenso WEST si era scatenata proprio per la sete di terra dell’uomo bianco che cercava una opportunità di ricchezza.
In questi immensi territori, l’uomo bianco non poteva contare su nessuna autorità super partes che lo garantisse. La mancanza totale dello Stato aveva un significato preciso: ogni cittadino doveva provvedere alla propria difesa. Essere armati era una necessità imperativa, anche se questo non garantiva la propria sopravvivenza.
Insieme alla massa dei coloni, nei nuovi territori si spostavano anche i 'pistoleri', che venivano assoldati da persone senza scrupoli per scopi non legali (imporre la propria volontà alla comunità, illecito arricchimento, ingrandire il proprio territorio a spese dei vicini, ecc.).
Le strade erano 'infestate' da fuorilegge (i famosi outlaw dei film western), che derubavano i viaggiatori, assaltavano le “CARAVANE DEI COLONI” e, molto spesso, si spingevano fin dentro l’appena sorta cittadina per assaltarne la banca.
La violenza era intimamente legata allo spirito della Frontiera e fu questo spirito che colonizzò tutti i territori ad Ovest dei Monti Appalachi nell'arco di un secolo circa.
La normalizzazione avveniva quando il nuovo territorio diventava sufficientemente popolato per essere eretto a Stato ed essere aggregato, a pieno titolo, nell'Unione degli Stati Uniti.
Ma, purtroppo, la erezione del TERRITORIO a Stato non faceva sparire la psicologia del possesso delle armi come sicurezza personale. Questa psicologia, da palese e giustificata nel momento della CONQUISTA DEL WEST, divenne radicata ed endemica nella psicologia generale del cittadino americano di sempre.
Il cittadino conservò il diritto a possedere armi per la difesa personale. Un diritto di cui il cittadino in genere è geloso ancora oggi. Il Governo federale, nonostante abbia tentato molte volte, non riuscì mai a mettere un freno alla LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE ARMI perché è diventato un DIRITTO COSTITUZIONALMENTE GARANTITO.
Alla fine dell'ottocento, l’obiettivo della SPIRITO DELLA FRONTIERA era stato raggiunto. “From coast to coast” (dalla costa atlantica alla costa del pacifico), non c’erano più TERRITORI liberi da colonizzare. Gli Stati dell'Unione erano diventati 48. Diventeranno i 50 attuali nel secolo ventesimo, quando si aggiungeranno due Stati al di fuori della continuità territoriale, le isole Away e l'Alaska.
Nei TERRITORI liberi dell’Ovest (West), non esisteva nessuno Stato. I pellerossa hanno sempre vissuto in forma tribale, spostandosi continuamente su questi immensi territori. Essi consideravano la terra, non come una forma di ricchezza, ma come il dono del Grande Spirito per la sopravvivenza dell’uomo.
Il concetto di proprietà era assente nella loro cultura. È stato l’uomo bianco che lo ha introdotto. La corsa verso i territori liberi dell’immenso WEST si era scatenata proprio per la sete di terra dell’uomo bianco che cercava una opportunità di ricchezza.
In questi immensi territori, l’uomo bianco non poteva contare su nessuna autorità super partes che lo garantisse. La mancanza totale dello Stato aveva un significato preciso: ogni cittadino doveva provvedere alla propria difesa. Essere armati era una necessità imperativa, anche se questo non garantiva la propria sopravvivenza.
Insieme alla massa dei coloni, nei nuovi territori si spostavano anche i 'pistoleri', che venivano assoldati da persone senza scrupoli per scopi non legali (imporre la propria volontà alla comunità, illecito arricchimento, ingrandire il proprio territorio a spese dei vicini, ecc.).
Le strade erano 'infestate' da fuorilegge (i famosi outlaw dei film western), che derubavano i viaggiatori, assaltavano le “CARAVANE DEI COLONI” e, molto spesso, si spingevano fin dentro l’appena sorta cittadina per assaltarne la banca.
La violenza era intimamente legata allo spirito della Frontiera e fu questo spirito che colonizzò tutti i territori ad Ovest dei Monti Appalachi nell'arco di un secolo circa.
La normalizzazione avveniva quando il nuovo territorio diventava sufficientemente popolato per essere eretto a Stato ed essere aggregato, a pieno titolo, nell'Unione degli Stati Uniti.
Ma, purtroppo, la erezione del TERRITORIO a Stato non faceva sparire la psicologia del possesso delle armi come sicurezza personale. Questa psicologia, da palese e giustificata nel momento della CONQUISTA DEL WEST, divenne radicata ed endemica nella psicologia generale del cittadino americano di sempre.
Il cittadino conservò il diritto a possedere armi per la difesa personale. Un diritto di cui il cittadino in genere è geloso ancora oggi. Il Governo federale, nonostante abbia tentato molte volte, non riuscì mai a mettere un freno alla LIBERA CIRCOLAZIONE DELLE ARMI perché è diventato un DIRITTO COSTITUZIONALMENTE GARANTITO.
Alla fine dell'ottocento, l’obiettivo della SPIRITO DELLA FRONTIERA era stato raggiunto. “From coast to coast” (dalla costa atlantica alla costa del pacifico), non c’erano più TERRITORI liberi da colonizzare. Gli Stati dell'Unione erano diventati 48. Diventeranno i 50 attuali nel secolo ventesimo, quando si aggiungeranno due Stati al di fuori della continuità territoriale, le isole Away e l'Alaska.
giovedì 14 maggio 2009
UN PROBLEMA DEI NOSTRI GIORNI: TOLLERANZA O RISPETTO?
Il principio di tolleranza fu una conquista dell'uomo del XVII secolo, il quale prese coscienza che la sua verità religiosa poteva coesistere con quella di un altro.
Fino a quell'epoca aveva predominato l'intolleranza e ogni diversità veniva combattuta versando il sangue del diverso. Lo avevano fatto i Romani pagani con i cristiani. Lo avevano fatto i cristiani con altri cristiani che osavano percorrere strade differenti per arrivare alla verità.
I papi, nel medioevo, non avevano predicato le crociate solo contro i musulmani per liberare i luoghi sacri. Le avevano predicate anche contro quei loro confratelli che ritenevano eretici, come gli albigesi del sud della Francia.
Fu l'ultimo sangue versato nelle guerre di religione del XVII secolo che fece capire che la coscienza degli uomini non si cambia con le guerre e si decise di lasciare la libertà di andare in paradiso per la strada che più si riteneva opportuna (principio di tolleranza).
Oggi, in Occidente, si sta affermando il principio del rispetto, che supera quello di tolleranza. È un principio più maturo perché riconosce all’altro la totale parità in ogni aspetto della vita associata.
Nel mondo islamico, purtroppo, non si è ancora affermato il principio di tolleranza. Nella fede islamica, il SUNNITA e lo SCIITA, pur appartenendo alla stessa fede, si combattono tra di loro per determinare chi è il vero credente.
Fino a quell'epoca aveva predominato l'intolleranza e ogni diversità veniva combattuta versando il sangue del diverso. Lo avevano fatto i Romani pagani con i cristiani. Lo avevano fatto i cristiani con altri cristiani che osavano percorrere strade differenti per arrivare alla verità.
I papi, nel medioevo, non avevano predicato le crociate solo contro i musulmani per liberare i luoghi sacri. Le avevano predicate anche contro quei loro confratelli che ritenevano eretici, come gli albigesi del sud della Francia.
Fu l'ultimo sangue versato nelle guerre di religione del XVII secolo che fece capire che la coscienza degli uomini non si cambia con le guerre e si decise di lasciare la libertà di andare in paradiso per la strada che più si riteneva opportuna (principio di tolleranza).
Oggi, in Occidente, si sta affermando il principio del rispetto, che supera quello di tolleranza. È un principio più maturo perché riconosce all’altro la totale parità in ogni aspetto della vita associata.
Nel mondo islamico, purtroppo, non si è ancora affermato il principio di tolleranza. Nella fede islamica, il SUNNITA e lo SCIITA, pur appartenendo alla stessa fede, si combattono tra di loro per determinare chi è il vero credente.
mercoledì 6 maggio 2009
DUE MITI CHE HANNO FATTO GRANDE GLI U.S.A.
Nella psicologia collettiva dell'uomo americano di oggi sono ben radicati due miti: quello della frontiera e quello del sogno americano. Il primo è nato nell’Ottocento ed ha contribuito a fare grande gli Stati Uniti.
Il secondo è molto più antico. E’ nato con i Padri Pellegrini, quando decisero di lasciare l'Inghilterra per dirigersi in America nel 1620, ed è ancora vivo e vitale nella mentalità dell'uomo americano di oggi, che vede la sua Patria come la terra delle opportunità.
Nell'ottocento, la frontiera era rappresentata dalla sterminata estensione di terre vergini, che esisteva ad Ovest (il mitico West), al di là dei monti Appalachi, dove si era fermata la prima colonizzazione.
La corsa verso il West, iniziata subito dopo la guerra dei sette anni (1756-1763), divenne un fiume impetuoso nei primi anni del nuovo secolo, quando ormai gli Stati Uniti avevano risolto i loro problemi istituzionali e la Francia, con Napoleone, aveva rinunciato ad ogni suo possedimento in territorio americano.
L'Est (le tredici ex colonie), sulla costa atlantica, rappresentava la società ricca, ma normalizzata, dove i giochi erano, in gran parte, fatti ed i rapporti sociali tendevano verso la codificazione. Il West, invece, rappresentava la terra delle nuove opportunità, dove si potevano costruire grandi fortune se si aveva coraggio e spirito di iniziativa.
Per un cinquantennio, la Frontiera, al richiamo della scoperta dell'oro, si spostò continuamente per spingersi fino al Far West (=il lontano Ovest), dove trovò il suo limite naturale nell'Oceano Pacifico.
Nella cultura americana di oggi lo spirito della frontiera non è scomparso. Esso si è trasferito nel campo della scienza e della tecnologia, dove i risultati raggiunti rappresentano una frontiera provvisoria, che deve essere superata per accrescere le conoscenze dell'uomo nella sua corsa verso un benessere sempre maggiore.
Il secondo è molto più antico. E’ nato con i Padri Pellegrini, quando decisero di lasciare l'Inghilterra per dirigersi in America nel 1620, ed è ancora vivo e vitale nella mentalità dell'uomo americano di oggi, che vede la sua Patria come la terra delle opportunità.
Nell'ottocento, la frontiera era rappresentata dalla sterminata estensione di terre vergini, che esisteva ad Ovest (il mitico West), al di là dei monti Appalachi, dove si era fermata la prima colonizzazione.
La corsa verso il West, iniziata subito dopo la guerra dei sette anni (1756-1763), divenne un fiume impetuoso nei primi anni del nuovo secolo, quando ormai gli Stati Uniti avevano risolto i loro problemi istituzionali e la Francia, con Napoleone, aveva rinunciato ad ogni suo possedimento in territorio americano.
L'Est (le tredici ex colonie), sulla costa atlantica, rappresentava la società ricca, ma normalizzata, dove i giochi erano, in gran parte, fatti ed i rapporti sociali tendevano verso la codificazione. Il West, invece, rappresentava la terra delle nuove opportunità, dove si potevano costruire grandi fortune se si aveva coraggio e spirito di iniziativa.
Per un cinquantennio, la Frontiera, al richiamo della scoperta dell'oro, si spostò continuamente per spingersi fino al Far West (=il lontano Ovest), dove trovò il suo limite naturale nell'Oceano Pacifico.
Nella cultura americana di oggi lo spirito della frontiera non è scomparso. Esso si è trasferito nel campo della scienza e della tecnologia, dove i risultati raggiunti rappresentano una frontiera provvisoria, che deve essere superata per accrescere le conoscenze dell'uomo nella sua corsa verso un benessere sempre maggiore.
mercoledì 29 aprile 2009
BARACK OBAMA E ABRAMO LINCOLN
Barak Obama, il neo Presidente degli Stati Uniti d’America, è l’uomo nuovo del XXI secolo. Egli si è posto l’obiettivo di RIFONDARE GLI STATI UNITI D’AMERICA per restaurare la loro leadership del Mondo Occidentale oggi in declino dopo la disastrosa presidenza di G. W. Bush.
Per farlo, egli ha scelto, come modello ispiratore, il vero fondatore della potenza americana: ABRAMO LINCOLN.
Nel XIX secolo, ABRAMO LINCOLN affrontò una guerra civile per salvare IL CONTINENTE NORD AMERICANO dal fato dell’EUROPA, che, all’uscita dal medioevo, mise da parte il grande lascito di CARLO MAGNO di una EUROPA UNITA e si frantumò in tanti STATI NAZIONALI contrapposti sempre in lotta tra di loro per affermare la propria supremazia sugli altri.
Abramo Lincoln (1809-1865) era un self made man(=un uomo che si era fatto da sé). Proveniva da una famiglia modesta della frontiera americana. Aveva studiato legge ed era diventato un avvocato di successo.
Egli fece la prima esperienza parlamentare nell'Illinois, lo stesso Stato di Barack Obama, e, successivamente, nel parlamento nazionale (Congresso). Nel 1856 aderì al partito repubblicano, che era antischiavista e, nel 1860, fu nominato candidato alla Presidenza degli Stati Uniti.
La sua candidatura era una candidatura di rottura. Alla sua epoca, la Federazione degli Stati Uniti aveva due anime. Una, quella del Sud, era ad economia agricola SCHIAVISTA. L’altra, quella del Nord, aveva puntato tutto sulla NASCENTE INDUSTRIA ed era di sentimenti ANTI SCHIAVISTA.
La elezione di Lincoln provocò la prima spaccatura tra gli Stati. Sette di essi si ritirarono dalla Federazione. Altri quattro li seguiranno all'inizio della GUERRA CIVILE.
Lincoln, nella sua carriera politica, si era distinto per la sua integrità morale e per la passione che metteva nella causa abolizionista della schiavitù. Ma nei suoi pensieri vi era, soprattutto ed innanzitutto, l'unità dell'Unione degli Stati.
Per tenerla in vita era pronto a sacrificare tutto. In una lettera del 1862 scrisse: "Se potessi salvare l'Unione senza liberare gli schiavi, lo farei; se potessi salvarla liberandoli tutti, lo
farei; se potessi salvarla liberandone alcuni e tenendone altri in schiavitù, lo farei".
La guerra civile scoppiò per mantenersi fedele a questo pensiero e la storia gli ha dato ragione: l'unità dell'Unione valeva una guerra civile. Un'America divisa e contrapposta in tanti Stati come l’Europa, difficilmente sarebbe diventata la più grande potenza mondiale del XX secolo.
E Barak Obama ha incominciato la sua lotta per mantenere gli Stati Uniti d’America “la più grande potenza mondiale” anche nel XXI secolo. Un compito difficilissimo perché sa che, all’orizzonte, sta nascendo UNA NUOVA STELLA di uguale grandezza: GLI STATI UNITI D’EUROPA.
Per farlo, egli ha scelto, come modello ispiratore, il vero fondatore della potenza americana: ABRAMO LINCOLN.
Nel XIX secolo, ABRAMO LINCOLN affrontò una guerra civile per salvare IL CONTINENTE NORD AMERICANO dal fato dell’EUROPA, che, all’uscita dal medioevo, mise da parte il grande lascito di CARLO MAGNO di una EUROPA UNITA e si frantumò in tanti STATI NAZIONALI contrapposti sempre in lotta tra di loro per affermare la propria supremazia sugli altri.
Abramo Lincoln (1809-1865) era un self made man(=un uomo che si era fatto da sé). Proveniva da una famiglia modesta della frontiera americana. Aveva studiato legge ed era diventato un avvocato di successo.
Egli fece la prima esperienza parlamentare nell'Illinois, lo stesso Stato di Barack Obama, e, successivamente, nel parlamento nazionale (Congresso). Nel 1856 aderì al partito repubblicano, che era antischiavista e, nel 1860, fu nominato candidato alla Presidenza degli Stati Uniti.
La sua candidatura era una candidatura di rottura. Alla sua epoca, la Federazione degli Stati Uniti aveva due anime. Una, quella del Sud, era ad economia agricola SCHIAVISTA. L’altra, quella del Nord, aveva puntato tutto sulla NASCENTE INDUSTRIA ed era di sentimenti ANTI SCHIAVISTA.
La elezione di Lincoln provocò la prima spaccatura tra gli Stati. Sette di essi si ritirarono dalla Federazione. Altri quattro li seguiranno all'inizio della GUERRA CIVILE.
Lincoln, nella sua carriera politica, si era distinto per la sua integrità morale e per la passione che metteva nella causa abolizionista della schiavitù. Ma nei suoi pensieri vi era, soprattutto ed innanzitutto, l'unità dell'Unione degli Stati.
Per tenerla in vita era pronto a sacrificare tutto. In una lettera del 1862 scrisse: "Se potessi salvare l'Unione senza liberare gli schiavi, lo farei; se potessi salvarla liberandoli tutti, lo
farei; se potessi salvarla liberandone alcuni e tenendone altri in schiavitù, lo farei".
La guerra civile scoppiò per mantenersi fedele a questo pensiero e la storia gli ha dato ragione: l'unità dell'Unione valeva una guerra civile. Un'America divisa e contrapposta in tanti Stati come l’Europa, difficilmente sarebbe diventata la più grande potenza mondiale del XX secolo.
E Barak Obama ha incominciato la sua lotta per mantenere gli Stati Uniti d’America “la più grande potenza mondiale” anche nel XXI secolo. Un compito difficilissimo perché sa che, all’orizzonte, sta nascendo UNA NUOVA STELLA di uguale grandezza: GLI STATI UNITI D’EUROPA.
mercoledì 22 aprile 2009
FEDERICO II : LO STUPOR MUNDI “PADRE” E “PATRIGNO”
Diamo a Cesare quello che è di Cesare: Federico Il ha dato all'Europa il primo stato moderno della storia. Tutti i sovrani d'Europa, che avevano a cuore il miglioramento istituzionale dei loro stati, lo tennero in grande considerazione. Edoardo I d'Inghilterra, il primo dei grandi legislatori del diritto scritto di quel regno, volle soggiornare nel suo regno per conoscere da vicino la sua legislazione, che era la più avanzata in tutta l'Europa medievale, e la struttura del suo governo, che - utilizzando funzionari laici al posto dei tradizionali ecclesiastici - realizzò la secolarizzazione del governo con quasi un secolo di anticipo rispetto agli altri stati.
Il suo Liber Augustalis fu il primo codice compilato scientificamente dopo quello di Giustiniano e le sue Costituzioni di Melfi del 1231 furono studiate e imitate in tutta Europa. Leggiamola la storia, ma leggiamola in tutte le direzioni, non solo in quella elogiativa. Può essere un motivo d'orgoglio per noi affermare, con forza, che Federico Il fu il sovrano di queste terre, ma obbiamo dire, con altrettanta forza, che lo sviluppo storico successivo gli diede torto.
Col suo stato centralizzato, egli negò all'Italia meridionale l'esperienza della nascente civiltà comunale, dove si formarono le mentalità democratiche e si acquisì il senso dello stato nelle coscienze individuali. Due obiettivi che i meridionali ancora oggi non hanno raggiunto appieno.
Se vogliamo, egli fu più "benìgno" verso la Germania, quando non pretese la centralizzazione del potere, ma diede la più ampia autonomia agli stati regionali (i lander di oggi e i fuedi di allora) nell'ambito della struttura imperiale, che - se vogliamo tradurla nei termini scientifici della scienza politica moderna - assumeva la forma di una confederazione di stati. Così, i tedeschi crebbero al loro attuale .federalismo attraverso 1' sperienza storica di secoli.
Noi meridionali, suoi diretti discendenti, siamo rimasti con una mentalità medievale dove regna ancora il barone, comunque camuffato. Sono queste le cose che dobbiamo dire. Sia gloria a Federico II. Mettiamo in evidenza tutti i suoi pregi. Additiamolo pure come la prima grande novità della storia per quanto riguarda la concezione dello Stato e dei rapporti tra le razze e le culture. Ma diciamo anche che a noi fu “patrigno” suo malgrado.
Non vide o non volle scegliere neanche la seconda strada che aveva davanti. Aveva la forza e le qualità per unificare l'Italia e fame il primo stato nazionale d'Europa con quasi due secoli di anticipo rispetto alla Francia e alla Spagna, ma quest'idea era lontana mille miglia dalla sua visione delle cose.
Se lo avesse fatto, forse avrebbe ucciso la nascente civiltà comunale, ma avrebbe salvato l'Italia dai suoi campanilismi e avrebbe fatto gli italiani con sette secoli di anticipo rispetto a Cavour.
Nella realtà dei fatti, egli era solo un sovrano illuminato, che governava col pugno di ferro, come avevano fatto i suoi avi normanni di Sicilia e i suoi trisavoli normanni di Normandia e d'Inghilterra.
All'interno del suo stato non ebbe e non consentì mai la formazione di un contropotere, come avvenne in Inghilterra. Ma i sovrani più illuminati di quel regno seppero leggere le tendenze del tempo e vi si adeguarono loro malgrado. Federico 11, pur non essendo primo in tutto, non volle o non seppe farlo. E il costo di questo fallimento lo abbiamo pagato noi e lo continuiamo a pagare ancora oggi.
Il suo stato fu un faro, ma - non ponendosi il problema di estendere il suo regno a tutta la penisola, dopo aver soffocato qualsiasi anelito alle libertà comunali meridionali - condannò il meridione al sottosviluppo dei secoli successivi. I suoi eredi furono i baroni, antichi e moderni, a cui aveva tolto ogni potere (liber Augustalis) con largo anticipo rispetto agli altri sovrani d'Europa, ma aveva lasciato loro il più completo controllo sulla popolazione, che resterà sottomessa agli antichi servaggi feudali molto più a lungo di qualsiasi altro stato europeo.
I baroni avevano tutto l'interesse a lasciare le popolazioni nella più totale sottomissione e nella più totale ignoranza per continuare a detenere il potere. Questa fu anche l'eredità di Federico IL Diciamole queste cose. Ci fanno crescere.
Il suo Liber Augustalis fu il primo codice compilato scientificamente dopo quello di Giustiniano e le sue Costituzioni di Melfi del 1231 furono studiate e imitate in tutta Europa. Leggiamola la storia, ma leggiamola in tutte le direzioni, non solo in quella elogiativa. Può essere un motivo d'orgoglio per noi affermare, con forza, che Federico Il fu il sovrano di queste terre, ma obbiamo dire, con altrettanta forza, che lo sviluppo storico successivo gli diede torto.
Col suo stato centralizzato, egli negò all'Italia meridionale l'esperienza della nascente civiltà comunale, dove si formarono le mentalità democratiche e si acquisì il senso dello stato nelle coscienze individuali. Due obiettivi che i meridionali ancora oggi non hanno raggiunto appieno.
Se vogliamo, egli fu più "benìgno" verso la Germania, quando non pretese la centralizzazione del potere, ma diede la più ampia autonomia agli stati regionali (i lander di oggi e i fuedi di allora) nell'ambito della struttura imperiale, che - se vogliamo tradurla nei termini scientifici della scienza politica moderna - assumeva la forma di una confederazione di stati. Così, i tedeschi crebbero al loro attuale .federalismo attraverso 1' sperienza storica di secoli.
Noi meridionali, suoi diretti discendenti, siamo rimasti con una mentalità medievale dove regna ancora il barone, comunque camuffato. Sono queste le cose che dobbiamo dire. Sia gloria a Federico II. Mettiamo in evidenza tutti i suoi pregi. Additiamolo pure come la prima grande novità della storia per quanto riguarda la concezione dello Stato e dei rapporti tra le razze e le culture. Ma diciamo anche che a noi fu “patrigno” suo malgrado.
Non vide o non volle scegliere neanche la seconda strada che aveva davanti. Aveva la forza e le qualità per unificare l'Italia e fame il primo stato nazionale d'Europa con quasi due secoli di anticipo rispetto alla Francia e alla Spagna, ma quest'idea era lontana mille miglia dalla sua visione delle cose.
Se lo avesse fatto, forse avrebbe ucciso la nascente civiltà comunale, ma avrebbe salvato l'Italia dai suoi campanilismi e avrebbe fatto gli italiani con sette secoli di anticipo rispetto a Cavour.
Nella realtà dei fatti, egli era solo un sovrano illuminato, che governava col pugno di ferro, come avevano fatto i suoi avi normanni di Sicilia e i suoi trisavoli normanni di Normandia e d'Inghilterra.
All'interno del suo stato non ebbe e non consentì mai la formazione di un contropotere, come avvenne in Inghilterra. Ma i sovrani più illuminati di quel regno seppero leggere le tendenze del tempo e vi si adeguarono loro malgrado. Federico 11, pur non essendo primo in tutto, non volle o non seppe farlo. E il costo di questo fallimento lo abbiamo pagato noi e lo continuiamo a pagare ancora oggi.
Il suo stato fu un faro, ma - non ponendosi il problema di estendere il suo regno a tutta la penisola, dopo aver soffocato qualsiasi anelito alle libertà comunali meridionali - condannò il meridione al sottosviluppo dei secoli successivi. I suoi eredi furono i baroni, antichi e moderni, a cui aveva tolto ogni potere (liber Augustalis) con largo anticipo rispetto agli altri sovrani d'Europa, ma aveva lasciato loro il più completo controllo sulla popolazione, che resterà sottomessa agli antichi servaggi feudali molto più a lungo di qualsiasi altro stato europeo.
I baroni avevano tutto l'interesse a lasciare le popolazioni nella più totale sottomissione e nella più totale ignoranza per continuare a detenere il potere. Questa fu anche l'eredità di Federico IL Diciamole queste cose. Ci fanno crescere.
mercoledì 8 aprile 2009
UN’ENNESIMA BEFFA PER COSENZA STORICA
Ci volevano le piogge degli ultimi mesi per far capire che il centro storico di Cosenza sta morendo. Ma quella che ha visto Franco Ambrogio è solo la sua morte fisica. Le stradine che dirupano. Gli edifici che si sgretolano.
Egli non ha saputo vedere che il Centro Storico sta morendo anche economicamente. Come è già morto culturalmente e socialmente.
Egli non ha capito che la vita di una città, di un centro storico, non è fatta solo dall’ambiente fisico, che deperisce e muore quando la linfa vitale non c’è più. E la linfa vitale di ogni centro abitato, sia esso un quartiere, una città, un borgo carico di storia, è fatta dalla gente palpitante che vi vive, che vi opera, che vi realizza i suoi sogni, siano essi economici, culturali, sociali e, perché no, psicologici.
E di gente nel centro storico ce ne sempre di meno. Chi può scappa. Ci sono rimasti solo i disperati. Chi non sa dove andare per mancanza di risorse. E, diciamolo pure, c’è rimasto anche chi vi trova un riflettore per saziare la propria sete di notorietà attraverso associazioni pro centro storico fasulle.
Franco Ambrogio sarebbe partito bene se avesse chiesto 30 milioni di euro alla Regione per un progetto globale di rinascita del centro storico. Il suo recupero fisico doveva rappresentare il primo passo per il recupero totale di questo piccolo gioiello che la storia ci ha tramandato..
Il secondo passo sarebbe dovuto essere quello di riportare la gente nel centro storico. Non rincorrendo chimerici ritorni ad un passato residenziale. Ma promovendo un richiamo forte per attirarvi la gente attraverso l’industria del tempo libero. Ma, per fare questo, ci vuole immaginazione. Ci vuole la capacità di ideare un punto di svolta che inneschi uno sviluppo autopropulsivo.
Solo così il centro storico ritornerà al suo antico splendore e creerà ricchezza per la città di Cosenza e il suo hinterland. In certi momenti, l’amministratore pubblico deve avere coraggio e fantasia. Ne avrà Franco Ambrogio? Saprà egli avere uno sguardo d’aquila per guardare lontano? Saprà egli valutare le idee che pur circolano sul centro storico? Saprà egli avere il coraggio dei bruzi che si ribellarono al loro fato di servi per proiettarsi in un futuro fatto di libertà e di ricchezza?
Egli non ha saputo vedere che il Centro Storico sta morendo anche economicamente. Come è già morto culturalmente e socialmente.
Egli non ha capito che la vita di una città, di un centro storico, non è fatta solo dall’ambiente fisico, che deperisce e muore quando la linfa vitale non c’è più. E la linfa vitale di ogni centro abitato, sia esso un quartiere, una città, un borgo carico di storia, è fatta dalla gente palpitante che vi vive, che vi opera, che vi realizza i suoi sogni, siano essi economici, culturali, sociali e, perché no, psicologici.
E di gente nel centro storico ce ne sempre di meno. Chi può scappa. Ci sono rimasti solo i disperati. Chi non sa dove andare per mancanza di risorse. E, diciamolo pure, c’è rimasto anche chi vi trova un riflettore per saziare la propria sete di notorietà attraverso associazioni pro centro storico fasulle.
Franco Ambrogio sarebbe partito bene se avesse chiesto 30 milioni di euro alla Regione per un progetto globale di rinascita del centro storico. Il suo recupero fisico doveva rappresentare il primo passo per il recupero totale di questo piccolo gioiello che la storia ci ha tramandato..
Il secondo passo sarebbe dovuto essere quello di riportare la gente nel centro storico. Non rincorrendo chimerici ritorni ad un passato residenziale. Ma promovendo un richiamo forte per attirarvi la gente attraverso l’industria del tempo libero. Ma, per fare questo, ci vuole immaginazione. Ci vuole la capacità di ideare un punto di svolta che inneschi uno sviluppo autopropulsivo.
Solo così il centro storico ritornerà al suo antico splendore e creerà ricchezza per la città di Cosenza e il suo hinterland. In certi momenti, l’amministratore pubblico deve avere coraggio e fantasia. Ne avrà Franco Ambrogio? Saprà egli avere uno sguardo d’aquila per guardare lontano? Saprà egli valutare le idee che pur circolano sul centro storico? Saprà egli avere il coraggio dei bruzi che si ribellarono al loro fato di servi per proiettarsi in un futuro fatto di libertà e di ricchezza?
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