Il principio di tolleranza fu una conquista dell'uomo del XVII secolo, il quale prese coscienza che la sua verità religiosa poteva coesistere con quella di un altro.
Fino a quell'epoca aveva predominato l'intolleranza e ogni diversità veniva combattuta versando il sangue del diverso. Lo avevano fatto i Romani pagani con i cristiani. Lo avevano fatto i cristiani con altri cristiani che osavano percorrere strade differenti per arrivare alla verità.
I papi, nel medioevo, non avevano predicato le crociate solo contro i musulmani per liberare i luoghi sacri. Le avevano predicate anche contro quei loro confratelli che ritenevano eretici, come gli albigesi del sud della Francia.
Fu l'ultimo sangue versato nelle guerre di religione del XVII secolo che fece capire che la coscienza degli uomini non si cambia con le guerre e si decise di lasciare la libertà di andare in paradiso per la strada che più si riteneva opportuna (principio di tolleranza).
Oggi, in Occidente, si sta affermando il principio del rispetto, che supera quello di tolleranza. È un principio più maturo perché riconosce all’altro la totale parità in ogni aspetto della vita associata.
Nel mondo islamico, purtroppo, non si è ancora affermato il principio di tolleranza. Nella fede islamica, il SUNNITA e lo SCIITA, pur appartenendo alla stessa fede, si combattono tra di loro per determinare chi è il vero credente.
giovedì 14 maggio 2009
mercoledì 6 maggio 2009
DUE MITI CHE HANNO FATTO GRANDE GLI U.S.A.
Nella psicologia collettiva dell'uomo americano di oggi sono ben radicati due miti: quello della frontiera e quello del sogno americano. Il primo è nato nell’Ottocento ed ha contribuito a fare grande gli Stati Uniti.
Il secondo è molto più antico. E’ nato con i Padri Pellegrini, quando decisero di lasciare l'Inghilterra per dirigersi in America nel 1620, ed è ancora vivo e vitale nella mentalità dell'uomo americano di oggi, che vede la sua Patria come la terra delle opportunità.
Nell'ottocento, la frontiera era rappresentata dalla sterminata estensione di terre vergini, che esisteva ad Ovest (il mitico West), al di là dei monti Appalachi, dove si era fermata la prima colonizzazione.
La corsa verso il West, iniziata subito dopo la guerra dei sette anni (1756-1763), divenne un fiume impetuoso nei primi anni del nuovo secolo, quando ormai gli Stati Uniti avevano risolto i loro problemi istituzionali e la Francia, con Napoleone, aveva rinunciato ad ogni suo possedimento in territorio americano.
L'Est (le tredici ex colonie), sulla costa atlantica, rappresentava la società ricca, ma normalizzata, dove i giochi erano, in gran parte, fatti ed i rapporti sociali tendevano verso la codificazione. Il West, invece, rappresentava la terra delle nuove opportunità, dove si potevano costruire grandi fortune se si aveva coraggio e spirito di iniziativa.
Per un cinquantennio, la Frontiera, al richiamo della scoperta dell'oro, si spostò continuamente per spingersi fino al Far West (=il lontano Ovest), dove trovò il suo limite naturale nell'Oceano Pacifico.
Nella cultura americana di oggi lo spirito della frontiera non è scomparso. Esso si è trasferito nel campo della scienza e della tecnologia, dove i risultati raggiunti rappresentano una frontiera provvisoria, che deve essere superata per accrescere le conoscenze dell'uomo nella sua corsa verso un benessere sempre maggiore.
Il secondo è molto più antico. E’ nato con i Padri Pellegrini, quando decisero di lasciare l'Inghilterra per dirigersi in America nel 1620, ed è ancora vivo e vitale nella mentalità dell'uomo americano di oggi, che vede la sua Patria come la terra delle opportunità.
Nell'ottocento, la frontiera era rappresentata dalla sterminata estensione di terre vergini, che esisteva ad Ovest (il mitico West), al di là dei monti Appalachi, dove si era fermata la prima colonizzazione.
La corsa verso il West, iniziata subito dopo la guerra dei sette anni (1756-1763), divenne un fiume impetuoso nei primi anni del nuovo secolo, quando ormai gli Stati Uniti avevano risolto i loro problemi istituzionali e la Francia, con Napoleone, aveva rinunciato ad ogni suo possedimento in territorio americano.
L'Est (le tredici ex colonie), sulla costa atlantica, rappresentava la società ricca, ma normalizzata, dove i giochi erano, in gran parte, fatti ed i rapporti sociali tendevano verso la codificazione. Il West, invece, rappresentava la terra delle nuove opportunità, dove si potevano costruire grandi fortune se si aveva coraggio e spirito di iniziativa.
Per un cinquantennio, la Frontiera, al richiamo della scoperta dell'oro, si spostò continuamente per spingersi fino al Far West (=il lontano Ovest), dove trovò il suo limite naturale nell'Oceano Pacifico.
Nella cultura americana di oggi lo spirito della frontiera non è scomparso. Esso si è trasferito nel campo della scienza e della tecnologia, dove i risultati raggiunti rappresentano una frontiera provvisoria, che deve essere superata per accrescere le conoscenze dell'uomo nella sua corsa verso un benessere sempre maggiore.
mercoledì 29 aprile 2009
BARACK OBAMA E ABRAMO LINCOLN
Barak Obama, il neo Presidente degli Stati Uniti d’America, è l’uomo nuovo del XXI secolo. Egli si è posto l’obiettivo di RIFONDARE GLI STATI UNITI D’AMERICA per restaurare la loro leadership del Mondo Occidentale oggi in declino dopo la disastrosa presidenza di G. W. Bush.
Per farlo, egli ha scelto, come modello ispiratore, il vero fondatore della potenza americana: ABRAMO LINCOLN.
Nel XIX secolo, ABRAMO LINCOLN affrontò una guerra civile per salvare IL CONTINENTE NORD AMERICANO dal fato dell’EUROPA, che, all’uscita dal medioevo, mise da parte il grande lascito di CARLO MAGNO di una EUROPA UNITA e si frantumò in tanti STATI NAZIONALI contrapposti sempre in lotta tra di loro per affermare la propria supremazia sugli altri.
Abramo Lincoln (1809-1865) era un self made man(=un uomo che si era fatto da sé). Proveniva da una famiglia modesta della frontiera americana. Aveva studiato legge ed era diventato un avvocato di successo.
Egli fece la prima esperienza parlamentare nell'Illinois, lo stesso Stato di Barack Obama, e, successivamente, nel parlamento nazionale (Congresso). Nel 1856 aderì al partito repubblicano, che era antischiavista e, nel 1860, fu nominato candidato alla Presidenza degli Stati Uniti.
La sua candidatura era una candidatura di rottura. Alla sua epoca, la Federazione degli Stati Uniti aveva due anime. Una, quella del Sud, era ad economia agricola SCHIAVISTA. L’altra, quella del Nord, aveva puntato tutto sulla NASCENTE INDUSTRIA ed era di sentimenti ANTI SCHIAVISTA.
La elezione di Lincoln provocò la prima spaccatura tra gli Stati. Sette di essi si ritirarono dalla Federazione. Altri quattro li seguiranno all'inizio della GUERRA CIVILE.
Lincoln, nella sua carriera politica, si era distinto per la sua integrità morale e per la passione che metteva nella causa abolizionista della schiavitù. Ma nei suoi pensieri vi era, soprattutto ed innanzitutto, l'unità dell'Unione degli Stati.
Per tenerla in vita era pronto a sacrificare tutto. In una lettera del 1862 scrisse: "Se potessi salvare l'Unione senza liberare gli schiavi, lo farei; se potessi salvarla liberandoli tutti, lo
farei; se potessi salvarla liberandone alcuni e tenendone altri in schiavitù, lo farei".
La guerra civile scoppiò per mantenersi fedele a questo pensiero e la storia gli ha dato ragione: l'unità dell'Unione valeva una guerra civile. Un'America divisa e contrapposta in tanti Stati come l’Europa, difficilmente sarebbe diventata la più grande potenza mondiale del XX secolo.
E Barak Obama ha incominciato la sua lotta per mantenere gli Stati Uniti d’America “la più grande potenza mondiale” anche nel XXI secolo. Un compito difficilissimo perché sa che, all’orizzonte, sta nascendo UNA NUOVA STELLA di uguale grandezza: GLI STATI UNITI D’EUROPA.
Per farlo, egli ha scelto, come modello ispiratore, il vero fondatore della potenza americana: ABRAMO LINCOLN.
Nel XIX secolo, ABRAMO LINCOLN affrontò una guerra civile per salvare IL CONTINENTE NORD AMERICANO dal fato dell’EUROPA, che, all’uscita dal medioevo, mise da parte il grande lascito di CARLO MAGNO di una EUROPA UNITA e si frantumò in tanti STATI NAZIONALI contrapposti sempre in lotta tra di loro per affermare la propria supremazia sugli altri.
Abramo Lincoln (1809-1865) era un self made man(=un uomo che si era fatto da sé). Proveniva da una famiglia modesta della frontiera americana. Aveva studiato legge ed era diventato un avvocato di successo.
Egli fece la prima esperienza parlamentare nell'Illinois, lo stesso Stato di Barack Obama, e, successivamente, nel parlamento nazionale (Congresso). Nel 1856 aderì al partito repubblicano, che era antischiavista e, nel 1860, fu nominato candidato alla Presidenza degli Stati Uniti.
La sua candidatura era una candidatura di rottura. Alla sua epoca, la Federazione degli Stati Uniti aveva due anime. Una, quella del Sud, era ad economia agricola SCHIAVISTA. L’altra, quella del Nord, aveva puntato tutto sulla NASCENTE INDUSTRIA ed era di sentimenti ANTI SCHIAVISTA.
La elezione di Lincoln provocò la prima spaccatura tra gli Stati. Sette di essi si ritirarono dalla Federazione. Altri quattro li seguiranno all'inizio della GUERRA CIVILE.
Lincoln, nella sua carriera politica, si era distinto per la sua integrità morale e per la passione che metteva nella causa abolizionista della schiavitù. Ma nei suoi pensieri vi era, soprattutto ed innanzitutto, l'unità dell'Unione degli Stati.
Per tenerla in vita era pronto a sacrificare tutto. In una lettera del 1862 scrisse: "Se potessi salvare l'Unione senza liberare gli schiavi, lo farei; se potessi salvarla liberandoli tutti, lo
farei; se potessi salvarla liberandone alcuni e tenendone altri in schiavitù, lo farei".
La guerra civile scoppiò per mantenersi fedele a questo pensiero e la storia gli ha dato ragione: l'unità dell'Unione valeva una guerra civile. Un'America divisa e contrapposta in tanti Stati come l’Europa, difficilmente sarebbe diventata la più grande potenza mondiale del XX secolo.
E Barak Obama ha incominciato la sua lotta per mantenere gli Stati Uniti d’America “la più grande potenza mondiale” anche nel XXI secolo. Un compito difficilissimo perché sa che, all’orizzonte, sta nascendo UNA NUOVA STELLA di uguale grandezza: GLI STATI UNITI D’EUROPA.
mercoledì 22 aprile 2009
FEDERICO II : LO STUPOR MUNDI “PADRE” E “PATRIGNO”
Diamo a Cesare quello che è di Cesare: Federico Il ha dato all'Europa il primo stato moderno della storia. Tutti i sovrani d'Europa, che avevano a cuore il miglioramento istituzionale dei loro stati, lo tennero in grande considerazione. Edoardo I d'Inghilterra, il primo dei grandi legislatori del diritto scritto di quel regno, volle soggiornare nel suo regno per conoscere da vicino la sua legislazione, che era la più avanzata in tutta l'Europa medievale, e la struttura del suo governo, che - utilizzando funzionari laici al posto dei tradizionali ecclesiastici - realizzò la secolarizzazione del governo con quasi un secolo di anticipo rispetto agli altri stati.
Il suo Liber Augustalis fu il primo codice compilato scientificamente dopo quello di Giustiniano e le sue Costituzioni di Melfi del 1231 furono studiate e imitate in tutta Europa. Leggiamola la storia, ma leggiamola in tutte le direzioni, non solo in quella elogiativa. Può essere un motivo d'orgoglio per noi affermare, con forza, che Federico Il fu il sovrano di queste terre, ma obbiamo dire, con altrettanta forza, che lo sviluppo storico successivo gli diede torto.
Col suo stato centralizzato, egli negò all'Italia meridionale l'esperienza della nascente civiltà comunale, dove si formarono le mentalità democratiche e si acquisì il senso dello stato nelle coscienze individuali. Due obiettivi che i meridionali ancora oggi non hanno raggiunto appieno.
Se vogliamo, egli fu più "benìgno" verso la Germania, quando non pretese la centralizzazione del potere, ma diede la più ampia autonomia agli stati regionali (i lander di oggi e i fuedi di allora) nell'ambito della struttura imperiale, che - se vogliamo tradurla nei termini scientifici della scienza politica moderna - assumeva la forma di una confederazione di stati. Così, i tedeschi crebbero al loro attuale .federalismo attraverso 1' sperienza storica di secoli.
Noi meridionali, suoi diretti discendenti, siamo rimasti con una mentalità medievale dove regna ancora il barone, comunque camuffato. Sono queste le cose che dobbiamo dire. Sia gloria a Federico II. Mettiamo in evidenza tutti i suoi pregi. Additiamolo pure come la prima grande novità della storia per quanto riguarda la concezione dello Stato e dei rapporti tra le razze e le culture. Ma diciamo anche che a noi fu “patrigno” suo malgrado.
Non vide o non volle scegliere neanche la seconda strada che aveva davanti. Aveva la forza e le qualità per unificare l'Italia e fame il primo stato nazionale d'Europa con quasi due secoli di anticipo rispetto alla Francia e alla Spagna, ma quest'idea era lontana mille miglia dalla sua visione delle cose.
Se lo avesse fatto, forse avrebbe ucciso la nascente civiltà comunale, ma avrebbe salvato l'Italia dai suoi campanilismi e avrebbe fatto gli italiani con sette secoli di anticipo rispetto a Cavour.
Nella realtà dei fatti, egli era solo un sovrano illuminato, che governava col pugno di ferro, come avevano fatto i suoi avi normanni di Sicilia e i suoi trisavoli normanni di Normandia e d'Inghilterra.
All'interno del suo stato non ebbe e non consentì mai la formazione di un contropotere, come avvenne in Inghilterra. Ma i sovrani più illuminati di quel regno seppero leggere le tendenze del tempo e vi si adeguarono loro malgrado. Federico 11, pur non essendo primo in tutto, non volle o non seppe farlo. E il costo di questo fallimento lo abbiamo pagato noi e lo continuiamo a pagare ancora oggi.
Il suo stato fu un faro, ma - non ponendosi il problema di estendere il suo regno a tutta la penisola, dopo aver soffocato qualsiasi anelito alle libertà comunali meridionali - condannò il meridione al sottosviluppo dei secoli successivi. I suoi eredi furono i baroni, antichi e moderni, a cui aveva tolto ogni potere (liber Augustalis) con largo anticipo rispetto agli altri sovrani d'Europa, ma aveva lasciato loro il più completo controllo sulla popolazione, che resterà sottomessa agli antichi servaggi feudali molto più a lungo di qualsiasi altro stato europeo.
I baroni avevano tutto l'interesse a lasciare le popolazioni nella più totale sottomissione e nella più totale ignoranza per continuare a detenere il potere. Questa fu anche l'eredità di Federico IL Diciamole queste cose. Ci fanno crescere.
Il suo Liber Augustalis fu il primo codice compilato scientificamente dopo quello di Giustiniano e le sue Costituzioni di Melfi del 1231 furono studiate e imitate in tutta Europa. Leggiamola la storia, ma leggiamola in tutte le direzioni, non solo in quella elogiativa. Può essere un motivo d'orgoglio per noi affermare, con forza, che Federico Il fu il sovrano di queste terre, ma obbiamo dire, con altrettanta forza, che lo sviluppo storico successivo gli diede torto.
Col suo stato centralizzato, egli negò all'Italia meridionale l'esperienza della nascente civiltà comunale, dove si formarono le mentalità democratiche e si acquisì il senso dello stato nelle coscienze individuali. Due obiettivi che i meridionali ancora oggi non hanno raggiunto appieno.
Se vogliamo, egli fu più "benìgno" verso la Germania, quando non pretese la centralizzazione del potere, ma diede la più ampia autonomia agli stati regionali (i lander di oggi e i fuedi di allora) nell'ambito della struttura imperiale, che - se vogliamo tradurla nei termini scientifici della scienza politica moderna - assumeva la forma di una confederazione di stati. Così, i tedeschi crebbero al loro attuale .federalismo attraverso 1' sperienza storica di secoli.
Noi meridionali, suoi diretti discendenti, siamo rimasti con una mentalità medievale dove regna ancora il barone, comunque camuffato. Sono queste le cose che dobbiamo dire. Sia gloria a Federico II. Mettiamo in evidenza tutti i suoi pregi. Additiamolo pure come la prima grande novità della storia per quanto riguarda la concezione dello Stato e dei rapporti tra le razze e le culture. Ma diciamo anche che a noi fu “patrigno” suo malgrado.
Non vide o non volle scegliere neanche la seconda strada che aveva davanti. Aveva la forza e le qualità per unificare l'Italia e fame il primo stato nazionale d'Europa con quasi due secoli di anticipo rispetto alla Francia e alla Spagna, ma quest'idea era lontana mille miglia dalla sua visione delle cose.
Se lo avesse fatto, forse avrebbe ucciso la nascente civiltà comunale, ma avrebbe salvato l'Italia dai suoi campanilismi e avrebbe fatto gli italiani con sette secoli di anticipo rispetto a Cavour.
Nella realtà dei fatti, egli era solo un sovrano illuminato, che governava col pugno di ferro, come avevano fatto i suoi avi normanni di Sicilia e i suoi trisavoli normanni di Normandia e d'Inghilterra.
All'interno del suo stato non ebbe e non consentì mai la formazione di un contropotere, come avvenne in Inghilterra. Ma i sovrani più illuminati di quel regno seppero leggere le tendenze del tempo e vi si adeguarono loro malgrado. Federico 11, pur non essendo primo in tutto, non volle o non seppe farlo. E il costo di questo fallimento lo abbiamo pagato noi e lo continuiamo a pagare ancora oggi.
Il suo stato fu un faro, ma - non ponendosi il problema di estendere il suo regno a tutta la penisola, dopo aver soffocato qualsiasi anelito alle libertà comunali meridionali - condannò il meridione al sottosviluppo dei secoli successivi. I suoi eredi furono i baroni, antichi e moderni, a cui aveva tolto ogni potere (liber Augustalis) con largo anticipo rispetto agli altri sovrani d'Europa, ma aveva lasciato loro il più completo controllo sulla popolazione, che resterà sottomessa agli antichi servaggi feudali molto più a lungo di qualsiasi altro stato europeo.
I baroni avevano tutto l'interesse a lasciare le popolazioni nella più totale sottomissione e nella più totale ignoranza per continuare a detenere il potere. Questa fu anche l'eredità di Federico IL Diciamole queste cose. Ci fanno crescere.
mercoledì 8 aprile 2009
UN’ENNESIMA BEFFA PER COSENZA STORICA
Ci volevano le piogge degli ultimi mesi per far capire che il centro storico di Cosenza sta morendo. Ma quella che ha visto Franco Ambrogio è solo la sua morte fisica. Le stradine che dirupano. Gli edifici che si sgretolano.
Egli non ha saputo vedere che il Centro Storico sta morendo anche economicamente. Come è già morto culturalmente e socialmente.
Egli non ha capito che la vita di una città, di un centro storico, non è fatta solo dall’ambiente fisico, che deperisce e muore quando la linfa vitale non c’è più. E la linfa vitale di ogni centro abitato, sia esso un quartiere, una città, un borgo carico di storia, è fatta dalla gente palpitante che vi vive, che vi opera, che vi realizza i suoi sogni, siano essi economici, culturali, sociali e, perché no, psicologici.
E di gente nel centro storico ce ne sempre di meno. Chi può scappa. Ci sono rimasti solo i disperati. Chi non sa dove andare per mancanza di risorse. E, diciamolo pure, c’è rimasto anche chi vi trova un riflettore per saziare la propria sete di notorietà attraverso associazioni pro centro storico fasulle.
Franco Ambrogio sarebbe partito bene se avesse chiesto 30 milioni di euro alla Regione per un progetto globale di rinascita del centro storico. Il suo recupero fisico doveva rappresentare il primo passo per il recupero totale di questo piccolo gioiello che la storia ci ha tramandato..
Il secondo passo sarebbe dovuto essere quello di riportare la gente nel centro storico. Non rincorrendo chimerici ritorni ad un passato residenziale. Ma promovendo un richiamo forte per attirarvi la gente attraverso l’industria del tempo libero. Ma, per fare questo, ci vuole immaginazione. Ci vuole la capacità di ideare un punto di svolta che inneschi uno sviluppo autopropulsivo.
Solo così il centro storico ritornerà al suo antico splendore e creerà ricchezza per la città di Cosenza e il suo hinterland. In certi momenti, l’amministratore pubblico deve avere coraggio e fantasia. Ne avrà Franco Ambrogio? Saprà egli avere uno sguardo d’aquila per guardare lontano? Saprà egli valutare le idee che pur circolano sul centro storico? Saprà egli avere il coraggio dei bruzi che si ribellarono al loro fato di servi per proiettarsi in un futuro fatto di libertà e di ricchezza?
Egli non ha saputo vedere che il Centro Storico sta morendo anche economicamente. Come è già morto culturalmente e socialmente.
Egli non ha capito che la vita di una città, di un centro storico, non è fatta solo dall’ambiente fisico, che deperisce e muore quando la linfa vitale non c’è più. E la linfa vitale di ogni centro abitato, sia esso un quartiere, una città, un borgo carico di storia, è fatta dalla gente palpitante che vi vive, che vi opera, che vi realizza i suoi sogni, siano essi economici, culturali, sociali e, perché no, psicologici.
E di gente nel centro storico ce ne sempre di meno. Chi può scappa. Ci sono rimasti solo i disperati. Chi non sa dove andare per mancanza di risorse. E, diciamolo pure, c’è rimasto anche chi vi trova un riflettore per saziare la propria sete di notorietà attraverso associazioni pro centro storico fasulle.
Franco Ambrogio sarebbe partito bene se avesse chiesto 30 milioni di euro alla Regione per un progetto globale di rinascita del centro storico. Il suo recupero fisico doveva rappresentare il primo passo per il recupero totale di questo piccolo gioiello che la storia ci ha tramandato..
Il secondo passo sarebbe dovuto essere quello di riportare la gente nel centro storico. Non rincorrendo chimerici ritorni ad un passato residenziale. Ma promovendo un richiamo forte per attirarvi la gente attraverso l’industria del tempo libero. Ma, per fare questo, ci vuole immaginazione. Ci vuole la capacità di ideare un punto di svolta che inneschi uno sviluppo autopropulsivo.
Solo così il centro storico ritornerà al suo antico splendore e creerà ricchezza per la città di Cosenza e il suo hinterland. In certi momenti, l’amministratore pubblico deve avere coraggio e fantasia. Ne avrà Franco Ambrogio? Saprà egli avere uno sguardo d’aquila per guardare lontano? Saprà egli valutare le idee che pur circolano sul centro storico? Saprà egli avere il coraggio dei bruzi che si ribellarono al loro fato di servi per proiettarsi in un futuro fatto di libertà e di ricchezza?
domenica 22 marzo 2009
LA FORZA DI BERLUSCONI:L’OPINIONE PUBBLICA
La vita politica degli Stati democratici moderni ha le sue radici nell'opinione pubblica. Il Governo, si dice comunemente, è un'orchestra che suona la musica preferita dal suo pubblico.
Un'immagine, questa, certamente efficace per descrivere la funzione dell'opinione pubblica nelle democrazie, ma è un'immagine incompleta. È sì vero che l'orchestra (Governo) suona la musica che piace al suo pubblico, ma è anche vero che il pubblico chiede spesso quella musica a cui è stato educato.
Berlusconi in questo è maestro. Egli, quando parla in pubblico, lancia sempre dei messaggi. Molto spesso parla per immagini perchè sa che queste sono più facilmente interiorizzate dal pubblico che l’ascolta.
Altre volte, quando la sua proposta (musica) è azzardata, lancia dei ballon d’essai (=notizia civetta) per SAGGIARE l’opinione pubblica in generale, ma anche i mass media.
Se la reazione al ballon d’essai è positiva, cioè maggioritaria, egli chiarisce meglio il suo pensiero (musica), altrimenti dice di essere stato frainteso. Egli è l’unico leader politico italiano che fa un costante ricorse ai SONDAGGI per misurano l’OPINIONE PUBBLICA.
Ma egli sa anche benessimo che l'influenza esercitata dall'opinione pubblica non dipende tanto dal numero delle persone che la intrattengono, quanto dall'intensità con cui quella opinione è intrattenuta. Minoranze dinamiche ed organizzate, frequentemente contano più delle maggioranze passive e non organizzate.
Ed è proprio per questo che Berlusconi ha fatto, e fa, ricorso ai CIRCOLI DELLA LIBERTA’, ai GAZEBO, ai CLUB DI FORZA ITALIA, ecc. Questi hanno il compito di irrobustire, di radicare nella mente del singolo individuo e dei gruppi la “musica”, il messaggio che ha ricevuto a livello nazionale dal governo o dal leader.
Solo attraverso quest’organizzazione egli può predire effettivamente, con un alto grado di attendibilità, le azioni dei componenti di un gruppo: il loro comportamento elettorale, la loro capacità di lotta, la loro reattività agli eventi e alla politica.
Un'immagine, questa, certamente efficace per descrivere la funzione dell'opinione pubblica nelle democrazie, ma è un'immagine incompleta. È sì vero che l'orchestra (Governo) suona la musica che piace al suo pubblico, ma è anche vero che il pubblico chiede spesso quella musica a cui è stato educato.
Berlusconi in questo è maestro. Egli, quando parla in pubblico, lancia sempre dei messaggi. Molto spesso parla per immagini perchè sa che queste sono più facilmente interiorizzate dal pubblico che l’ascolta.
Altre volte, quando la sua proposta (musica) è azzardata, lancia dei ballon d’essai (=notizia civetta) per SAGGIARE l’opinione pubblica in generale, ma anche i mass media.
Se la reazione al ballon d’essai è positiva, cioè maggioritaria, egli chiarisce meglio il suo pensiero (musica), altrimenti dice di essere stato frainteso. Egli è l’unico leader politico italiano che fa un costante ricorse ai SONDAGGI per misurano l’OPINIONE PUBBLICA.
Ma egli sa anche benessimo che l'influenza esercitata dall'opinione pubblica non dipende tanto dal numero delle persone che la intrattengono, quanto dall'intensità con cui quella opinione è intrattenuta. Minoranze dinamiche ed organizzate, frequentemente contano più delle maggioranze passive e non organizzate.
Ed è proprio per questo che Berlusconi ha fatto, e fa, ricorso ai CIRCOLI DELLA LIBERTA’, ai GAZEBO, ai CLUB DI FORZA ITALIA, ecc. Questi hanno il compito di irrobustire, di radicare nella mente del singolo individuo e dei gruppi la “musica”, il messaggio che ha ricevuto a livello nazionale dal governo o dal leader.
Solo attraverso quest’organizzazione egli può predire effettivamente, con un alto grado di attendibilità, le azioni dei componenti di un gruppo: il loro comportamento elettorale, la loro capacità di lotta, la loro reattività agli eventi e alla politica.
domenica 8 marzo 2009
IL CASO ENGLARO E LA CRESCITA DELLA CIVILTA’ IN ITALIA
Il caso Englaro ha messo a nudo una grande incapacità degli Stati che adottano il DIRITTO ROMANO come sistema della produzione delle leggi. Questo sistema è tremendamente rigido. Non consente di adeguarsi immediatamente ai nuovi fenomeni che avvengono nella società, ma bisogna aspettare che il parlamento legiferi.
Comunque è vero anche il contrario. La prontezza e la sensibilità del legislatore possono rendere questo sistema un elemento propulsore del costume. Basta che il legislatore avverta il mutamento in atto e lo favorisca legiferando prontamente.
È quello che non è successo nel caso Englaro. Lo Stato non ha saputo cogliere il mutamento nel sentimento comune e per diciassette anni non si è preoccupato di approvare una legge che potesse dare uno sbocco dignitoso alla condizione pietosa di quella ragazza in coma irreversibile.
Un fatto così increscioso non sarebbe accaduto negli Stati anglosassoni (Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Canadà), dove il sistema della produzione delle leggi è basato sulla COMMON LAW, o diritto non scritto. In questo sistema, le leggi non sono di produzione esclusiva dello Stato, ma gran parte è prodotta dai giudici nei tribunali ordinari.
Tuttavia, bisogna anche aggiungere che, in questi Stati, accanto alla Common Law, esistono altri due tipi di leggi: la "Statute law" o diritto scritto, di produzione parlamentare, a cui la Common Law deve cedere il passo in caso di conflitto e la "equity law” che è un gradino al di sopra della common law.
Questa elasticità consente alla Common Law di adeguarsi prontamente alle mutevoli condizioni di una società in continua evoluzione, che. creando nuove situazioni, mette il giudice nella necessità di giudicare da un angolo visuale che sia più aderente alla nuova realtà.
Se la caratteristica principale della COMMON LAW è la sua flessibilità, la sua capacità di adattarsi sempre alle esigenze di una società in continua evoluzione, la caratteristica del DIRITTO ROMANO è la sua rigidità, la sua incapacità di uniformarsi automaticamente ai cambiamenti di una società dinamica.
Nel caso Englaro, nel SISTEMA DELLA COMMON LAW, la sentenza ottenuta dal tribunale, che ha saputo cogliere il mutamento nel sentimento nazionale al di fuori di qualsiasi ideologia, sarebbe stata sufficiente per diventare una nuova legge dello Stato, a cui tutti gli altri giudici avrebbero dovuto attenersi nei futuri giudizi. Nel sistema italiano, basato sul DIRITTO ROMANO, questo non è stato possibile.
Il parlamento italiano, unico titolare nella produzione delle leggi, si sta affrettando a legiferare a posteriore. La legge che approverà sarà comungue iniqua perchè non sarà basata sul mutato sentimento della società civile, ma sarà frutto di un COMPROMESSO tra le opposte ideologie, che imperano in Italia. L’eterna lotta tra GUELFI e GHIBELLINI. I cattolici, i moderni guelfi, la vorranno più vicina possibile alle posizioni della Chiesa. I laici, i moderni ghibellini, la vorranno più lontano possibile da queste posizioni.
.
Comunque è vero anche il contrario. La prontezza e la sensibilità del legislatore possono rendere questo sistema un elemento propulsore del costume. Basta che il legislatore avverta il mutamento in atto e lo favorisca legiferando prontamente.
È quello che non è successo nel caso Englaro. Lo Stato non ha saputo cogliere il mutamento nel sentimento comune e per diciassette anni non si è preoccupato di approvare una legge che potesse dare uno sbocco dignitoso alla condizione pietosa di quella ragazza in coma irreversibile.
Un fatto così increscioso non sarebbe accaduto negli Stati anglosassoni (Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Canadà), dove il sistema della produzione delle leggi è basato sulla COMMON LAW, o diritto non scritto. In questo sistema, le leggi non sono di produzione esclusiva dello Stato, ma gran parte è prodotta dai giudici nei tribunali ordinari.
Tuttavia, bisogna anche aggiungere che, in questi Stati, accanto alla Common Law, esistono altri due tipi di leggi: la "Statute law" o diritto scritto, di produzione parlamentare, a cui la Common Law deve cedere il passo in caso di conflitto e la "equity law” che è un gradino al di sopra della common law.
Questa elasticità consente alla Common Law di adeguarsi prontamente alle mutevoli condizioni di una società in continua evoluzione, che. creando nuove situazioni, mette il giudice nella necessità di giudicare da un angolo visuale che sia più aderente alla nuova realtà.
Se la caratteristica principale della COMMON LAW è la sua flessibilità, la sua capacità di adattarsi sempre alle esigenze di una società in continua evoluzione, la caratteristica del DIRITTO ROMANO è la sua rigidità, la sua incapacità di uniformarsi automaticamente ai cambiamenti di una società dinamica.
Nel caso Englaro, nel SISTEMA DELLA COMMON LAW, la sentenza ottenuta dal tribunale, che ha saputo cogliere il mutamento nel sentimento nazionale al di fuori di qualsiasi ideologia, sarebbe stata sufficiente per diventare una nuova legge dello Stato, a cui tutti gli altri giudici avrebbero dovuto attenersi nei futuri giudizi. Nel sistema italiano, basato sul DIRITTO ROMANO, questo non è stato possibile.
Il parlamento italiano, unico titolare nella produzione delle leggi, si sta affrettando a legiferare a posteriore. La legge che approverà sarà comungue iniqua perchè non sarà basata sul mutato sentimento della società civile, ma sarà frutto di un COMPROMESSO tra le opposte ideologie, che imperano in Italia. L’eterna lotta tra GUELFI e GHIBELLINI. I cattolici, i moderni guelfi, la vorranno più vicina possibile alle posizioni della Chiesa. I laici, i moderni ghibellini, la vorranno più lontano possibile da queste posizioni.
.
Iscriviti a:
Post (Atom)