giovedì 17 settembre 2009

FRANCO FELICETTI’S STORY (3)

PACTA SUNT SERVANDA

Da piccolissimo (1/4 anni), ero un po’ il beniamino del quartiere. La salita di Pagliaro. A quel tempo era l’estrema periferia di Cosenza. Dopo di noi c’era solo campagna. Il confine tra città e campagna era segnato dalla chiesa evangelica. Che c’è ancora. Allo stesso posto.

Io ero paffutello. Ero scuro di pelle. Tanto scuro che mi appiopparono un nomignolo: “turchicieddru d’a catineddra”. Della “catenina” perché portavo sempre una catenina al collo. Una foto, col cappello di figlio della lupa, mi ricorda che a pasqua avevo sempre un agnellino che portavo al guinzaglio. Ma su questo non ricordo molto.

Ricordo nitidamente che alla befana, per noi figli Felicetti, nella calza c’era solo carbone. Mai un anno che fossimo premiati per essere stati buoni! Per la befana eravamo sempre cattivi. Ma era questo che nostra madre si poteva permettere e questo ci dava. Ma non ci faceva mancare l’amore.

Ne aveva tanto per noi. Per tutti noi. Anche se c’era una particolarità per me, che ero il più piccino. Però nella mia calza, oltre al carbone, c’era anche qualche “topolino” di cioccolato. Poi ho scoperto che era il dono annuale di una signora, la cui immagine è tutt’ora presente vagamente nella mia mente. Questo è il segno della mia perdurante gratitudine. Ci deve essere sempre posto nel proprio cuore per chi ti ha fatto del bene.

Quando era sul letto di morte, quando ha sentito che stava per andarsene, mia madre chiese di me. Le tenni stretta la mano, ma non volli vedere i suoi occhi che si chiudevano per sempre. Per me non era morta. Non poteva morire. Non accettavo la sua morte. Non ho versato una lacrime. Il dolore era troppo forte. Mi aveva inebetito. E poi non credevo fosse veramente morta. Quando Peppe l’accompagnò al cimitero, lo chiamai in disparte e gli dissi. “mamma non è morta, quando arrivi al cimitero toccala. Lei si risveglierà”

Non ho mantenuto la promessa che le avevo fatto da bambino, che, da morta, l’avrei tenuta per sempre sotto il mio letto. Non vado mai a trovarla al cimitero. Non amo i cimiteri italiani e non vorrei mai essere sepolto in uno di essi. Però è nel mio cuore. C’è sempre stata e ci starà sempre. Questa è la forza dell’amore. L’amore di un figlio che ha capito. Oggi l’avrei fatta cremare e la sua urna l’avrei messa sul mio comodino. Idealmente uniti. Come sempre.

Io ero un ragazzino “sveglio”. UN FAST LEARNER. Verso i sei anni mia madre mi portava a lavorare con lei nel periodo di Natale. Incartavamo i “famosi torroncini di Renzelli”. Non nascondo che qualcuno lo mangiavo di nascosto. Erano buonissimi. Ma li mangio ancora oggi. Renzelli non ha mai smesso la loro produzione.

C’era un signore, proprietario di una conceria in VIA POPILIA, che molto spesso mi veniva a prendere la mattina presto e mi portava, col suo calesse, a fare il giro dei paesi circonvicini a raccogliere le pelli per la sua conceria. Stavamo fuori tutta la giornata. Si tornava verso sera. Portava sempre della carne a mia madre per ringraziarla per avermi autorizzato ad andare con lui.

CONTINUA

martedì 15 settembre 2009

LENIN, STALIN, E L’UTOPIA COMUNISTA

LENIN E STALIN sono i due uomini che, con responsabilità diverse, hanno costruito un mostro, l’UTOPIA COMUNISTA, che divorava i suoi figli dando loro l’illusione di essere diretti verso il regno dell’abbondanza nell’uguaglianza più assoluta.

Lenin fu l’ideologo che, per decenni, aveva studiato il pensiero di KARL MARX nel suo esilio in Svizzera e ne aveva tratto una visione dello Stato che doveva LIBERARE L’UOMO da ogni forma di bisogno nella libertà più piena.

Il COMUNISMO, come l'intendeva Lenin, doveva essere il 'SOLE DELL’AVVENIRE' per la CLASSE OPERAIA. Con il comunismo a regime, sarebbe cessata OGNI FORMA DI STRUTTAMENTO. Lo STATO SAREBBE SCOMPARSO e al suo posto sarebbe sorta una LIBERA ASSOCIAZIONE di cittadini.

Il CREDO CAPITALISTICO "AD OGNUNO SECONDO LE PROPRIE CAPACITA”, che era la matrice della DISUGUAGLIANZA tra gli uomini, sarebbe stato sostituito da quello COMUNISTA "AD OGNUNO SECONDO I SUOI BISOGNI”. Così, le CLASSI SOCIALI sarebbero sparite e con esse sarebbe sparita la proprietà privata, che era un FURTO per l’IDEOLOGIA COMUNISTA.

I lavoratori sarebbero diventati i DATORI DI LAVORO di se stessi ed ognuno avrebbe avuto garantito il DIRITTO AL LAVORO. Ci sarebbe stato il LIBERO ACCESSO AI MEZZI DI INFORMAZIONE e la POVERTA’ sarebbe stata un ricordo.

Questa SOCIETA’ IDEALE, però, doveva essere realizzata per gradi. La prima, inevitabile tappa sarebbe stata quella della DITTAURA DEL PROLETARIATO, che era necessaria per abbattere tutte le altre classi (nobili, borghesia, proprietari terrieri).

Ma questa dittatura del proletariato, da provvisoria che doveva essere, divenne ETERNA. Dopo 80 anni era ancora viva e vegeta perché aveva prodotto una NUOVA CLASSE, non prevista, né immaginata da alcuno: la classe dei FUNZIONARI DEL PARTITO COMUNISTA, che avevano tutto l’interesse a mantenere il COMUNISMO AL POTERE.

Secondo Lenin, il passaggio dall’ ECONOMIA DI MERCATO (capitalismo)all’ ECONOMIA SOCIALISTA sarebbe avvenuto attraverso una fase transitoria di STATIZZAZIONI, per cui lo STATO SAREBBE DIVENTATO IL PROPRIETARIO DI TUTTI I MEZZI DI PRODUZIONE. Al privato cittadino sarebbero rimaste solo le braccia.

La mente non gli serviva. Era lo Stato che pensava al suo benessere, che sarebbe stato maggiore di quello goduto sotto l’odioso sistema capitalistico,fondato sulla disuguaglianza degli uomini.

Lenin, l’intellettuale dotato di flessibilità mentale, nel 1921, dopo la rivolta dei marinai di Kronstadt, considerati 'l'avanguardia della Rivoluzione Bolscevica', si rese conto che bisognava mettere un freno alla STATIZZAZIONE SELVAGGIA dei mezzi di produzione e impose dei correttivi.

L’obiettivo della costruzione del comunismo si poteva raggiungere anche per gradi senza sconvolgere la vita del piccolo produttore o piccolo artigiano. Egli fece approvare una NUOVA POLITICA ECONOMICA (N.E.P.) con cui si permetteva, in deroga al programma di statizzazione, al PICCOLO PRODUTTORE PRIVATO di fare LIBERO COMMERCIO dei suoi prodotti.

Ma il suo successore, STALIN, era un burocrate, un uomo dell’apparto del partito comunista. Egli non aveva, e non poteva avere, la POTENZA INTELLETTUALE di Lenin, che era sinceramente attaccato al benessere del popolo, anche se perseguiva una strada che si dimostrerà sbagliata.

Stalin era un UOMO DI POTERE. Egli aveva capito che il potere supremo risiedeva nel partito comunista e il suo segretario ne era il detentore. Egli non fu così 'liberale' come Lenin. Egli portò ogni attività economica, anche quella del piccolo produttore, sotto l'egida dello Stato per perseguire un programma di industrializzazione forzata.
Sul piano militare, Stalin fece dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) la seconda grande potenza del mondo, ma questa potenza fu 'costruita' sullo sfruttamento della massa dei lavoratori, che non conobbero mai il benessere dei lavoratori del mondo non comunista.
Il SOLE DELL’AVVENIRE si era dimostrato una GRANDE TRAGEDIA UMANA,fatta di gente affamata che si riversa sul mondo occidentale per prendersi le briciole di quel benessere che, a loro, l’IDEOLOGIA COMUNISTA aveva negato nei fatti.

giovedì 10 settembre 2009

FRANCO FELICETTI’S STORY (2)

A PIEDI NUDI

Mia madre era molto bella . Alta. Gentile nei lineamenti. Di scuola ne aveva fatto poca. A quei tempi, gli inizi del XX secolo, una donna giovane e bella con un figlio non la si poteva sposare. Non eravamo in America dove la donna si risposa anche se ha figli. Da noi non è così neanche oggi.

Da noi, ancora oggi, l’uomo si avvicina ad una donna con figli solo con la speranza di rimediare una “scopata” e basta. Sposarla? Mai! Mia madre sfamò i suoi cinque figli lavorando come una dannata.

Ci vestivamo grazie alla benevolenza di alcune famiglie, che ci davano gli indumenti smessi dai loro figli. Da aprile ad ottobre inoltrato non vestivo scarpe. ANDAVO IN GIRO A PIEDI NUDI. Era duro camminare sull’asfalto bollente o sulla terra battuta a causa delle spine.

La nostra casa era un monolocale a piano terra di 40 mq circa. Questo rappresentava il nostro mondo. La nostra cucina. Il nostro bagno (si fa per dire). Le nostre camere da letto. Il nostro soggiorno. Tutto in questi 40 mq. Io dormivo con i miei fratelli in un letto matrimoniale. I risvegli festivi di quei giorni mi mancano ancora. Erano belli.

Eravamo tre fratelli affiatati. Io dormivo in mezzo ai due giganti. Giganti perché io ero piccolino. Gigino mi passava sette anni. Peppe addirittura undici. Nel letto giocavamo. Io e Peppe eravamo sempre alleati. Chi ne faceva le spese era sempre il povero Gigino.

Con Peppe c’era una particolarità che ci legava: eravamo nati nello stesso giorno: il 26 gennaio. Ora Peppe non c’è più. Sono andato a seppellirlo a Vancouver, in Canada nel 1983. Ho cercato fra tutti i suoi amici canadesi e italiani per cercare di conoscere le sue ultime volontà. Se voleva essere sepolto in Italia o in Canada.

Tutti i suoi amici mi hanno detto che per lui era indifferente. Ma chi mi ha fatto decidere di lasciarlo in Canada è stata mia sorella Lucia. Piangendo mi ha detto: “lasciamelo qui. È l’unico che mi rimane della famiglia. Ne avrò più cura di quando era vivo”. Gli ho scelto un cimitero che noi italiani non conosciamo. Quelli che vediamo nei film: un grande parco verde curato a giardino.

Le tombe sono sufficientemente distanziate per creare un ambiente discreto, dove i congiunti vanno anche a pranzare sulla tomba del loro caro. Anch’io, prima di ripartire per l’Italia, sono andato, con la famiglia di mia sorella, a prendere il BRUNCH sulla sua tomba. Abbiamo scherzato con lui. I ragazzi, quelli che lui aveva cresciuto come figli suoi, lo prendevano in giro e raccontavano tutte le marachelle che avevano fatto da bambini facendolo arrabbiare.

Tutti siamo grati a questo fratello, a QUESTO FIGLIO DELLA COLPA, che è stato un pò il padre che non avevamo. Non ha mai pensato egoisticamente solo a se stesso. Il suo pensiero era la famiglia. In tanti anni di Canada non ha accumulato soldi per se stesso. Era generosissimo. Ha speso sempre tutto per i nipoti e la sorella, per me e per chiunque ne avesse bisogno della famiglia. In banca ho trovato solo una cassetta di sicurezza con poche migliaia di dollari. Ho capito che quelli li aveva destinati al suo funerale.

Io gli ho dedicato il mio primo libro: LA STRUTTURA POLITICA DELLA SOCIETA’, un libro di SOCIOLOGIA POLITICA, che avrebbe dovuto farmi conoscere all’interno del PARTITO SOCIALISTA ITALIANO (PSI), a cui mi ero iscritto da poco. Questa la dedica “ A MIO FRATELLO PEPPE, CHE NON CREDE NELLA RICONOSCENZA DEGLI UOMINI”.

Questa dedica ha una storia. Peppe mi ha aiutato molto quando mi sono iscritto all’università. Mi ha sovvenzionato nel momento iniziale. Poi mi sono mantenuto da solo. Ma lui temeva che io, una volta preso la laurea, avrei fatto come un suo compagno di giochi da ragazzo.


Questo suo compagno era il figlio di un “cocchiere” (guidava una vettura a cavallo). Quest’uomo aveva sacrificato la sua vita per dare al proprio figlio il massimo degli studi: UNA LAUREA IN MEDICINA. Ma questo neo “dottore” si dimostrò doppiamente ingrato. Da “dottore” non poteva accettare di essere il figlio di un “cocchiere”. Così negava di essere suo figlio. Come non riconobbe più i suoi compagni di giochi che erano rimasti semplici lavoratori.

Peppe lo detestava. Non perché tenesse alla sua amicizia. Ma perché riteneva che il proprio passato non si rinnega. Fa parte della propria storia. Nel bene e nel male. E bisogna esserne orgogliosi. Specialmente chi si è elevato socialmente, con i propri sforzi, ma anche con l’aiuto dei propri genitori o parenti.

Peppe temeva che anch’io avrei rinnegato le mie origini. Col tempo si rese conto che io ero fatto di un’altra pasta. Di ben altra intelligenza. E divenne orgogliosissimo di me. Il suo orgoglio per me crebbe a dismisura quando gli telefonai da Roma che avevo superato il concorso a preside col massimo dei voti. Se fosse morto due anni più tardi mi avrebbe visto diventare PRESIDENTE DELL’ASSOCIAZIONE PROVINCIALE PRESIDI DI COSENZA.
CONTINUA

lunedì 7 settembre 2009

18 GIUGNO 1948:L’ITALIA CHIAMATA A FARE UNA SCELTA DI CAMPO:COMUNISMO O DEMOCRAZIA?

Nelle elezioni politiche del 1948, IL PATTO DI UNITA’ D’AZIONE TRA SOCIALISTI E COMUNISTI, per un attimo, fece temere che l’Italia potesse crollare di fronte alla MAREA MONTANTE DELL’IDEOLOGIA COMUNISTA

Dall'elezione della CONSULTA di due anni prima, il partito socialista italiano (PSI) era uscito come il partito più forte della sinistra italiana. Il PARTITO COMUNISTA lo seguiva ad una certa distanza, ma il suo POTERE D’INFLUENZA era molto più forte di quello socialista.

Il SOCIALISMO era un’IDEA, un’idea di giustizia sociale, che aveva sempre albergato nel cuore e nelle menti degli italiani sin dalla fine del XIX secolo. Il COMUNISMO, invece, era sorto nel 1921 da una costola del socialismo ed era diventato un’organizzazione ferrea con una fede altrettanto ferrea.

Il suo iscritto aveva sviluppato una psicologia da VERO CREDENTE. Mentre nel partito socialista le decisioni politiche venivano prese per quelle che erano: decisioni che potevano ESSERE MESSE IN DISCUSSIONE da qualsiasi iscritto che la pensasse diversamente.

Nel partito comunista le DECISIONI POLITICHE, prese dagli organi statutari,attraverso il metodo del CENTRALISMO DEMOCRATICO, erano ARTICOLI DI FEDE a cui bisognava adeguarsi, PERINDE AC CADAVER, se non si voleva essere FUORI DALLA LINEA POLITICA DEL PARTITO.

Tra socialismo e comunismo c’era una incompatibilità di fondo che, nel secondo dopoguerra non venne percepita. Il socialismo era SINONIMO DI LIBERTA’, ecco perché la storia di questo partito è una storia di SCISSIONI.

Chi la pensava diversamente andava a fondare un “altro” PARTITO SOCIALISTA, come farà Saragat proprio in quel periodo. Per camuffarle, queste scissioni venivano definite di “DESTRA”, per salvare la “verginità” degli INDEFETTIBILI DI “SINISTRA”.

All’interno del partito comunista non c’era libertà. C’era FEDE, tanta fede nei confronti della CHIESA-PARTITO, che sollevava il singolo iscritto dal fastidio di pensare con la propria testa. Il PARTITO era sempre nel giusto.

Era il singolo che “DEVIAVA”. Ecco perché il singolo, prima di pensare con la propria testa, aspettava che il PENSIERO UNICO venisse RIVELATO dall’organo ufficiale del partito, così era sicuro di non essere FUORI DALLA LINEA POLITICA DEL PARTITO.
Per le elezioni del 1948, i comunisti proposero ai socialisti di ricostituire L’UNITA’ DELLA CLASSE LAVORATRICE per affrontare insieme il destino del Paese. Una parte dei socialisti non era insensibile a questo richiamo, ma la MAGGIORANZA decise per l'AUTONOMIA, anche se era pronta a formare un PATTO D’AZIONE con i comunisti.

PIETRO NENNI,imbevuto di idealità, ma di scarso acume politico,come leader indiscusso del socialismo italiano, disse che fu la divisione della sinistra che fece andare al potere il fascismo in Italia e il nazismo in Germania. Ora questo errore era da evitare pur conservando la propria autonomia.

Ma una parte dei socialisti, capeggiata da Giuseppe Saragat, non era d'accordo sul 'patto d'azione'. I socialisti di Saragat si richiamavano ai valori democratici della socialdemocrazia europea e rifiutavano qualsiasi legame con il PARTITO COMUNISTA ITALIANO, che si richiamava all'IDEOLOGIA COMUNISTA come si era realizzata nell’UNIONE SOVIETICA.

Nel gennaio del 1947, i SARAGATTIANI, come vennero anche chiamati, si riunirono a PALAZZO BARBERINI in Roma e decisero la creazione di un NUOVO PARTIVO SOCIALISTA che assunse il nome di PARTITO SOCIALISTA DEI LAVORATORI ITALIANI (PSLI).

Questa SCISSIONE dei socialisti contribuì a chiarire la GEOGRAFIA POLITICA italiana in senso FILOCCIDENTALE e DEMOCRATICA, che sarà sanzionata, a maggio dello stesso anno, quando DE GASPERI sbarcherà dal governo socialisti e comunisti e formerà il primo GOVERNO CENTRISTA del dopoguerra con dentro anche il PSLI.

IL ‘PATTO DI UNITA’ D’AZIONE' preoccupava le altre forze politiche italiane e gli ALLEATI, i vincitori della seconda guerra mondiale, che vedevano in esso la TATTICA, usata dai comunisti in tutti gli altri Paesi, per conquistare il potere e poi istituire il PARTITO UNICO DEL PROLETARIATO, dove la libertà c’era sulla carta, ma non nei fatti.

L'esempio più recente era stata la Cecoslovacchia, che, proprio in quell'anno, era stata assorbita nell'orbita dell'UNIONE SOVIETICA attraverso un PATTO D’AZIONE.

In Italia, i comunisti avevano già percorsa la prima tappa dell'itinerario per la conquista del potere. Avevano collaborato democraticamente nei governi di coalizione nazionale. Ora si preparavano a percorrere la seconda con il patto d'azione.

Una loro vittoria, a giudicare da quello che avveniva nell'Europa Orientale, avrebbe potuto segnare l'inizio della fine della libertà in Italia.

La campagna elettorale, la prima che si teneva, dopo il fascismo, per eleggere democraticamente il primo parlamento della Repubblica italiana, fu impostata, dalla Democrazia Cristiana ed i suoi alleati, come una campagna pro o contro la libertà.

Il campo era diviso in rossi (socialcomunisti ed alleati) e bianchi (democristiani ed alleati). La gerarchia ecclesiastica si impegnò a fondo nella campagna. Il 'VENTO DEL NORD' faceva temere una vittoria del FRONTE POPOLARE, come era chiamata l'alleanza di socialisti e comunisti.

Ma dalle urne uscì UN VOTO PER LA LIBERTA’. La Democrazia cristiana conquistò 307 seggi (49 per cento dei suffragi). Il Fronte popolare ne conquistò 182 (30,7 dei suffragi). La vittoria del bianco fiore (simbolo della Democrazia cristiana) fu netta, ma in Italia il clima era arroventato. Lo era stato per tutta la campagna elettorale.

Un attentato a PALMIRO TOGLIATTI, subito dopo le votazione, fece temere un possibile ricorso all'insurrezione armata, ma il capo del comunismo italiano dimostrò GRANDE SENSO DI RESPONSABILITA’ DEMOCRATICA e smentì queste paure. I comunisti accettavano il VERDETTO DELLE URNE.

Grazie a Togliatti,che conosceva bene il SISTEMA COMUNISTA DELL’URSS, per esserci vissuto durante il suo forzato esilio, l’Italia fu salvata dal fato che toccò alle nazioni dell’Europa Orientale, che furono inglobate nella sfera di influenza dell’URSS.

Dopo 80 anni di ideologia comunista, queste nazioni furono ridotte alla più nera miseria mentre i popoli del VITUPERATO SISTEMA CAPILISTICO OCCIDENTALE conobbero un PROGRESSIVO BENESSERE.

IL SOLE DELL’AVVENIRE, come LENIN aveva definito l’IDEOLOGIA COMUNISTA, non spuntò mai dall’altra parte della CORTINA DI FERRO e la sua gente (russi,cecoslovacchi, ungheresi, rumeni, polacchi,ucraini, bulgari, ecc.) fu costretta a disperdersi per le contrade del MONDO CAPITALISTICO OCCIDENTALE alla ricerca di un tozzo di pane.

giovedì 3 settembre 2009

FRANCO FELICETTI’S STORY (1)

UNA RAGAZZA MADRE

Il blog è un DIARIO personale dove si scrive la “CRONACA” della propria vita. Ecco perché STORY e non HISTORY. Un blog non può assurgere alla dignità di “storia”. E’ una cronaca. Anche se contiene tutti gli elementi per ricavare la “storia” di una persona. Come l’ho ricavata io nel mio sito.

Nel sito c’è la mia STORIA. In queste pagine, che appariranno ogni VENERDI’, ci sarà la “cronaca” della mia vita. Delle mie origini. Della mia crescita culturale e umana. Delle mie aspettative. Dei miei sogni. Delle mie ambizioni. Dei miei fallimenti. Ma, soprattutto, ci saranno le mie riflessioni sugli avvenimenti salienti di cui sono stato testimone o attore.

Ci saranno le mie riflessioni sulle persone che ho incontrato e sulle cose in cui mi sono imbattuto nel corso della mia non facile vita e che hanno contribuito, in un modo o nell’altro, a formare la mia personalità alquanto FORTE E COMPLESSA, CON PUNTI DI RIFERIMENTO SALDI E STABILI .

Si dice che il buon giorno si vede dal mattino. Mi è stato raccontato che il mio mattino è stato “RADIOSO”. Non ho imparato a camminare. Ho camminato e basta. Ho fatto tutto da solo. Ero stato lasciato seduto ai bordi di un campetto di calcio, dove mio fratello (di 7 anni più grande) giocava con altri compagni. Ad un tratto mio fratello mi vide camminare verso casa con l’aiuto di un bastone. Avevo fatto il grande passo. Da solo. Mio fratello, ancora oggi, racconta questo episodio con ammirazione.

Eravamo una famiglia poverissima. Mia madre oggi si sarebbe detta una “RAGAZZA MADRE”. Una delle tante “vittime” di una mentalità aberrante. Vittime di una società che non dava alcuna assistenza a queste povere disgraziate, che avevano creduto nell’amore e si erano abbandonate alla volontà predatrice dell’uomo “cacciatore”.

Ma anche vittime di uno Stato che colpevolizzava il debole (la donna) ed assolveva il forte (l’uomo), che pure era la causa di tutto. Mia madre ebbe la colpa grave di essere nata all’inizio del Novecento, quando il WELFARE STATE non era nemmeno nella mente di Dio. Se fosse nata verso la fine del secolo, quando lo STATO DEL BENESSERE divenne un patrimonio di tutti dalla CULLA ALLA TOMBA, le cose sarebbero andate diversamente.

Essere una “ragazza madre” in Inghilterra oggi è uno STATUS molto appetibile. Tanto appetibile che le ragazze cercano, di proposito, di diventare RAGAZZE MADRII per intascarsi il lauto sussidio che lo Stato eroga loro. È un fenomeno questo che sta dissanguando le casse dello Stato inglese, che sta studiando contromisure per bloccarlo.

Mia madre, invece, messa incinta dal suo fidanzato, fu cacciata di casa perché “AVEVA DISONORATO LA FAMIGLIA” (questo era il tremendo costume a quell’epoca),. E a noi figli la società impose il MARCHIO INDELEBILE della colpa. Su tutti i documenti dello Stato, noi figli eravamo definiti FIGLI DI NESSUNO. Di N.N., come recitava la formula.

Era un marchio che mi dava fastidio. Non eravamo figli di nessuno. Eravamo figli di una donna che non aveva un marito. Ma la società, a quel tempo, era tremendamente maschilista e voleva la paternità. La donna contava poco. Ecco perché eravamo FIGLI DI NESSUNO. Di N.N..

Fino alla morte di mia madre ho subito questa umiliazione che mi rendeva “DIVERSO” dai miei compagni ed amici. Per molti, noi figli di N:N: eravamo “FIGLI DI PUTTANA”, come termine ingiurioso verso la donna. Mia madre non fu mai una “puttana”. Fu una donna che aveva subito la violenza del maschio, che si era presentato in veste di agnello, ma che si dimostrò soltanto un lupo affamato..

Ma io sono diventato veramente “un figlio di puttana”, nel senso psicologico della frase. E ne ero orgoglioso. Inconsciamente, avevo talmente affinato il mio modo di vedere le cose che riuscivo a “vedere” (oggi direi “intuire”) prima e meglio degli altri. Ero diventato un eccellente “figlio di puttana”.

Ero intelligente e usavo questa mia intelligenza per essere “astuto”. Gli inglesi direbbero “canning”. Ma non facevo nulla consciamente. Era la mia natura che prendeva il sopravvento. Non volevo essere un PERDENTE. Ed avevo la presunzione di non essere inferiore a nessuno. Forse avevo meno scuola, ma supplivo con la mia riflessione sulle cose, sulle persone e sugli avvenimenti.


Morta mia madre, avevo 16/17 anni, mi sono ribellato a quel FIGLIO DI N.N. Quando mi si chiedeva la paternità , con molta sicurezza, rispondevo: FU MARIA. Questo mi restituiva quella dignità che una società ingiusta mi aveva tolto. E che, soprattutto, aveva tolto a mia madre. Lei, come donna, non poteva essere a capo di una famiglia.

Mia madre proveniva da un paese della presila cosentina, Spezzano Sila . Cacciata di casa, a Cosenza aveva trovato rifugio presso una donna che aveva altri figli. Di fronte a lei erano aperte due strade. O diventare una “puttana”, come avevano fatto altre prima di lei, o conservare la sua onestà facendo una vita che prometteva solo sacrifici. Lei si industriò facendo ogni tipo di lavoro. Dalla donna di servizio all’aiuto nel lavoro dei campi.
CONTINUA

mercoledì 26 agosto 2009

FRANCO FELICETTI’S STORY

Il blog è un DIARIO personale dove si scrive la “CRONACA” della propria vita. Ecco perché STORY e non HISTORY. Un blog non può assurgere alla dignità di “storia”. E’ una cronaca. Anche se contiene tutti gli elementi per ricavare la “storia” di una persona. Come l’ho ricavata io nel mio sito.

Nel sito c’è la mia STORIA. In queste pagine, che appariranno ogni VENERDI’, ci sarà la “cronaca” della mia vita. Delle mie origini. Della mia crescita culturale e umana. Delle mie aspettative. Dei miei sogni. Delle mie ambizioni. Dei miei fallimenti. Ma, soprattutto, ci saranno le mie riflessioni sugli avvenimenti salienti di cui sono stato testimone o attore.

Ci saranno le mie riflessioni sulle persone che ho incontrato e sulle cose in cui mi sono imbattuto nel corso della mia non facile vita e che hanno contribuito, in un modo o nell’altro, a formare la mia personalità alquanto FORTE E COMPLESSA, CON PUNTI DI RIFERIMENTO SALDI E STABILI

LA PRIMA PUNTATA APPARIRA’ VENERDI 4 SETTEMBRE.

CHI E’ RIMASTO ANCORA FERMO AL MODO DI PENSARE TRADIZIONALE, CHI NON E’ ANCORA ARRIVATO AL TERZO MILLENNIO, CHI E’ ANCORA ATTARDATO NEGLI ANNI PIU’ BUI DEL XX SECOLO, SI ASTENGA DAL LEGGERE QUESTE PAGINE. NON LE CAPIREBBE. O NE FAREBBE UNA LETTURA DISTORTA.

PER ME SONO UN INNO ALLA POTENZA DELLA VOLONTA’ DELL’UOMO. MA QUESTO CE LO AVEVA GIA’ DETTO VITTORIO ALFIERI: “VOLLI, VOLLI, FORTISSIMAMENTE VOLLI”.

giovedì 20 agosto 2009

LA MASSONERIA DA AGENTE DI LIBERTA’ AD AGENZIA DI MALAFFARE?

THE FREE MASONS, i liberi muratori, nacquero nella Scozia del Settecento come SCUDO contro il POTERE COSTITUITO che negava all’individuo ogni tipo di libertà. Anzi, lo arrestava e lo teneva in prigione a piacimento. Dalla scozia si è diffusa in tutto il mondo, anche se le sue origini possono essere fatte risalire alla costruzione del tempio di re SALOMONE.

Per lungo tempo la massoneria ha svolto un’opera meritoria e filantropica. I suoi aderenti erano persone di alta moralità che dedicavano le loro energie, i loro saperi e le loro influenze per migliorare la condizione dell’uomo.

I suoi iscritti venivano severamente selezionati. Non tutti erano idonei a farne parte. Non era il numero che contava, ma la qualità. Infatti, le logge massoniche erano costituite da un numero ristretto di persone. Non si entrava nella Massoneria per AVERE, ma per DARE.

Ma questo, purtroppo, non è più vero. Oggi si entra nella Massoneria per ACQUISIRE PRIVILEGI per se stessi o per i propri parenti o per i propri amici o per gli amici degli amici. Il reclutamento è inflazionato. Anche se tutte le logge applicano ancora la tradizionale regola della presentazione, è venuta meno la RIGOROSITA’ DEL PROCESSO DI AMMISSIONE, che scartava le persone non ritenute idonee.

Oggi sono ammessi personaggi di scarsa cultura e di scarsa moralità. Quello che conta è il numero. Si potrebbe dire, con MUSSOLINI, che “IL NUMERO E’ POTENZA”, ma l’antica funzione della Massoneria è diventata un ricordo sbiadito. Quello che conta ora per il massone è beneficiare della vasta ragnatela di iscritti per promuovere i propri COMMERCI o per SISTEMARE i propri figli in posti di prestigio e altamente lucrativi.

È immorale arricchirsi all’ombra di una istituzione che era nata per tutelare la identità dell’individuo di fronte ad ogni abuso o prevaricazione. E’ immorale che il figlio del massone trovi subito lavoro senza sottoporsi a concorso come gli altri comuni mortali. È immorale vedere che il figlio del massone fa una carriera più veloce pur non brillando per capacità.

È immorale che il figlio del massone, senza qualità o con scarse capacità, trovi il suo posto al sole in Italia mentre chi ha qualità da vendere è costretto ad ingrossare la fila della FUGA DEI CERVELLI. È immorale vedere che un avvocato, che non ha avuto successo nella professione, venga riciclato in un posto pubblico di prestigio senza concorso.

È immorale vedere che le sentenze dei giudici vengano “AGGIUSTATE” a beneficio del massone. È immorale che il massone non segua l’iter burocratico negli uffici pubblici, ma si trovi sempre in testa alla lista.

Questa Massoneria, che ha tralignato dalla sua funzione originaria, altamente morale, di difesa dei diritti dell’individuo, dovrebbe essere combattuta come un’istituzione perniciosa per l’individuo e per il bene pubblico in quanto nega il cardine della democrazia: il MERITO.

Questi POTERI FORTI, che agiscono nell’ombra a favore dei propri iscritti, minano la effettiva affermazione di una SOCIETA’ DEMOCRATICA, in quanto fanno venire meno uno dei suoi canoni fondamentali: l’UGUAGLIANZA DEI CITTADINI. Il massone, il figlio del massone, il parente del massone, l’amico del massone, l’amico dell’amico del massone diventa, IPSO FACTO, PIU’ UGUALE degli altri cittadini.

RIBELLIAMOCI. Anche se non siamo toccati direttamente. Non facciamo come lo STRUZZO, che, per non vedere, mette la testa sotto la sabbia.